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Scuola e multiculturalità

by redazione

di Marina Boscaino

«La scuola è lo specchio della società, è la prima palestra dell’integrazione (…); è giusto che si discuta di questi tempi, perché è necessario che la società capisca che il futuro è multietnico. Dobbiamo dare agli insegnanti gli strumenti per lavorare sull’integrazione» (www.direttanews.it); così la ministra dell’Istruzione Carrozza in una recente intervista. Ma nella scuola pseudo-rottamata alle parole corrispondono raramente i fatti. Eppure, come vedremo, la normativa italiana è all’avanguardia per propiziare convivenze equilibrate improntate alla multiculturalità come valore di crescita reciproca.

«La multiculturalità – scriveva 15 anni fa Duccio Demetrio – è un dato di fatto i cui sviluppi appaiono irreversibili e incontenibili proprio perché quanto va accadendo non potrà mai essere arrestato da leggi restrittive sull’immigrazione nei diversi paesi» (D. Demetrio, «Pedagogia interculturale e lavoro sul campo», in D. Demetrio-G. Favaro, I bambini stranieri a scuola, La Nuova Italia, Firenze 1997, pag. 25). Da allora gli studenti migranti hanno determinato un flusso sempre più consistente, soprattutto nelle aree a maggiore sviluppo economico o nei grandi nuclei urbani.

Dimensioni del fenomeno

Al momento, in alcune province tra Emilia-Romagna e Veneto, circa il 15% degli allievi proviene da paesi stranieri. La gestione è complessa e definisce un fenomeno strutturale del nostro sistema formativo. Parliamo di 739.654 studenti: 114.319 nella scuola dell’infanzia, 271.857 nella primaria, 169.963 nella secondaria di I grado, e 180.515 in quella di secondo grado (www.edscuola.eu). La metà è nata in Italia. Esistono tendenze confermate, come l’iscrizione dei migranti nell’istruzione professionale. Oppure gli esiti di apprendimento, meglio valutabili se si fa riferimento al 2007, quando la somma di «ottimo» e «distinto» era inferiore al numero di sufficienti. L’11,6% dei ragazzi italiani era in ritardo, a fronte del 42,5% dei migranti; alle superiori, poi, il 24,4% degli italiani e il 71,8% degli stranieri: il 40,7% degli stranieri nell’istruzione professionale e il 37,6% in quella tecnica, a fronte del 19,9% e del 35% degli italiani. La media sembrava (la situazione oggi è peggiorata dalla «riforma» Gelmini) aver rinunciato alla funzione orientativa per confermare nei vari segmenti delle superiori destini socialmente determinati. Gran parte dei «sufficienti», migranti e non, si iscrivono nella zona più debole della scuola superiore, che concentra svantaggio sociale e ritardo. Il sistema scolastico dovrebbe invece scongiurare l’iterazione di marginalità e di residualità, soprattutto tra i futuri italiani.

Implicazioni del fenomeno

Un sistema scolastico fondato su accoglienza, inserimento e cittadinanza consapevole significa concreti risparmi; nel caso opposto i costi ricadono sui contribuenti. Significa inoltre sostenere un inserimento progressivo e non invasivo, affiancando la possibilità di rafforzare (con il contatto e il confronto) appartenenze ed identità in condizione di autentica espressione delle matrici culturali saldate nel luogo della cittadinanza universale: la scuola.

Nel gennaio 2010 il Gruppo Abele ha pubblicato, sulla sua rivista Animazione sociale, l’inchiesta «L’integrazione dei ragazzi stranieri alle superiori», dove si approfondiscono i problemi che si incontrano nell’inserimento di migranti adolescenti. Problemi senz’altro più complessi rispetto a quelli che si presentano nell’inserimento dei bambini, a causa di una vita pregressa più consistente e un senso di sradicamento più cosciente. La scuola deve individuare strategie adatte e differenziate.

Politiche e mentalità

L’Italia ha dovuto fare i conti con i tagli alla scuola pubblica, le resistenze generali e l’avversione di quote di popolazione e amministratori, soprattutto del Nord, promuovendo l’accoglienza e l’azione normativa per garantire anche ai ragazzi stranieri le tutele costituzionali.

Al principio della centralità del soggetto in apprendimento sono richiamati – almeno formalmente – sia normativa e atti nazionali (dai curricoli della scuola di base di De Mauro in poi) sia i curricoli di ogni istituto, che dovrebbero considerare apprendimento e sapere «costruzione personale del soggetto», con variabili spesso diverse. Chi opera nella scuola dovrebbe promuovere una cultura ampia, che rimuova gli ostacoli (ideologici) della comunità educante nei confronti di accoglienza e inclusione; nonché costruire competenze professionali indiscusse che comportino il raffinamento continuo del complesso di azioni e strategie a carico dei singoli insegnanti, per permettere un’azione diretta nella gestione di gruppo e singoli che concretizzi l’uguaglianza di opportunità educative.

Diritto, diritti, linee-guida, protocolli

La giurisprudenza si è orientata a garantire il diritto di accesso del minore a scuola, all’accoglienza e all’integrazione. A prescindere dalla regolarità della posizione di soggiorno, gli alunni vanno ammessi a scuola e la documentazione per l’iscrizione può ricorrere all’autocertificazione, in attesa di riscontro. Il criterio di inserimento è l’età anagrafica, salvo delibere alternative del Collegio in casi particolari. «La scuola è aperta a tutti». Ma essa deve garantire anche successo formativo e perfezionamento di una cittadinanza consapevole nel nostro paese, rispettando la cultura originaria. A questo tendono le «Linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri» del 2006 e specialmente un documento del 2007, «La via italiana per la scuola interculturale e l’integrazione degli alunni stranieri».

Sono poi del 2010 le «Raccomandazioni per l’integrazione degli studenti migranti», con il limite del 30% in ogni classe, un’imperfetta e discutibile mediazione tra proposte indecenti e derive xenofobe e con indicazioni per l’alfabetizzazione in Italiano.

In alcune zone accoglienza e integrazione sono priorità del Piano dell’offerta formativa (Pof), con conseguente investimento di risorse. Sarebbero fondamentali formazione e aggiornamento adeguati, sia per i docenti sia per gli Ata (personale amministrativo, tecnico e ausiliario), soprattutto nel campo di comunicazione e relazione, e predisposizione di materiale informativo, adeguatamente tradotto, su scuola, territorio, opportunità, modalità organizzative.

Vanno promosse raccolta e archiviazione di dati per la costruzione del profilo di ogni studente: situazione di ingresso e azioni utili per supportare l’apprendimento, metodi efficaci per valutare conoscenze e competenze; fondamentale l’acquisizione di biografie socio-linguistiche. È sottolineata anche la necessità di conoscenze e informazioni sui principali sistemi scolastici di provenienza, per trovare corrispondenze tra titoli acquisiti, certificazioni, obiettivi, determinazione delle competenze e loro valutazione.

Vanno previsti protocolli di accoglienza e acquisto di materiale – libri, materiale multimediale e così via – nella lingua originaria degli studenti: obiettivo dell’educazione interculturale non è la rimozione delle provenienze, ma una prospettiva di coesistenza. Dove la presenza di migranti è massiccia, oltre alle risorse sull’alfabetizzazione in Italiano L2 (come seconda lingua) occorre che il Pof sia integralmente informato ai principi dell’interculturalità nei saperi e nelle discipline, della costruzione di chiavi di cittadinanza in una logica multiculturale, della verticalizzazione del curricolo interculturale. Fondamentale riservare particolare attenzione alle famiglie.

Alunni con bisogni educativi speciali

La controversa e discussa direttiva del 27 dicembre 2012 («Strumenti di intervento per alunni con bisogni educativi speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica») afferma che «l’area dello svantaggio scolastico è molto più ampia di quella riferibile esplicitamente alla presenza di deficit. In ogni classe ci sono alunni che presentano una richiesta di speciale attenzione per una varietà di ragioni: svantaggio sociale e culturale, disturbi specifici di apprendimento e/o disturbi evolutivi specifici, difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana perché appartenenti a culture diverse». A tutti questi soggetti sono applicabili – in modo permanente o temporaneo – misure compensative e dispensative. Speriamo che questa semplificazione non sia destinata – se troppo estesa – a creare discriminazioni o, se usata in modo troppo restrittivo, a non risolvere i problemi più frequenti. Il tutto nel dubbio che sia questa la strada per costruire un modello di scuola multietnica e multiculturale, capace di valorizzare le differenze.

(pubblicato su Confronti di dicembre 2013)

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