Home Religioni Adriano Prosperi e Vito Mancuso alla presentazione del libro di Luigi Sandri sui Concili

Adriano Prosperi e Vito Mancuso alla presentazione del libro di Luigi Sandri sui Concili

by redazione

Lo storico Adriano Prosperi e il teologo Vito Mancuso hanno presentato a Roma, alla libreria Fandango, il libro di Luigi Sandri «Dal Gerusalemme I al Vaticano III. I Concili nella storia tra Vangelo e potere» (Il Margine, Trento 2013, 1080 pagine, 30 euro). I temi maggiori del libro, la sua documentata analisi, le luci e le ombre di quelle assemblee. In questa carrellata che percorre duemila anni emergono anche vicende di solito sottaciute nella catechesi, nella predicazione e nelle trasmissioni che si occupano di Chiesa: ad esempio, la violenza con la quale papi e concili hanno deliberato contro «eretici» (tali definiti dal potere ecclesiastico), ebrei e musulmani; e poi, naturalmente, il peso del potere politico nei concili; il vissuto del popolo cristiano; l’ardimento evangelico di alcuni ed alcune; la novità del Vaticano II ed i problemi irrisolti del post-Concilio. Per il futuro, Sandri auspica un «Vaticano III», cioè un Concilio generale della Chiesa romana, e uno autenticamente ecumenico di tutte le Chiese.

Chi non trovasse nella sua libreria di fiducia il libro di Luigi Sandri, può richiederlo al Margine (editrice@il-margine.it, tel. 0461983368); oppure a Confronti (abbonamenti@3.121.62.245; tel. 064820503, 0648903241).

 

La questione del potere nella Chiesa romana

di Adriano Prosperi

Professore emerito di Storia moderna presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, Adriano Prosperi è membro dell’Accademia nazionale dei Lincei. Tra i suoi numerosi saggi, ricordiamo «Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari» (Einaudi, 1996), «Il Concilio di Trento: una introduzione storica» (Einaudi, Torino 2001) e «Il seme dell’intolleranza. Ebrei, eretici, selvaggi: Granada 1492» (Laterza, Roma-Bari 2011).

Pubblichiamo qui il testo della presentazione orale, trascritta e rivista dall’autore.

Intorno a papato e concilio, alla storia dei loro rapporti e alle loro attuali prospettive si sta di nuovo interrogando questo o quel momento o aspetto del passato. Luigi Sandri con un lavoro intenso e appassionato arriva col suo libro sulla scena di un presente dove al «sovrano pontefice» si è sostituito un «vescovo di Roma»: un passaggio che non era prevedibile all’inizio del progetto del libro ma che oggi conferisce alle questioni qui affrontate un forte sapore di attualità e di investimento nel futuro: e questo anche perché nel libro di Luigi Sandri la storia dei concili viene affrontata in una chiave di attesa, di scommessa. Lo mostra la struttura prospettica di questa sua opera. La prospettiva è per sua natura connaturata ai libri di storia: in genere lo sguardo si allarga dal nostro punto di osservazione verso il passato. Nel libro di Sandri la prospettiva è rovesciata: si parte da un passato remoto percorso a passi rapidissimi e si sfocia nel passato che si colloca alle nostre spalle e per i più anziani fa parte della loro vita: qui il libro cresce per dilagare nella cronaca recente. È una maniera di raccontare particolarmente indovinata per un libro che vuole rispondere alle domande che più stanno a cuore all’autore e ai suoi lettori: «dove siamo noi (i cristiani, i credenti), come ci siamo arrivati, qual è lo stato della Chiesa e del cristianesimo oggi, come si arriva a capire la situazione del mondo dal punto di vista del rapporto fra le religioni».

A questi lettori interessa certamente sapere cosa è accaduto nel primo concilio, il cosiddetto «Concilio di Gerusalemme», che è quello fondamentale da cui parte tutta la serie. Ma interessa ancora di più capire perché da quel Concilio degli Apostoli, che si concluse con la formula «piacque allo Spirito Santo e a noi» (l’espressione che apparve «magnifica» a Bossuet e che indicava una decisione presa collegialmente, in nome dello Spirito Santo), si arriva a un’epoca in cui lo Spirito Santo giungeva a Trento da Roma chiuso nelle valigie dei cardinali legati: un’epoca in cui tutto si riassume e si concentra nella figura del papa, diventato l’unico titolare di quel potere spirituale che lo ha reso il grande protagonista della storia della cristianità occidentale. Ma il rarefarsi intorno al papa del consenso della Chiesa universale, da cui secondo Bossuet dipendeva l’efficacia di quella espressione, permette di capire perché oggi il papato conosca una fase di ripensamento e di mutamento di stile da parte del suo stesso titolare che ci incuriosisce e ci interessa tutti, credenti e non credenti, specialmente in un tempo e in un paese come l’Italia dove la cronaca, sempre vatican-dipendente, reca da piazza San Pietro notizie di mutamenti continui e interessanti. Le stesse fonti che nello studio della storia abbiamo consultato e usato abitualmente appaiono o vengono presentate in una luce diversa, segno di una riapertura di antichi e mai chiusi dossier.

I concili «ecumenici» o «generali»

Si pensi al caso qui analizzato dell’edizione dei decreti edita nel 1962 dal Centro di documentazione di Bologna e curata da un gruppo di autorevoli studiosi guidato da Giuseppe Alberigo in occasione del Concilio Vaticano II: si presentò col titolo «Conciliorum oecumenicorum decreta» e oggi si riaffaccia con molti concili in più e un titolo diverso che ha suscitato una reazione piccata dell’Osservatore Romano (Conciliorum oecumenicorum generaliumque decreta). Quel nuovo titolo implica la messa tra virgolette della definizione di «concilio ecumenico», prendendo atto della discrepanza tra le Chiese cristiane in merito all’uso della definizione di «ecumenico»: tanto è vero che il terzo volume dedicato ai decreti dei concili dal Tridentino al Vaticano II ha il titolo The Oecumenical Councils of the Roman Catholic Church.

Intanto uno dei curatori dell’edizione del 1962, lo storico cattolico Paolo Prodi al quale si deve un fondamentale libro sulla storia del papato in età moderna (Il Sovrano Pontefice, un corpo e due anime, Il Mulino), ha proposto una sua riflessione sulla durata del paradigma tridentino, come epoca della storia della Chiesa da considerare conclusa. Un altro storico, Benoît Schmitz, ha dedicato una serie di ricerche confluita adesso in una robusta thèse della Sorbona alla storia dell’esercizio del potere spirituale del papa tra ‘400 e ‘600, che si apre con la suggestiva ricostruzione delle moltissime rappresentazioni commissionate dai pontefici tra ‘400 e ‘500 della scena simbolica capitale: il conferimento delle chiavi del regno dei cieli al solo Pietro e ai suoi successori.

Non si tratta solo di quel che accade negli studi ma di una realtà che tutti ci avvolge. Usciamo da un secolo in cui il conflitto di religione è stato un conflitto fra religioni. L’Italia ha vissuto direttamente, in maniera speciale, questo conflitto tra religioni, quella cattolica e quella comunista. Parliamo di religioni perché al di là delle ideologie che le sostenevano erano vissute ambedue come fedi capaci di trascinare le folle e di suscitare violente passioni. Rivolgimenti profondi nelle cose e nelle idee hanno investito in questo inizio di secolo l’una e l’altra fede nel mondo occidentale, tanto che è diventato abituale parlare in generale di «crisi delle ideologie» per riferirsi al venir meno di un investimento non tanto e non solo razionale in quelle opposte prospettive: che erano quelle dell’attesa e della speranza di giustizia, nel mondo terreno o nella città di Dio. Questo evidentemente è qualcosa che inquieta perché lo si avverte come un vuoto e pone a molti il problema di come si possa andare avanti senza l’una o l’altra di quelle prospettive di futuro. E la chiave che ha scelto Luigi Sandri per fare un esame della situazione è stata quella della storia del cristianesimo sotto il profilo dei Concili.

La storia dei Concili l’hanno raccontata soprattutto autori ostili o almeno critici nei confronti del papato. Fondatore moderno della storia dei Concili fu fra’ Paolo Sarpi, la cui Istoria del Concilio Tridentino, edita per la prima volta a Londra nel 1619, è una lettura ancora straordinariamente viva. Concilio e papato sono i protagonisti di una lunga lotta tra due concezioni diverse del potere di governo nella e sulla Chiesa: e la storia dei concili ha attirato per lo più persone che avevano un interesse personale alla vittoria del Concilio. Ne è un esempio l’opera canonica di Karl Josef von Hefele, lo studioso che come vescovo di Rottenburg partecipò al Concilio Vaticano I e prese una posizione di netta diffidenza nei confronti del dogma dell’infallibilità papale. Hefele fu assente nella sessione in cui quel dogma fu ratificato, però poi rimase nella Chiesa, non seguì la scissione dei Vecchi cattolici. Comunque si preparò al Concilio con questi grossi volumi che poi – variamente rielaborati, tradotti e stampati – sono stati l’opera di riferimento obbligata per quanto riguarda la storia dei concili. E si arriva poi al Concilio Vaticano II, quando la Storia del Concilio di Trento di Hubert Jedin, un’opera intenzionata a «superare» Sarpi, accompagnò la preparazione e lo svolgimento del Concilio che poi si tenne dal 1962 al ’65. E accanto alla Storia del Concilio di Trento poi Jedin pubblicò anche una Breve storia dei Concili di taglio informativo e in una chiave completamente diversa da quella del volume di Luigi Sandri, cioè in chiave di consuntivo di una storia che si concludeva sostanzialmente con Trento e considerava realisticamente possibile soltanto una continuazione, su quella stessa lunghezza d’onda, di Concili sotto controllo papale.

La sfida del «conciliarismo»

Sembrava così definitivamente scomparsa la grande corrente del «conciliarismo», quella tendenza che prese corpo nel XV secolo: allora, mentre il papato si inabissava in lotte laceranti tra più pontefici, emerse un modello di costituzione parlamentare come alternativa alla monarchia sacrale: il governo della Chiesa fu affidato a periodiche e regolari convocazioni del Concilio. Lo spettro di quel conciliarismo perseguitò il papato nel momento decisivo della sua ripresa di potere politico e statale nel ‘400 e del rapporto con la Riforma. Il papato come monarchia che si affacciò nella politica europea delle grandi potenze statali fu quella costruzione mista di sovranità territoriale in gara con le altre e di potere spirituale fondato sull’esclusiva titolarità delle chiavi di Pietro.

Quella frase del testo evangelico sulla registrazione in cielo di ciò che si lega o si scioglie in terra era la promessa decisiva, quella da cui dipendeva tutto il sistema dei perdoni, di erogazione dei doni spirituali, la realtà immateriale sul cui controllo si era combattuto e si doveva ancora combattere nella storia del cristianesimo. Noi italiani pensiamo per lo più al papato come a un potere temporale, che tira i molti fili della politica e della finanza in Italia. Deformazione inevitabile, dovuta alla lunga realtà storica dell’incombente presenza speciale del papato. Ma così dimentichiamo che il papato è vissuto soprattutto grazie alla titolarità e alla amministrazione di un potere immateriale.

A Stalin, che si chiedeva quante divisioni avesse il papa, era già stato risposto nel Cinquecento da Machiavelli: il papato non ha bisogno di soldati per difendere il suo stato, perché è retto da cagioni superiori, cioè – traduciamo noi – è titolare di un potere immateriale. Machiavelli intuì la portata della sfida di Lutero, che da allora in poi dividerà il cristianesimo europeo, quando affermò nelle Istorie fiorentine che il papato si era retto nei secoli grazie alle perdonanze, grazie alle indulgenze, ma che stava rischiando proprio allora di perderlo.

L’imprevedibile scelta di Francesco

Queste sono solo alcune delle tante riflessioni che il libro di Luigi Sandri stimola. Come lettore, lo trovo una riuscitissima sintesi di informazione corretta e di lettura accattivante. Spesso cadiamo nell’errore di pensare che l’esposizione per un largo pubblico di complesse e difficili questioni sia un «volgarizzare», un abbassare la dignità delle questioni, e che il tradurre comporti un tradire (per usare i termini di una fondamentale messa a punto di Folena sul tema). Ebbene qui la materia (dottrinale, filologica, storica) è tradotta dagli specialismi senza essere mai tradita. L’esposizione è nitida, l’informazione è esatta. Luigi Sandri rivela una straordinaria scioltezza nel raccontare cose remote e spiegare intrichi presenti. In una vicenda millenaria che ha lasciato imponenti documentazioni e incrostazioni polemiche infinite ha l’abilità di far parlare le fonti immettendo i documenti nel corpo stesso del suo racconto. Gli basta una pagina de L’Osservatore romano sulla questione dell’edizione bolognese dei Conciliorum, per introdurre il lettore sulla scena di un complesso movimento di idee e di schieramenti in lotta.

L’autore di questo libro ha non solo un rapporto vivo con le cose che studia e una esigenza vitale di chiarire a se stesso e agli altri questi problemi ma a questo aggiunge una grande capacità di comunicare, di confrontarsi con i personaggi e i documenti del passato e di renderli parlanti al lettore. Si pensi a quei semplici e simpatici artifici da lui impiegati, come quello per esempio di unire via via le pagine con dei promemoria. Basta una parola in fondo a sinistra in una pagina, un’altra parola chiave della pagina successiva…) e così il lettore non si distrae e non si stanca mai nella lettura. Ma soprattutto c’è da dire che Luigi Sandri trasfonde in questa narrazione una forte carica di attesa, un senso vivo della problematicità del presente, del contesto in cui viviamo. Lui lo legge nei termini in cui lo vivono oggi i cristiani, quelli tra di loro che si collocano fuori da ogni chiusura preconcetta e che guardano con speranza al futuro.

Il libro interpreta una domanda forte di mutamento: una domanda che, per i casi della storia, ha trovato un avvio di risposta in una improvvisa e imprevedibile svolta storica, la trasformazione subìta dal papato sotto i nostri occhi con l’avvento di papa Francesco. Il libro è stato scritto prima dell’elezione di Bergoglio, ma per sua fortuna Sandri ha fatto in tempo a poter aggiungere gli ultimi capitoli subito dopo l’arrivo del nuovo papa. Quindi a questo punto anche il tono delle sue domande, la carica di aggressività verso la realtà che c’è in questo racconto, ha trovato un aggancio nella realtà. Cosa che succede molto di rado. Generalmente il mondo se ne infischia delle nostre chiavi di lettura e va per i fatti suoi. In questo caso è successo che un’improvvisa brusca virata (di quelle che la lunghissima storia della Chiesa conosce) ha fatto sì che un papato particolarmente gelido, reazionario, regressivo, portato a cancellare il Vaticano II per riagganciarsi al Tridentino nella sua forma più controriformista, dopo una serie di fallimenti clamorosi (che sembravano trascinare con loro la possibilità stessa dell’esistenza di un consenso cristiano intorno al papato) ha dovuto cedere il passo ad un’altra e assai diversa e insolita figura.

Di conseguenza oggi seguiamo tutti con maggiore attenzione le cose che accadono a San Pietro. E anche chi non frequenta quella piazza nelle occasioni solenni, ma la attraversa diretto alla biblioteca e agli archivi vaticani, trova spesso alimento di curiosità e motivo di speranza nelle cose che questo nuovo vescovo di Roma tira fuori: la scommessa è grande e il fatto che il papa oggi sia un vescovo che viene dalla «fine del mondo» segnala all’osservatore più distratto un caso concreto di globalizzazione, di «diseuropeizzazione» del cattolicesimo. Il che ha un nesso con l’altro fatto nuovo negli annali del papato: che un gesuita sia diventato papa. Se c’è stato bisogno di chiamare a Roma un vescovo gesuita da così lontano, vuol dire che si è concluso un ciclo molto lungo.

Il legame fra l’Europa e il papato romano nacque quando entrò in crisi l’unità ecumenica della Chiesa col rompersi dell’unità dell’impero romano. Il papato fece lega con l’Europa, scelse l’Europa come proprio destino nell’anno 595, quando a una contestazione del primato di Roma da parte del patriarca di Costantinopoli, papa Gregorio I ribatté che il primato della sede romana si fondava sul legame con l’Europa, quella dei popoli barbari, quella perduta dall’imperatore d’Oriente. Il papato quindi strinse allora un vincolo esclusivo con l’Europa, abbandonando l’oriente cristiano e scommettendo sul legame fra cristianità, Roma e l’Europa. Una scommessa che sarà vincente nei secoli successivi, ma che oggi sembra giunta vicina al suo termine. Non è la prima volta che accade: in realtà già nei secoli XVI e XVII ai missionari impegnati nel mondo fu familiare l’utopia della nascita di una vera cristianità nel Nuovo Mondo, con l’abbandono di un’Europa in fiamme. Anche per questo l’identità e lo stile di gesuita del nuovo vescovo di Roma appaiono come la realizzazione di quelle utopie.

Quali sono, allora, le ragioni dell’investimento in un possibile Concilio, quello a cui guarda questo libro? Se è vero che il paradigma tridentino ha fatto il suo tempo, quella che abbiamo ormai alle spalle (anche se molte incrostazioni durano ancora) sarebbe la Chiesa del clero che fa barriera fra il papa e i semplici fedeli, che si erge al di sopra del laicato, dominandolo. La struttura verticale e clericale della Chiesa, restaurata e rafforzata in risposta alla Riforma del ‘500, permise la sopravvivenza del potere ecclesiastico grazie all’alleanza con le classi e i poteri laici dominanti. Usiamo il condizionale perché quello che ci sta davanti ancora non lo vediamo. Si ha solo l’impressione che la scommessa che si sta giocando sia molto forte e che investa per l’appunto la questione del potere delle chiavi, nella sua forma più semplice.

Il potere di legare e di sciogliere

Il problema è: chi avrà da oggi in poi nella Chiesa il potere di erogare i perdoni? Di girare la chiave nel senso giusto, di sciogliere sulla terra le cose che devono essere sciolte? Passerà forse, questo potere, da un uomo come «vicario di Cristo» (prima si diceva «vicario di Pietro» – Luigi lo racconta molto bene nel suo libro) a un corpo conciliare, a forme di consultazione continua e policentrica? Chissà. Certo, viene in mente la grande discriminante aperta da Lutero quando, pur avendo fatto il suo celebre appello a un concilio libero e cristiano, si rifiutò di sottoporre il fondamento unico della fede, la Scrittura, alle oscillazioni storiche inevitabili di poteri umani. Intanto c’è un dato di fatto che è comunque nuovo e insolito: siamo davanti ad un papato duplice, abbiamo una diarchia. C’è un’enciclica (Lumen fidei, 29 giugno 2013) «firmata», per così dire, da due pontefici, ma il problema è che essi esprimono due modi radicalmente diversi di concepire il posto della Chiesa e la funzione del clero.

Nel Giudizio Universale di Michelangelo un Cristo erculeo con una mano perdona e con l’altra condanna e dà una sentenza immediatamente operativa in un mondo che è fatto soltanto di esseri umani, divisi in dannati ed eletti; non c’è però quello che invece subito dopo il suo biografo, ammiratore e continuatore, Giorgio Vasari, raffigurerà in un suo Giudizio Universale di pochi anni successivo, in cui si vede una serie di cerchi concentrici con Cristo e la Madonna al centro e poi la corte ecclesiastica dei pontefici e dei cardinali e infine i laici nel circolo più esterno.

Vasari, da perfetto cortigiano, intuì dove soffiava il vento: soffiava nel senso di una gerarchizzazione della società, in cui il filtro fra Cristo e i fedeli sarebbe stato costituito soltanto dal corpo ecclesiastico: quel corpo che per difendere il suo onore e per nascondere le sue colpe ha poi elaborato le regole che sono diventate pubbliche, note, e ai nostri giorni hanno fatto esplodere una crisi violentissima all’epoca dello scandalo dei preti pedofili. Ecco, il nostro presente è l’erede di quelle due immagini: la questione è se avremo una soluzione del problema o se tutto si scioglierà in quell’avvicendamento di un papato a un altro che è la forma storica di questa Chiesa occidentale. Una forma che ha tutti i rischi della casualità, ma anche i vantaggi della flessibilità ai mutamenti storici.

Intanto bisogna rallegrarsi con Luigi Sandri, l’autore di questo libro fresco, vivo, attraente, scritto non per specialisti ma utile anche per loro: un libro dove tutti i lettori possono ripercorrere in tutta la sua estensione il lungo cammino della elaborazione di idee e di forme di governo che hanno riguardato non solo la Chiesa ma anche la società intera e le istituzioni fondamentali dell’esercizio del potere, quelle egemoniche e quelle parlamentari. L’investimento appassionato che l’autore ha dedicato a una materia così ricca e complessa ha dato vita a un ottimo risultato.

La sostenibile pesantezza dell’essere cattolici

di Vito Mancuso

Mancuso è docente di Storia delle dottrine teologiche all’Università di Padova. Tra i suoi libri, ricordiamo «L’anima e il suo destino» (Raffaello Cortina, 2007) e «Io e Dio. Una guida dei perplessi» (Garzanti, 2011). Il suo ultimo saggio è «Il principio passione. La forza che ci spinge ad amare» (Garzanti, 2013). Quello che segue è il suo intervento alla presentazione del libro di Luigi Sandri.

 

Per quanto concerne il libro di Luigi Sandri, io non posso che sottolineare che ci troviamo di fronte ad un’opera riuscita. Perché un libro sia riuscito ci devono essere due elementi almeno che si amalgamano molto bene: contenuto e forma. Il contenuto è corretto: soprattutto quando si tratta di una materia così vasta, così complessa, labirintica, se uno segue Luigi non si perde. Anzi: cammina abbastanza spedito, ha la possibilità di vedere dall’alto panorami complessi… E poi la forma. Ciò che fa un libro è l’unione di questi due aspetti. La forma che sa dire le cose in una certa maniera e che fa sentire al lettore la sua voce. A me piacciono i libri nei quali si sente la voce dell’autore, la sua personalità, il fatto che prenda decisioni, il fatto che dica «io penso… io sono d’accordo… io non sono d’accordo». Insomma: quando si incontra un uomo che pensa, che decide, che ha una personalità. Chi legge questo libro incontra tutto questo, quindi è una bella avventura leggerlo. A me ha fatto bene, mi ha messo in ordine tante idee, vi ho trovato tanto materiale utile.

Sono d’accordo con Prosperi riguardo al giudizio da lui dato sui due ultimi pontificati. Il giudizio catastrofico sul pontificato di Benedetto XVI, la cui cosa migliore, senza ironia, sono state le dimissioni, perché veramente è stato un atto coraggioso, soprattutto per un tradizionalista come lui. E questo è veramente qualcosa che dimostra che quest’uomo ha saputo superare se stesso, ha saputo guardare al bene più ampio, insomma ha fatto un gesto grande. E sono d’accordo sulle speranze che il pontificato di papa Francesco apre.

Per quanto concerne il senso del mio intervento, parto dalle dimensioni di questo libro, che è un libro pesante, poco maneggevole, avendosi a che fare con più di mille pagine… Questo è un simbolo, secondo me, della pesantezza che comporta oggi l’essere cattolici. Ci sono religioni leggere e ci sono religioni pesanti. Religioni che strutturalmente sono leggere, che vogliono alleggerire; ad esempio il buddhismo è una di queste, il buddhista è uno che vuole «togliere», fino a togliere se stesso; e ci sono religioni che, invece, vogliono appesantire. Non necessariamente in senso negativo, ma perché hanno un apparato, una storia, una dogmatica, un’etica, hanno dei costumi, ti impongono una precisa visione del mondo, entrano persino in camera da letto. Qui nel libro ci sono pagine e pagine sulle questioni trattate da papi e concili che riguardano la camera da letto. Il cattolicesimo è una religione di quelle che intendono aggiungere, e quindi la pesantezza di questo libro è simbolica della condizione cristiana.

Ma che significa «concilio»?

È simbolico anche il punto di vista con cui la condizione cristiana viene indagata, che è quello dei concili. Da dove viene il termine concilio? Confucio diceva che la prima cosa che lui avrebbe fatto se il Celeste Imperatore gli avesse affidato il comando del celeste impero sarebbe stata raddrizzare i termini, capire cioè che cosa le parole dicono, perché sono sorte, qual è il loro significato e quale la loro relazione con la realtà. Allora da dove viene il termine «concilio»? Concilio è una di quelle parole che oggi hanno finito per avere quasi unicamente un senso cristiano. Quando diciamo concilio immagino che tutti noi pensiamo ad una cosa di Chiesa, ad un’assemblea dei capi della Chiesa. E invece, nel latino originario, questa ed altre parole erano legate alla religione pagana, avevano un senso del tutto laico. Pensate a «pontifex», pontefice: erano i sommi sacerdoti della religione romana; pensate a «basilica»: era un edificio laico dove c’erano i tribunali, il mercato, la borsa; pensate a «sacramentum»: adesso noi diciamo sacramentum e pensiamo ai sacramenti, ma sacramentum era la posta che tu dovevi mettere quando c’era una causa, il pegno, il deposito giudiziario, la somma di danaro depositata in un processo civile. E così «concilium»: oggi noi pensiamo ad un’assemblea di alti prelati, di vescovi; mentre nel latino originario concilium significava innanzitutto unione, vincolo. Lucrezio parla di «concilia rerum», per dire proprio la combinazione della materia; ciascuno di noi nel suo corpo è un concilium rerum, siamo un aggregato di diversi elementi. Significa anche unione carnale, proprio perché c’è questa commistione, questa congiunzione. E naturalmente significa adunata, assemblea.

Il cristianesimo è l’unica religione che ha i concili, oltre al buddhismo. Però quello su cui soprattutto vorrei richiamare l’attenzione è il fatto che il termine concilio, che di per sé significa unione, ha generato un verbo che nella nostra lingua significa tutt’altro: quando noi diciamo «conciliare» non pensiamo ad unirsi, radunarsi, perché «conciliare» è il momento in cui si accordano i conflitti. E infatti l’azione del concilio è una conciliazione; il prodotto che scaturisce dall’azione del conciliare non è una riunione, è una conciliazione. Tutto questo per dire che questa evoluzione linguistica ci fa capire come all’origine della cristianità ci furono sempre dei contrasti. Il termine «concilio», che di per sé significa semplicemente riunione, ha generato un’azione, conciliare, e un prodotto, conciliazione, che significa accordo, risanamento di contrasti.

Quindi il principio che già Eraclito affermava dicendo che «il conflitto è padre di tutte le cose» vale anche per i concili della Chiesa cattolica. Se non ci fosse stato da subito un contrasto non sarebbe sorto Gerusalemme I, che di per sé non fa parte dei venti concili ecumenici della Chiesa cattolica, ma è merito di Luigi essere partito da Gerusalemme I e dal contrasto tra l’ala più aperta, ellenista, e l’ala più chiusa, giudaizzante, della cristianità primitiva, un contrasto che emerge nel Libro degli Atti e nelle lettere di Paolo (che sono pienissime di polemica, dove ci sono termini che scuotono, tutt’altro che irenici). Quindi alla base dei concili ci sono i contrasti che li hanno generati, da Nicea I fino ai contrasti che hanno generato gli ultimi due concili: Vaticano I e II.

 Il conflitto con il mondo moderno

Chi legge il libro di Sandri vedrà da sé il ruolo generatore del conflitto, e vedrà da sé qual è stato il conflitto che ha originato il Vaticano I e il Vaticano II, perché è il medesimo. Che cosa ha originato i primi concili della cristianità, da Nicea I a Costantinopolitano III (dal 325 al 680)? Il contrasto tra l’essenza del cristianesimo e la mentalità corrente, soprattutto il politeismo pagano da un lato e il rigido monoteismo giudaico dall’altro. Si trattava di capire come collocare Gesù, la sua figura, il suo messaggio all’interno di quel contesto. E lì sono nati i concili che poi hanno prodotto il dogma trinitario e il dogma cristologico. Dopo la fine di questo periodo, durato tre secoli e mezzo, la mente cristiana era pacifica, aveva capito, il contrasto era sopito o comunque concili di questo genere (su queste tematiche) non sono più avvenuti, perché non sono sorte più all’interno del mondo cristiano (che avessero realmente capito oppure no) grandi contestazioni di tipo trinitario e di tipo cristologico, almeno in quella prima fase.

E qual è il conflitto che ha generato il Vaticano I e il Vaticano II, che a mio avviso è il medesimo, ed è il medesimo conflitto che genererà (eccoci qui al titolo del libro) il Vaticano III? È il conflitto con il mondo moderno. Ed è un conflitto ancora non sanato. Questo conflitto noi lo possiamo collocare simbolicamente al 1600, intendendo proprio l’anno preciso 1600 e una data ancora più precisa: il 17 febbraio del 1600, quando ad un chilometro circa da qui venne bruciato vivo Giordano Bruno. E sempre circa ad un chilometro da qui, 33 anni dopo, il 22 giugno del 1633, Galileo Galilei venne costretto all’abiura. Abbiamo così da un lato la dichiarazione di guerra alla filosofia, dall’altro la dichiarazione di guerra alla scienza. Ecco il grande conflitto tra Chiesa cattolica e modernità, nel senso migliore del termine, che significa uso dell’intelligenza senza la tutela dell’autorità, come poi dirà Kant nel 1787 nel famoso scritto Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo?. Che cosa vuole fare la filosofia? Cosa vuole fare la scienza? Usare la ragione, usare la coscienza senza alcuna tutela. Quando però ci provò, nello Stato Pontificio nel 1600 e nel 1633 successe quel che abbiamo detto. E quindi ecco la dichiarazione di guerra tra Chiesa cattolica da un lato e modernità dall’altro.

La prima risposta sistematica della Chiesa si ebbe probabilmente nel 1864 con il Sillabo, che poi continuò con il Vaticano I. Una risposta del tutto insufficiente, solamente di tipo apologetico, incapace di cogliere le vere domande e che non ha funzionato perché, subito dopo, si ebbe il Modernismo e soprattutto perché si ebbe poi quella corrente che portò al Vaticano II, che fu a sua volta un tentativo di rispondere al conflitto tra Chiesa cattolica e mondo moderno.

Vaticano II: positivo ma insufficiente

Quella del Vaticano II è stata una risposta positiva? Sì, è stata una risposta positiva. È stata una risposta sufficiente? No, non è stata una risposta sufficiente, tant’è che i problemi continuano, sussistono ed è per questo che di sicuro ci sarà un Vaticano III se ancora la Chiesa sarà un organismo vivo, vitale, capace di capire il mondo e rinnovare la propria mente, la propria dottrina, la propria impostazione, per continuare il cammino con il mondo moderno. Se la Chiesa sarà viva, vitale, è naturale che ci sarà un Vaticano III. E voglio dire di più: prima ci sarà un Vaticano III e più la Chiesa dimostrerà vitalità, capacità di leggere i cosiddetti segni dei tempi.

Poi nel libro di Sandri si discute: sarà un Vaticano III oppure sarà un Gerusalemme II? Oppure un Messico I, oppure un Nairobi I, un Manila I? Naturalmente la scelta del luogo sarà significativa; se sarà un Vaticano III probabilmente si vorrà continuare la linea di fedeltà alla sede romana, cioè a Roma come centro del cattolicesimo (anche se, dei venti concili ecumenici, solamente sette sono stati celebrati a Roma, i cinque del Laterano e i due del Vaticano). Se invece sarà un Gerusalemme II, significherebbe tornare a bagnarsi al Giordano, significherebbe cioè compiere quell’operazione che fece Manzoni (che «sciacquò i panni in Arno» riscrivendo I promessi sposi) volendo riscrivere il cristianesimo ribagnandosi nel Giordano. E quindi il dialogo con l’ebraismo sarebbe messo in primo piano; sarebbe un concilio archeologico, nel senso bello del termine. Se invece sarà Manila, Messico oppure Buenos Aires, o comunque in America Latina, avremo una grande importanza della dimensione sociale, della teologia della liberazione. Se sarà invece una città africana – o ancor di più una città asiatica – avremo un’attenzione alla dimensione del dialogo interreligioso e il vero banco di prova sarà il confronto con le grandi tradizioni spirituali dell’oriente: induismo, buddhismo, le religioni cinesi, le religioni cosmiche. Se dovessi decidere io lo collocherei lì, perché secondo me è lì che si gioca la scommessa della spiritualità mondiale – e lo dico senza alcuna contrapposizione né all’idea di Gerusalemme né all’idea dell’America Latina né di Roma, ma se devo dire dove soffia lo spirito oggi, io vedo che soffia lì. È il Gange il fiume dove occorre bagnarsi oggi, più che il Giordano.

«Le noiose, vecchie questioni»

Il conflitto con la modernità non è per niente sanato; chi legge questo libro vedrà come c’è tutta una serie di cronache molto interessanti sul post-Concilio, e ci sono pagine molto interessanti dove si discute quali siano questi problemi aperti. Io li ho segnati man mano che emergevano e adesso provo semplicemente ad elencarli. Ma sono cose a tutti voi note perché ogni giorno si parla di queste cose. Anche perché il punto vero che voglio dire è che non sono questi i problemi, ma è ciò che li fa sorgere. Questi cioè sono gli epifenomeni, ma il vero fenomeno che va visto, capito e affrontato è un altro.

Quali sono questi problemi? È molto significativa un’affermazione di Hans Küng del 1987, riportata da Sandri, che parla di «noiose, vecchie questioni». Già nel 1987 le tematiche di questo elenco che adesso vi dirò erano «le noiose, vecchie questioni», erano esattamente le stesse cose che ritornano anche oggi quando si parla di Concilio, di riforma della Chiesa, del rinnovamento. Quali sono?

1) regolazione delle nascite: è molto bella nel libro la ricostruzione della Humanae Vitae e sono perfettamente d’accordo sul giudizio duro – perché la verità va servita sempre – in ordine a Paolo VI. Egli spesso non viene affiancato a Wojtyla e a Ratzinger nella loro dimensione di restaurazione o di conservazione, e questo è vero per alcuni aspetti, però è altrettanto vero che sulla Humanae Vitae Paolo VI ha indubbiamente tradito il metodo conciliare: innanzitutto togliendo al Concilio la possibilità di parlare di queste cose (Sandri in due punti lo dice molto bene) e in secondo luogo non attenendosi ai risultati della commissione che prima Giovanni XXIII e poi lui stesso avevano istituito;

2) la questione dell’identità sessuale e dell’omosessualità;

3) ammissione dei divorziati alla comunione;

4) nuova regolazione del divorzio;

5) scarsità del clero. Un inciso: scarsità del clero ma anche scarsità della qualità del giovane clero. Io giro molto l’Italia in questi mesi per via del mio nuovo libro e faccio ripetutamente questa domanda a chi posso, ad amici, teologi, parroci che incontro: «Ma i giovani preti?»; e tutti rispondono che sono molto meno critici, molto più chiusi, molto più conservatori, molto più tradizionalisti del clero di un tempo. Quindi non c’è solo il problema della scarsità quantitativa ma anche di quella qualitativa: manca il fuoco che contraddistingue l’ambiente giovanile;

6) il celibato del clero;

7) la nomina dei vescovi;

8) la collegialità come metodo di governo;

9) la vera e propria rappresentanza del popolo di Dio; una cosa su cui Sandri insiste molto. In che modo si rappresenta il popolo di Dio (che secondo la Lumen Gentium è il vero soggetto ecclesiale)?

10) la questione ecumenica;

11) il dialogo interreligioso;

12) la questione femminile. Su questa, io mi permetto di dire che non sono d’accordo con papa Francesco quando, a qualcuno (se non sbaglio Andrea Tornielli in un’intervista per La Stampa) che gli chiedeva «allora, questo potere, questa importanza del ruolo che vogliamo dare alle donne, può sfociare in un cardinalato? Ci potremmo aspettare delle donne cardinale?», rispose: «Non bisogna clericalizzare le donne». Non sono d’accordo perché si tratterebbe semplicemente di fare il contrario: declericalizzare il cardinalato. Nel libro si dice molto bene che ci sono tante proposte chiare al riguardo; basterebbe infatti aprire il cardinalato ai laici ed ecco che si aprirebbe effettivamente la possibilità per far sì che tutta questa retorica sulle donne che contano tanto (la Madonna che conta più degli Apostoli e così via) poi diventi effettiva capacità di avere potere, perché se non avviene così si tratta solo di retorica sul «genio femminile» e tante cose che abbiamo già sentito molte altre volte. Bisogna diventare concreti;

13) il rispetto dei diritti umani all’interno della Chiesa. Questa è un’altra cosa che emerge nel libro, nelle pagine che riguardano il post-concilio. La Chiesa si fa paladina dei diritti umani nel mondo, in particolare della libertà religiosa, e però al proprio interno non ha libertà religiosa. Spesso i religiosi e le religiose non hanno una serie di diritti elementari;

14) la libertà di ricerca in ambito teologico;

15) la riforma della curia romana;

16) le questioni bioetiche;

17) la penitenza e il perdono dei peccati.

Luigi Sandri all’inizio del libro si chiede: «Fu saggia la scelta della Chiesa di dogmatizzare il cristianesimo?» La mia risposta intuitiva è che, a giudicare dall’esito storico di quella dogmatizzazione, penso si debba rispondere di sì. Insomma: la dogmatizzazione ha consentito al cristianesimo di giungere ai nostri giorni, di diffondersi in tutto il mondo, di essere, nel bene e nel male, la prima religione del pianeta in termini numerici.

Occorre però prendere atto che quella stessa formalità che ha costituito la forza del cristianesimo in passato, oggi costituisce la sua debolezza. Il problema quindi non è giudicare negativamente il passato. Piuttosto la domanda è questa: «È saggio oggi continuare a mantenere vincolante per l’identità cristiana la dogmatizzazione imposta dal passato? È in grado oggi la sete di spiritualità dell’uomo e della donna contemporanea di reggere ancora mille e passa pagine di pesantezza? Reggere tutto questo fiume, a volte torrentizio, di cose che pesano sulle spalle e che ti portano alla fine all’incapacità di toccare la fluidità della realtà?» È incredibile che spesso le persone dogmatiche, che più vogliono essere fedeli al completo dettato tradizionale, proprio per fare questo sono rese incapaci dal carico dottrinale di toccare la fluidità della vita e quindi di vivere quella che è l’essenza dell’esperienza spirituale. Spirito significa vento e il vento è il simbolo per eccellenza della libertà. O c’è questa libertà esistenziale, che viene generata dall’esperienza spirituale, o l’esperienza spirituale muore.

Il grande dilemma, che poi genera come epifenomeni tutti i singoli problemi di cui ho detto, dal problema della morale sessuale al perdono dei peccati, è questa pesantezza dogmatica-dottrinale che lungo i secoli si è costruita e che giunge ad essere di impaccio, di impedimento alla genuinità della vita spirituale, alla leggerezza, alla libertà dell’esperienza spirituale. Questo per me è il vero problema, è «il disagio dell’intelligenza» di cui parlava Simone Weil nella famosa lettera che scrisse a un padre domenicano, e che mai ebbe risposta.

(pubblicati su Confronti di febbraio 2014)

Articoli correlati

1 comment

silvano bert 22 Febbraio 2014 - 09:36

Il sottotitolo del libro di Luigi Sandri è “I Concili nella storia tra Vangelo e potere”. Contrapposto al Vangelo, “buona notizia”, il “potere” assume inevitabilmente una connotazione negativa. Quasi sinonimo di dominio, sopraffazione, “peccato”. Ed è questa la connotazione prevalente (non esclusiva, però)con cui viene usato da Sandri nella sua lunga storia dei Concili. Che è poi l’uso abituale del cattolicesimo progressista.
Adriano Prosperi e Vito Mancuso, a me pare, riconoscono che il rapporto di potere è insito nella condizione umana, nella sua storia, (cioè nell’economia, nella politica, nella cultura). Anche nelle religioni. Anche nel Cristianesimo, anche nella chiesa cattolica. Il potere è quindi ambiguo: una relazione fra diversi non può mai essere pienamente paritaria. Il potere si propone scopi diversi e agisce secondo modalità diverse.
La riflessione va quindi condotta non sul “potere”, ma sull'”esercizio del potere”. L’ideale non è un mondo (una chiesa…) in cui il potere è stato abolito, ma in cui viene esercitato per la dignità degli esseri umani, in modo sempre più mite.
Prosperi va in questa direzione quando considera centrale il rapporto fra papato e concili, fra clero e laici. Mancuso si spinge a dire, sulla questione femminile, che essa consiste nell'”effettiva capacità di avere potere”, nella chiesa, da parte delle donne.
Parlando di concili, tutti sanno dare il soggetto e l’oggetto a una frase di Albert Melloni: “Aveva il potere di convocarlo e lo convocò”.
Io ricordo uno storico della chiesa recentemente scomparso, mons. Iginio Rogger, che avviò, nel lontano 1964, il mio primo esame all’università di Padova, chiedendomi proprio di parlare sul rapporto fra il papa e i concili. E facendomi capire per chi parteggiava, a Concilio vaticano II appena iniziato.
L’avvento di Papa Francesco fa sperare a molti che a quel rapporto si ripensi con coraggio. Incominciando dalle risposte dei laici al questionario papale sulla famiglia.
Il contributo di Prosperi e Mancuso, a me pare, va in questa direzione

Comments are closed.