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«La prima neve»

by redazione

«La prima neve»
di Andrea Segre
con Giuseppe Battiston, Anita Caprioli, Jean Christophe Folly
Italia 2013

 

Placare il rancore seguendo il respiro dei boschi

di Andrea D’Eramo

«I song’ o specchio addo’ tu ‘n te vuliss’ mai guarda’» (Almamegretta, Nun te scurda’). Io sono lo specchio dove non vorresti mai guardarti. Questo dice la canzone e questo specchio sono i film di Andrea Segre, giovane (1976) regista veneziano approdato con La prima neve al suo secondo lungometraggio «di finzione» dopo Io sono Li e dopo una serie di documentari (Mare chiuso, 2012, A sud di Lampedusa, 2006, il terribile e necessario Come un uomo sulla terra (2009), nei quali ha fotografato, raccontato, reso voce, volto, profondità alla gente che ha traversato – o ha provato a farlo – mezzo continente nero e mezzo Mediterraneo e che poi è stata trasformata in un servizio televisivo di tre minuti. Non si vuole guardare nello specchio, invece Segre ha costretto a farlo. E lo ha fatto con delicatezza, pudore, incisività. La prima neve, che non è un documentario anche se ne conserva lo sguardo sui luoghi nell’eccezionale fotografia di Luca Bigazzi, mette per questa volta in secondo piano il macro dramma dei migranti, pur prendendone spunto, e pone di fronte a temi intimi e profondi, inscenando una «pièce» teatrale ambientata nei boschi di Pergine (Val dei Mocheni, Trentino).

Il togolese Dani (Jean Christophe Folly), reduce dalla traversata di cui sopra, è ospite di una casa d’accoglienza in un piccolo paese trentino. Ha con sé una figlia piccola, ma la madre della bambina non c’è. Assente. Nello stesso centro presta opera di volontariato Elisa (Anita Caprioli), che vive in un maso col suocero e il figlio undicenne Michele (Matteo Marchel, rivelazione). Il padre del ragazzino non c’è. Assente. Dani, che vorrebbe andare a Parigi ma i permessi non arrivano, non riesce a venir fuori dal rancore per la bambina che ritiene responsabile dell’assenza della moglie, e – incapace di amarla – se ne tiene lontano. Anche Michele, che sembra un parente stretto de Il ragazzo con la bicicletta dei fratelli Dardenne, ha un rancore, una colpa da addossare, l’assenza del padre che non vuole e non sa spiegarsi, e rende il proprio rapporto con la madre un inferno quotidiano fatto di silenzi, fughe, scatti d’ira. Entrambi dunque vivono amputati del futuro che avevano immaginato, a cui avevano diritto. La loro reazione, che li attanaglia e li condanna, è quella di negare ai presunti responsabili, la bambina e la madre, lo stesso diritto. La possibilità di esistere ancora, di scegliere. Di essere amati. Colpevoli perché sopravvissuti.

Nell’attesa della neve – che Dani non ha mai visto – si assiste a un crescendo di tensioni, di travagli interiori dei due protagonisti, l’uomo e il bambino, entrambi consapevoli della propria ingiustizia ed entrambi convinti di non poter rinunciare ad essere ingiusti. Al dramma vivissimo dei due, fanno da contrappeso gli sguardi della madre e del nonno, anche loro travolti da un destino contrario e però decisi a non lasciarvisi assoggettare. Sullo sfondo degli incredibili paesaggi e seguendo la cadenza lenta e ancestrale dei boschi, i personaggi troveranno modo di confrontarsi e di ascoltarsi, vincendo le sordità autoinflitte. Sarà infatti lavorando fianco a fianco del nonno, che lo ha voluto con sé nella sua falegnameria al maso, che Dani riuscirà a togliersi la benda dagli occhi, a riconoscere la propria adeguatezza ad essere padre, a vedere finalmente la bambina per quello che è – un essere umano messo al mondo e in pieno diritto di vivere – e non per il simbolo di morte che ha incarnato. E ci riuscirà usando l’istinto, lo sfogo, la fiducia, le parole, l’empatia degli uomini, specchiandosi dove non avrebbe voluto. Ci riuscirà lasciandosi finalmente andare alle lacrime. Cose che corrono su binari che non si vedono ma esistono da sempre. Cose che non s’insegnano ai freddi corsi per mediatori culturali, infatti Dani rifiuta garbatamente l’invito ad aprirsi di Elisa, arrivato nelle sale del centro d’accoglienza. Michele, al termine della sua spirale di rabbia, riuscirà a riconoscere in Dani un qualcuno di cui fidarsi, la figura mancata per potersi rappacificare col tempo e – soprattutto – coi luoghi, arrivando a condurre Dani stesso, prima della sua partenza, nel luogo più rappresentativo e simbolico, nel proprio armadio dei mostri per sconfiggere – insieme, ed è la chiave del film – i mostri stessi. Dopo sarà pace per tutti.

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