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Una diversità ormai antropologica?

by redazione

Per quanto ci si sforzi, resta davvero difficile riuscire a spiegare a uno straniero come sia possibile che Berlusconi sia al centro della vita politica italiana da quasi vent’anni, osannato e votato da milioni di persone, ancora in sella nonostante gli scandali e le condanne che in qualsiasi altro paese gli avrebbero fatto perdere totalmente di credibilità. Dobbiamo forse interrogarci su una possibile «diversità antropologica» del popolo italiano?

di Felice Mill Colorni

Da vent’anni l’Italia politica è incomprensibile al di là delle Alpi. In un certo senso lo è sempre stata. Un tempo, come conseguenza dei bizantinismi, della complessità, delle ramificazioni trasversali in cui si articolava, con i suoi numerosi partiti e le sue ancor più numerose e potenti fazioni e correnti interne. Ma anche per effetto del sofisticato intreccio fra politica e cultura, lontano dal carattere più pratico e spiccio della competizione democratica in molti altri paesi occidentali, ragione di preoccupazione, ma non di rado anche di ammirazione intellettuale. Un mondo politico cattolico molto più potente che altrove, ma non compattamente clericale, e percorso da inquietudini significative; il partito comunista più forte dell’Occidente, ma anch’esso, almeno dalla fine degli anni Sessanta in poi, sempre meno piattamente omologabile al comunismo internazionale; molte significative personalità intellettuali impegnate nella politica professionale, e in posizioni tutt’altro che marginali, nella sinistra, nei partiti laici, nella stessa Dc. L’Italia era un oggetto al tempo stesso imperscrutabile e affascinante, impegnativo oggetto di studio per gli osservatori stranieri. Un incubo per i corrispondenti esteri costretti a sintetizzare in poche righe le cronache da Bisanzio.

Da almeno vent’anni a questa parte l’incomprensibilità della politica italiana ha tutt’altre ragioni. Gli italiani che frequentano gli ambienti politici, accademici, economici o giornalistici costretti a interessarsi delle cose italiane – soprattutto quelli che poi decidono – si sentono chiedere soprattutto «come sia possibile»: inizialmente con costernazione crescente, alla fine con allibita rassegnazione.

È dal ’94 che le vicende italiane sono diventate incomprensibili per ragioni diverse, quasi opposte, a quelle di prima. Come può sembrare normale agli italiani che per una delle due parti politiche principali, e per tutte quelle minori, fare propaganda elettorale costituisca niente più che una partita di giro con le proprie società commerciali e che per l’altra significhi finanziare l’avversario, multimiliardario in euro? Com’è possibile che un uomo politico resti in carica mentre si indaga sul suo conto? E pure dopo essere stato condannato in primo grado? E anche in appello? E in Cassazione? E che, prima ancora, sopravviva a proscioglimenti per prescrizione da delitti gravissimi, senza mai chiedere, benché la legge glielo consenta, di essere giudicato nel merito? Che faccia votare a ripetizione dalla sua maggioranza leggi scritte dai suoi avvocati divenuti parlamentari, confezionate al solo scopo di trarlo dagli impicci? Che dia quasi l’impressione di vantarsi di essere al di sopra di ogni legge, incluse quelle approvate pochi mesi prima dalla sua stessa maggioranza? Che non si dimetta neppure quando i suoi più stretti sodali politici e personali sono condannati per aver corrotto giudici a suo esclusivo vantaggio o per i loro rapporti con la mafia? Che esibisca, assieme a servile devozione nei confronti di ogni richiesta vaticana, una passione da «utilizzatore finale» seriale di prostitute, tale da trasformare le sue abitazioni in altrettanti bordelli, e, titolare per dovere d’ufficio di segreti di Stato e militari, subisca palesi ricatti pecuniari da decine di giovanotte senz’arte né parte? Che riesca a convincere la maggioranza – la maggioranza! – del Parlamento italiano a dirlo sinceramente convinto che una di queste (quella sottratta su sua reiterata richiesta alla Questura e affidata la notte stessa dalla sua consigliera di fiducia a un prostituto transessuale brasiliano) sia la nipote di Mubarak? Che, intimo di Gheddafi, Putin, Lukashenko e Nazarbaev più che di qualunque leader democratico, gli venga accreditata dalla stessa «opposizione», ora forzatamente alleata, la qualifica di avversario «liberista» o addirittura «liberale»? Che la stessa «opposizione» continui a prendere sul serio uno così come leader politico, attribuendogli una cultura politica piuttosto che un’altra, anziché denunciarlo per quel che è?

Tutto incomprensibile, al di là delle Alpi, a sinistra come a destra, al centro come di sopra e di sotto. Gli interlocutori italiani civilizzati, e non obnubilati da eccesso di patriottismo, non possono che convenire, e al più far presente ai costernati amici europei o americani le conseguenze devastanti della mancanza di un’adeguata legislazione antitrust sui media. Ma non c’è dubbio che il fenomeno, più che con la politica democratica illuministicamente e razionalmente intesa, da tempo abbia a che fare con la psicologia sociale. Purtroppo, e sempre più, anche con l’antropologia culturale. L’idea di una giustizia alla mercé dei potenti, di uno Stato in cui conta soltanto «avere un santo in Paradiso» (espressione intraducibile nella maggior parte delle lingue occidentali), capace di intercedere e favorire, sta tutta nella storia dei costumi degli italiani. Non è stato difficile riattivarla, sarà arduo tornare a sforzarsi di superarla.

(pubblicato su Confronti di ottobre 2013)

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