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Per una teologia della tenerezza

by redazione

«Invece di esaltare l’amore, sarebbe meglio occuparsi seriamente della sessualità» (Paul Ricoeur)

La corporeità e la sessualità sono da sempre temi affascinanti quanto enigmatici e indecifrabili: un paradosso tra materialità e immaterialità, continuità e cambiamento, individualità e socialità, autonomia e relazionalità, controllo e ribellione. Nemmeno le religioni hanno potuto sottrarsi al fascino di questi temi, cercando nel corso della loro lunga storia di gestire le ambiguità del corporeo attraverso svariati riti, concetti e norme.

Oggi non si ha paura di mettere il proprio corpo in bella mostra, esporlo agli sguardi altrui, ottimizzarlo il più possibile chirurgicamente. Erotismo e corporeità svolgono un grande ruolo nella cultura postmoderna: cinema, letteratura, arti visive fanno i conti quotidianamente con questo tema. Anche le religioni, dunque, sono chiamate a dire la loro in merito, ma pare lo facciano con difficoltà e circospezione, anche perché il corpo e la sessualità restano dei tabù complessi da affrontare, anche in riferimento al peso della storia. Eppure, guardando ad esempio le Chiese cristiane, proprio la loro fede nell’incarnazione offrirebbe loro prospettive sorprendenti al riguardo. Di fatto, negli ultimi vent’anni almeno, lo sguardo sul corpo e la sessualità ha diviso anche al proprio interno le Chiese e le comunità, che hanno risposto in maniera diversificata e spesso contrapposta alle provocazioni provenienti dalla cultura e dalla società, dalla liberazione sessuale alle nuove questioni legate alle identità sessuali in divenire. Del resto, non dovremmo stupircene, ricordando che spesso il tema della sessualità ha messo in crisi gli uomini religiosi. Basterebbe, per rendercene conto, ripensare alle traversie subite dal libro biblico denominato Cantico dei cantici!

Enorme è stata la sua importanza nella tradizione d’Israele e in quella delle Chiese: anche se nei poemi che lo compongono, in cui emergono i chiaroscuri di un’insistita love story tra un uomo e una donna, non si riflette affatto di Dio, ma piuttosto di esperienze amorose, descritte con realismo e poesia… in modo tale che le sue pagine vanno considerate tra le più suggestive dell’intera Scrittura. Perché, allora, il Cantico dei cantici (Shir ha-shirim in ebraico) si trova nella Bibbia? La domanda – in ogni caso – non è peregrina: nei suoi appena 117 versetti, che non seguono uno schema preciso, non si parla mai di questioni religiose! Da qui, va storicamente registrato un grandioso tentativo, da parte cristiana ma anche ebraica, di adattarlo al posto che occupa, attribuendolo – come Proverbi e Qohèlet – all’autorevolezza di Salomone, e leggendolo in chiave allegorica e simbolica. Fra l’altro, mentre chiese e sinagoghe facevano di tutto per «travestirlo» e farlo apparire come un’opera «pia», un coraggioso protagonista della Riforma, il Castellione, nel Cinquecento trasse l’unica conclusione possibile allora, rifiutando qualsiasi addomesticamento: a suo parere il Cantico è una raccolta di canti profani che, in quanto tale, va tolta dalla Bibbia. Ma il dibattito nasce ben prima, almeno dal sinodo di Yavne (90 d.C.), quando i rabbini si chiesero per quale ragione il Cantico dovesse essere inserito nel canone delle Scritture. Qui fu rabbi Aqiva, morto martire per opera di Roma verso il 135, a sostenere: «In Israele nessuno ha mai contestato che il Cantico dei cantici sporca le mani, perché il mondo intero non vale il giorno in cui è stato dato a Israele il Cantico». Perché «è vero che le immagini del Cantico sono sensuali, descrivono colloqui d’amore, esaltano i baci e gli amplessi sessuali, ma nella prospettiva fondamentale dell’Antico Testamento la sessualità, con le sue molteplici manifestazioni, è un beneficio, una cosa buona che va esercitata nell’ambito dell’economia del dono, là dove la Torà autorizza: in questo caso può essere segno di una realtà che la trascende, quella dell’amore di Dio, sposo geloso ed amante vigoroso del suo popolo» (E. Bianchi).

Nella Lettera a un giovane cattolico (1961), lo scrittore tedesco Heinrich Böll prendeva spunto dal Cantico per sollecitare una «teologia della tenerezza», ritenuta assente nel cristianesimo odierno: «Ciò che fino a oggi è mancato ai messaggeri del cristianesimo di ogni provenienza è la tenerezza: tenerezza verbale, erotica, sì, persino teologica», faceva dire al giovane. Ma Böll gli rispondeva: «Non è vero che i messaggeri del cristianesimo non abbiano mai avuto tenerezza: il Cantico è stato pure letto nella Chiesa e, accanto a Benedetto, a Francesco, a Giovanni della Croce, ci sono state Scolastica, Chiara, Agnese, Teresa».

La partita è aperta. Da parte nostra, abbiamo gettato un po’ di sassi nello stagno…

 

Brunetto Salvarani

 

(pubblicato su Confronti di settembre 2013)

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2 comments

Pina Giacalone Teresi 7 Ottobre 2013 - 14:43

L’interpretazione di molti studiosi inquadra l’eros del cantico nella finalità del matrimonio.
Del resto è antica, ma sempre attuale, purtroppo, l’idea che la donna sia nata per soddisfare il desiderio dell’uomo e che il rapporto sessuale venga convalidato solo in vista della procreazione. Il solo ruolo che le è congeniale è quello di madre.
Genesi 3,16 ha indirizzato ebraismo e cristianesimo verso la convalida di questa tesi:
<>.
Studiosi moderni, invece, considerando l’eros dei protagonisti del Cantico rivolto verso il piacere reciproco, verso la soddisfazione completa del proprio partner, lo reputano non amorale.
Dice Helmut Gollwitzer: <>.
La procreazione, che, si, è un fatto naturale e consequenziale del rapporto fisico, non viene neanche presa in considerazione nel Cantico.
La cultura religiosa cristiana ha incanalato e sacralizzato il rapporto fisico nell’unione matrimoniale, una unione finalizzata alla realizzazione di una famiglia, avente un ruolo di cellula importante della società.
Anche se, personalmente, non rifiuto questa tesi religiosa-culturale-sociale perché è di aiuto all’amore, non posso non ritenermi soddisfatta nel constatare quanto l’eros nuovo, che scaturisce dalla lettura del Cantico, possa rivelarsi gioioso e liberante.
Il nuovo eros, di cui la protagonista è promotrice ed osservante, mi riconduce all’agape divino poiché mi riempie di una gratitudine infinita verso il mio Dio che mi permette di gustare e di condividere con il mio partner le gioie del rapporto sessuale.
Rapporto sessuale, che da donna, non desidero considerare assolutamente peccaminoso perché lo reputo, al contrario, un dono, un dono divino.
Ciò che rende sacro l’unione tra due esseri, infatti, è l’amore.
Non è l’istituzione, sia essa religiosa o civile, che sacralizza l’unione; ma è l’amore che si fonda sul piacere, sulla simpatia, sull’affetto, sulla donazione, sulla stima reciproca a sacralizzarlo.
Il rapporto fra un uomo e una donna, per durare nel tempo, deve essere alimentato dalla passione (fiamme divine), deve riuscire a superare la crisi delle molte acque e questo si può ottenere soltanto se è fondato sull’eros nuovo, di cui il Cantico dei Cantici è profondamente pregnante. Un eros vissuto nella sua pienezza e totalità, a 360 gradi cioè, ma con uno sguardo all’agape, all’amore cioè che si dona senza aspettarsi nulla in cambio.
L’amore sessuale non deve far paura ai credenti, non diminuisce il nostro amore per Dio, né lo svilisce, piuttosto lo rafforza e lo rende più passionale e più stabile.
Afferma Bonhoeffer in una lettera dal carcere del 20 maggio 1944: <>.

Pina Giacalone Teresi
pastora della Chiesa Apostolica Pentecostale di Marsala

Pina Giacalone Teresi 7 Ottobre 2013 - 14:50

Genesi 3,16 ha indirizzato ebraismo e cristianesimo verso la convalida di questa tesi:
Io moltiplicherò grandemente le tue pene e i dolori della tua gravidanza; con dolore partorirai figli; i tuoi desideri si volgeranno verso tuo marito ed egli dominerà su di te.

Dice Helmut Gollwitzer: La sensualità è precisamente la moralità del loro amore, perché è l’amore voluto da Dio, così interamente umano, fatto apposta per l’essere umano.

Afferma Bonhoeffer in una lettera dal carcere del 20 maggio 1944: Voglio dire che Dio e la sua eternità pretendono di essere amati dal profondo del cuore, senza però che l’amore terreno ne venga danneggiato o indebolito, qualcosa come un canto fermo, piuttosto, in rapporto al quale le altre voci della vita formino il contrappunto; l’amore terreno è uno di questi temi contrappuntistici, del tutto autonomi e tuttavia correlati al canto fermo. Non c’è forse nella Bibbia il Cantico dei Cantici? In verità non sapremmo immaginare un amore più caldo, più sensuale, più incandescente di quello che vi viene cantato ed è importante che si trovi nella Bibbia a smentire tutti coloro che vedono il cristianesimo nella moderazione delle passioni (ma dov’è mai questa moderazione nell’Antico Testamento?).

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