«Su Re» - Confronti
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«Su Re»

by redazione

di Roberto Bianchet

«Su Re» di Giovanni Columbu, film recitato in sardo da attori non professionisti (tra cui anche alcuni pazienti del Centro di salute mentale di Cagliari), racconta le ultime ore della vita di Gesù. Il primo paragone che viene subito alla mente è quello con «Il Vangelo secondo Matteo» di Pier Paolo Pasolini, un’opera rispetto alla quale presenta senz’altro alcune analogie, ma anche molte differenze.

Con un’operazione che ricorda inevitabilmente quella del Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, ma anche se ne allontana significativamente, il film Su Re di Giovanni Columbu offre una lettura trasversale dei Vangeli di Giovanni, Matteo, Luca e Marco, ambientando le ultime dodici ore della vita di Gesù nei paesaggi brulli e riarsi del nuorese, affidando ad «attori non professionisti» il compito di rappresentare i personaggi evangelici attraverso un coro di volti, di corpi irregolari, ruvidi come la natura che li circonda, di voci che raccontano la storia dell’uomo Gesù nel dialetto locale, quello sardo. Ma a differenza del film di Pasolini, narrativo e verista, il Su Re di Columbu è un film naturalista in cui la storia procede con ritmo sgrammaticato e privo di linearità, un film nel quale non si celebra la parola di Gesù e neppure, propriamente, si racconta una storia (ogni storia implica una fine che è anche il fine); un film, piuttosto, nel quale sono i suoni della natura e dello spirito, accompagnati da immagini aspre che nulla concedono al compiacimento estetico, ad essere posti al centro dell’attenzione dello spettatore. Se nel film di Pasolini un’estetica verista si accompagnava al rispetto, nei contenuti, della storia sacra così come trasmessa dalla tradizione, nel film di Columbu la scelta radicalmente naturalista decide di portare alle estreme conseguenze quella «umanizzazione» di Gesù che tanto ha caratterizzato il percorso della teologia contemporanea. Scompare infatti il kerygma, l’annuncio del Cristo, del salvatore, e con esso scompare ogni senso del soprannaturale, scompare la parola, i dialoghi sono scarni, e comunque non pesano nell’economia del film, e rimane solo la natura, sia natura fisica sia natura di Gesù come uomo, la vera protagonista del film, con tutta la sua cupa necessità. Il Gesù di Su Re, che ha rinunciato al logos e dunque alla propria natura divina, sembra così modellato sulla figura del «servo sofferente» di Isaia, con la sua «faccia dura come pietra» (Is 50,7), con la sua bruttezza («non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi», Is 53,2b), e rappresentato secondo i canoni di una iconografia fiamminga in un paesaggio povero; e l’unico elemento teologicamente rilevante sembra essere l’accentuazione del tema della kenosis, del logos che «svuotò se stesso» (Fil 2,7) e si fece incarnazione. La scelta cioè di rappresentare il corpo di Gesù non nella sua dimensione eucaristica ma nella sua sola dimensione fisica, carnale, riproponendo così, oggi, a noi spettatori, un problema a lungo dibattuto nell’antichità: questo corpo che non è apparenza, ma è vera carne, rappresenta la rivelazione o, piuttosto, l’eclissi della divinità? Su Re è un film originale e sperimentale, in cui la stessa decisione di inserire nel cast i pazienti del Centro di salute mentale di Cagliari è scelta, forse l’unica scelta, che possa rendere poeticamente lo «scandalo» e la «stoltezza» della croce di cui parla Paolo nella prima lettera ai Corinzi, scelta accentuata dal ritmo che guida le riprese vertiginose, dai ripetuti flashback e dal montaggio frammentato, quasi schizofrenico, che travolge lo spettatore lasciandolo privo di punti di riferimento. Un film che non racconta e non spiega, ma si affida alla profondità delle emozioni. Fino alla scena finale in cui il cielo si oscura minacciosamente e le inquadrature sulle nubi cariche di pioggia suggeriscono presagi di morte, travolti dalla scossa tellurica della resurrezione dove, ancora una volta, è perfetta la resa poetica di quel versetto – «si fece buio su tutta la terra» – presente nei tre sinottici. Nelle parole del regista – «quel continuo traballare fa pensare che qualcosa di grandioso sta per accadere, a un terremoto che se non ha davvero scosso la terra ha travolto il cuore degli uomini» – nella decisione di fermare il film alla vigilia di quel «qualcosa di grandioso» di cui non si dice però nulla, in questa scelta enigmatica sta tutto il fascino e il mistero di un film molto religioso nel quale non c’è spazio per la religione.