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Euro e austerità: ecco la ricetta (sbagliata)

by redazione

Esperta di terrorismo ed economia, Loretta Napoleoni è consulente del think tank «Fundación Ideas» e socia di Oxfam Italia. Ha insegnato etica degli affari alla Judge Business School di Cambridge e conduce seminari in diverse università internazionali. Il suo ultimo libro si intitola «Democrazia vendesi» (Rizzoli, 2013).

intervista a Loretta Napoleoni

Ci ripetono ogni giorno che «c’è la crisi», ma forse al cittadino comune non vengono spiegati bene i fattori che hanno causato la situazione economica nella quale ci troviamo…

Le origini di questa crisi sono legate a quello che è successo nel 2008 (mutui subprime, derivati e processo di finanziarizzazione dell’economia a livelli sempre più insostenibili), ma le cause vanno ricercate anche più indietro, nella costruzione dell’economia basata essenzialmente sul debito. Quel che è successo nel 2008 è stato un po’ la punta dell’iceberg: hanno salvato il sistema bancario a spese delle economie nazionali dei paesi industrializzati. L’Italia, in particolare, senza rendersene conto è vittima di tutto questo: l’eccessivo indebitamento ha portato a una politica di austerità controproducente che, invece di migliorare la situazione, la peggiora.

Come si esce, quindi, dal tunnel dell’austerità?

Se ne può uscire solo con un cambiamento radicale delle politiche. Se si va a parlare con quei pochi industriali rimasti in Italia che ancora riescono a gestire delle piccole, medie o anche grandi aziende, ci rispondono tutti la stessa cosa: il problema è l’euro. Io lo vado dicendo da parecchi anni: noi abbiamo una moneta che non corrisponde a quelle che sono le nostre effettive capacità economiche. Questo è un problema che riguarda l’Italia, ma anche i paesi della cosiddetta «periferia» dell’Europa, che erano in concorrenza economica con la Germania. La Francia ha pagato meno questa situazione, perché non era direttamente in concorrenza con i vicini tedeschi. Noi invece abbiamo pagato un prezzo alto: molte industrie sono scomparse perché i tedeschi producevano meglio e a costi più bassi, erano più efficienti, e avendo la stessa moneta non si poteva più utilizzare il meccanismo della svalutazione o della rivalutazione. Il problema è che queste cose nel nostro paese non si possono dire, forse gli italiani non le vogliono sentire…

Forse in materia economica il «pensiero unico» è particolarmente schiacciante… Con questa «grande coalizione» al governo in Italia, che prospettive ci sono per uscire dalla crisi?

Secondo me non c’è nessuna speranza. Chi ci governa non fa certo gli interessi della popolazione, ma solo quelli personali o della propria élite. Negli altri paesi in difficoltà, però, almeno c’è maggiore opposizione alle politiche neoliberiste. Da noi invece, siccome c’è questo accordo tra destra e sinistra, la situazione è molto più seria. In Grecia una forza politica di sinistra come Syriza, che ha quasi il 30% dei voti, fa un’opposizione radicale alle politiche del governo (guidato dal conservatore Samaras in alleanza anche con i socialisti del Pasok, ndr). In Italia invece non c’è una vera opposizione a questo governo Pd-Pdl che si fonda esclusivamente sulla volontà di restare al potere, senza affrontare i veri problemi del paese. Se guardiamo all’opposizione, poi, il Movimento 5 stelle brancola nel buio: non ha una politica e non si capisce bene cosa voglia fare. Anche sull’euro non ha una posizione precisa.

Lei boccia l’euro in ogni caso o è critica solo verso il modo in cui è stata gestita tutta la materia? Con una politica diversa della Banca centrale europea, per esempio, le cose potrebbero migliorare?

L’euro produce ciò che produce il dollaro negli Stati Uniti: alcuni stati molto ricchi e altri molto poveri. La differenza, però, è che lì si parla la stessa lingua, ci si può trasferire facilmente da uno stato all’altro e ci sono forme di sostegno da parte del governo federale. In ogni caso, l’idea che l’euro ci avrebbe permesso di migliorare è stata smentita dai fatti: non c’è stata una crescita, ma siamo andati sempre più indietro. Quindi non capisco perché si continui imperterriti a crederci. Per noi l’unico modo per essere competitivi è avere una moneta diversa. A meno che la nostra economia non diventi competitiva come quella tedesca, ma ormai è troppo tardi: abbiamo venduto tutte le industrie, cosa potremmo fare? Luxottica, per fare un esempio, ha solo l’1% di fatturato in Italia.

Con il nuovo governo in Germania la politica tedesca nei nostri confronti potrà ammorbidirsi?

La linea della cancelliera Merkel rimane sempre la stessa, ma anche se dovesse cambiare l’atteggiamento del governo tedesco, la situazione per noi resterebbe gravissima: l’Italia va verso un progressivo impoverimento, ci stiamo de-industrializzando, come ha detto anche la Commissione europea. Siamo un paese in decadenza. Abbiamo l’Iva al 22% e rispondiamo con una manovra ulteriormente recessiva proprio in un momento di recessione economica…

Ecco, ma come fare delle scelte espansive senza «mettere in allarme» i mercati ed evitando la speculazione sul nostro debito pubblico?

Arriverà anche il momento in cui i mercati gireranno le spalle all’Italia, ma non è questo il momento. E comunque non possiamo preoccuparci solo di quello che potrebbero fare i mercati, perché il problema principale riguarda le condizioni della popolazione. Ai mercati non importa assolutamente nulla che gli italiani si stiano impoverendo: per loro, l’importante è che il governo riesca a racimolare quei soldi di cui ha bisogno. Se poi li toglie ai pezzenti e l’Italia assomiglia sempre più alla Parigi dei tempi de I miserabili… ai mercati non importa assolutamente nulla.

Quando i movimenti come Occupy Wall Street dicono «noi siamo il 99%», dicono la verità? Come può essere che solo l’1% riesca a far valere le proprie ragioni? Esiste un’area intermedia, ossia una classe sociale a cui comunque fa comodo questa situazione di disparità economica?

La grande maggioranza della popolazione non ha la minima idea della ricchezza di quell’1% e di quanto siano diventate grandi le disparità. Certo, poi c’è chi all’interno di quel 99% sta un po’ meglio e un po’ peggio, ma la differenza tra quell’1% e il resto della popolazione è immensa. Per ridurre le sproporzioni nella ricchezza bisognerebbe ricorrere a soluzioni radicali, come ad esempio le espropriazioni e le nazionalizzazioni. L’opinione pubblica ha subìto un lavaggio del cervello, per cui è convinta che questo sistema economico sia l’unico possibile. E questa convinzione viene rafforzata dalla speranza di poter far parte, un giorno, della classe più ricca. La maggior parte delle persone non mira alla giustizia sociale, ma alla ricchezza: vuole illudersi di poter raggiungere i livelli di quell’1% più ricco, ma non si rende conto che così facendo la povertà non fa che aumentare ulteriormente.

intervista a cura di Adriano Gizzi

(pubblicato su Confronti di novembre 2013)

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