Home Società «Il Partito deve essere strumento della società». Intervista a Fabrizio Barca

«Il Partito deve essere strumento della società». Intervista a Fabrizio Barca

by redazione

intervista di Giuliano Ligabue a Fabrizio Barca

Dopo la pubblicazione del suo documento «Il partito nuovo per un buon governo» e il successivo giro per l’Italia, l’ex ministro per la Coesione territoriale, Fabrizio Barca, è partito per un nuovo «viaggio politico», con lo scopo di «spronare, affiancare, facilitare il dialogo» e «sperimentare nei fatti una nuova idea di partito». Barca ha avuto diversi incarichi presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze, di cui attualmente è dirigente generale. Ad aprile 2013 ha aderito al Partito democratico.

Il nome di Fabrizio Barca richiama d’istinto il nome del padre – Luciano – da subito partigiano della Sinistra cristiana, poi militante e parlamentare comunista; collaboratore di Enrico Berlinguer e con lui protagonista nella fase della solidarietà nazionale; economista; giornalista e direttore de l’Unità e di Rinascita. Una lunga traversata – la sua – dalla Resistenza fino alla «Bolognina», quando fuoriesce dal partito erede del Pci.

Fabrizio germoglia sul tronco del padre, ma abbandona il Partito ancora prima di lui, nel 1991. Riprende la tessera (del Partito democratico) ventidue anni dopo, dicendosi «mio padre non avrebbe approvato la mia scelta!», per poi precisare di volersi collocare «a sinistra del Pd». Il rientro è cadenzato da tre date significative: l’11 aprile 2013, con la tessera alla sezione romana di via dei Giubbonari; tre giorni dopo, il 14 aprile, con l’uscita della sua memoria politica «Il partito nuovo per un buon governo»; ancora una settimana e, il 22 aprile, con la partenza del Viaggio per l’Italia: 7 mesi, fino a novembre; 30mila chilometri insieme a sei compagni (Fulvio, Lucio, Mattia, Michela, Piergiorgio e Silvia), nel vivo di 110 circoli, incontrando 15mila persone. Tanto ascolto e molta discussione sul «che fare» dell’azione di governo. Prima del «Viaggio», dal novembre 2011 aveva vissuto i 17 mesi nel governo Monti come ministro per la Coesione territoriale, in cui aveva riversato – oltre alle sue conoscenze di ricercatore e docente universitario in Italia e nel mondo – le precedenti esperienze di diversi incarichi ministeriali e di direttore generale del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Non è difficile definire Fabrizio Barca. Certamente un uomo che milita nello Stato, cioè che mette la proprie competenze al servizio dello Stato, perché è innanzitutto nella competenza che crede: sempre disposto a puntare sul merito e sul metodo, più che sulle persone. Ma è anche uomo naturalmente politico – «si è politici sempre, anche in casa» – e più precisamente politico di sinistra, se essere di sinistra significa «dare peso, tra crescita e inclusione sociale, all’inclusione sociale: cioè, garantire a tutti di avere accesso ai servizi fondamentali». Per questo ritiene necessario un partito che non sia l’altra faccia dello Stato ma strumento dei cittadini e della società e sappia fare «due cose assieme: usare l’energia e l’intelligenza dei militanti ed essere aperto agli altri, ospitarli, attrarli»: non si tratta di «sostituire un nuovo clan a vecchi clan, ma di rendere il Partito strumento della società e capace di rinnovare la macchina e i comportamenti pubblici» (18 maggio 2013). Avanti, allora, con una «nuova forma partito» caratterizzata dall’apertura a tutti, senza la quale non si governa l’Italia; quindi, non un partito-tempio ma un partito-palestra che ha, sì, bisogno di un leader carismatico, ma che soprattutto deve avere dietro «una squadra e una strategia fatta di fatica e di dibattito». Barca sa bene che il vero problema che ha di fronte a sé il Partito nuovo non è il «cesarismo» o la «governabilità» – cioè il deficit di potere di chi governa – ma il «deficit di visione, di partecipazione e di attuazione». Non a caso il suo primo richiamo è alla visione, al saper vedere e riconoscere; a inizio Viaggio, a chi gli augurava «un anno più visionario» rispondeva: «Basta poco, visto da dove veniamo!».

A Viaggio poi concluso, Barca poteva tracciare il consuntivo della «traversata» (Firenze, 8 ottobre 2013): un dibattito diventato un confronto sul Partito, che andava insieme al confronto sul buon governo, da cui sono uscite le prime sei «regole minime del gioco»: 1) un Partito che sia separato dallo Stato e guidato da una leadership dedicata e efficace; 2) un drastico taglio col passato, per gli incarichi pubblici, in nome di merito e concorrenza; 3) un segretario a tempo pieno; 4) un leader forte, con un gruppo dirigente forte; 5) il potere ai «partecipanti»; 6) un appuntamento del Pd con la Rete, fin qui troppe volte mancato.

Ma bisogna dire che «finita la traversata, la traversata comincia», visto che Fabrizio Barca ne ha già cominciata un’altra. Ritiene, infatti, che ci sia un altro passo da fare, in avanti: «Questi giovani, queste donne, questi uomini che incontro ogni giorno vogliono ancora dare battaglia. Il Pd ha davanti una lunga marcia». Vuole, per questo, sperimentare con loro le pratiche di un nuovo Partito. Il precedente «Viaggio» gli ha fatto capire che, come luogo primario di quest’impegno, c’è il territorio.

Così, verso la fine del dicembre 2013, aveva aperto un nuovo blog – «Luoghi ideali» – in preparazione del nuovo viaggio che sta iniziando e che si chiama, appunto, «Viaggio nei luoghi ideali», in programma da questo mese di marzo fino al prossimo autunno. Sono stati individuati alcune decine di luoghi dove impostare progetti locali, ma che presentino aspetti di interesse nazionale, con l’impegno di realizzarli nel corso dell’anno.

Gli obiettivi sono riassumibili nella frase: «spronare, affiancare, facilitare il dialogo fra queste esperienze per sperimentare nei fatti una nuova idea di partito». In altre parole: forme di confronto su questioni territoriali; pratica di strumenti per cambiare l’azione pubblica; forme di lavoro per giovani impegnati a «cambiare il mondo»; utilizzo della Rete per verificare e diffondere i risultati. Tutto questo, a partire da tre condizioni: 1) che ci sia la forte volontà dei partecipanti Pd del luogo; 2) che si possa disporre di contributi volontari, per un esercizio libero da ogni condizionamento; 3) che esista una microstruttura operativa, a supporto del progetto.

In quest’ultimo anno di storia patria – dal governo delle larghe intese al patto per le riforme costituzionali, dalla nuova destra alle primarie Pd, da Letta a Renzi – ciclicamente è stato fatto affiorare il nome di Fabrizio Barca: a capo di un nuovo governo, a competere per la segreteria e per la presidenza del Pd e, più recentemente, per diventare ministro dell’Economia nel governo Renzi. Evidentemente non a tutti è chiaro come Fabrizio Barca sia «un animale da territorio» – come ama definirsi lui stesso – e che, per il momento, questo territorio (nazionale) sia la sua unica arena, l’unica prova di visione di un Partito per il Buon Governo. Poi tornerà.

Il Partito deve essere strumento della società

intervista a Fabrizio Barca

Il rapporto fra generazioni nel nostro paese si è profondamente modificato rispetto al passato per cambiamenti radicali nelle modalità di conoscenza, di comunicazione, di ingresso nel mondo dei lavori, di vissuti valoriali dei giovani. Come pensa che si possano costruire relazioni efficaci tra le generazioni, all’interno di un nuovo modo di essere Partito?

La questione del rapporto fra le generazioni è effettivamente decisiva. Aggiungo io: anche per il frequente venir meno del decisivo rapporto orizzontale con i fratelli (come scrive Giuseppe A. Micheli in Al crocevia del tempo. I condizionamenti generazionali multipli dell’azione, presentato al Seminario Css «L’Italia salvata o persa dai giovani?», Roma, Cnel, 5 aprile 2011). Al tempo stesso altri fenomeni aprono nuove opportunità; in particolare, l’allungamento della vita e il connesso straordinario aumento degli anziani in circolazione, nella famiglia allargata e fuori di essa. Si tratta di un’opportunità in larga misura non sfruttata, ma in giro per il paese si moltiplicano le esperienze innovative a cui prestare attenzione: comunità larghe, nei borghi o alle periferie delle città, attorno a «strutture civili» dove anziani, vecchi, giovani e giovanissimi si mescolano, dove i bisogni stanno vicini alle capacità creative per soddisfarli, e dove cosa sia prodotto nel privato, nel pubblico e nel terzo settore non è deciso anticipatamente da qualche burocrate, ma nasce per strada, lungo il processo. Un nuovo Partito, che torni a essere strumento della società, ma in modo moderno, come arena di confronto e anche scontro fra conoscenze e interessi diversi, accomunati dagli stessi valori, può accelerare questo processo. Diffondere il sapere sulle esperienze migliori. Spronare lo Stato a svegliarsi dove dorme. Costruire al suo stesso interno uno spazio di confronto fra generazioni e, oggi, anche fra culture diverse in un paese che va diventando cosmopolita, superando l’insopportabile e auto-mortificante atteggiamento di una parte cospicua della mia generazione del tipo «il nostro tempo non tornerà»; e attivando invece luoghi di confronto di reciproco beneficio. È questa forse la principale sfida e opportunità del nuovo Partito.

Se i partiti devono essere rappresentazione della società, come lei afferma nella «Memoria» dell’aprile 2013, in che modo il «Partito nuovo» potrà rappresentare adeguatamente la società italiana nei confronti della scuola e dell’istruzione?

Il caso della scuola è l’esempio più eclatante della potenzialità inespressa di un nuovo Partito, specie del Pd, perché, seppur con enormi mal di pancia, nel suo corpo ha un peso ancora forte il mondo degli insegnanti della scuola, che costituisce una delle filiere che regge il paese. Per fare un passo avanti, ogni circolo può diventare il luogo in cui, attorno a due pagine di intenti nazionali (sull’allungamento della scuola dell’obbligo, sul reclutamento degli insegnanti, su una nuova edilizia scolastica, sull’uso assennato della tecnologia, sulla questione delle piccole classi dei piccoli Comuni, sulla mobilità degli insegnanti, e ovviamente sulla modernizzazione e su un salto nel disegno pedagogico), si apra un confronto tra insegnanti, giovani studenti, famiglie, imprenditori che non trovano la forza lavoro necessaria ecc. È così, e non dal cappello di un ministro, anche del migliore, che può nascere il processo di rinnovamento della scuola.

In ore e ore di dibattiti, in centinaia di circoli e migliaia di persone incontrate nella prima tappa del suo «Viaggio» – sette mesi in giro per il Pd e dintorni – quali sono state le domande più ricorrenti che le sono state rivolte?

Valori, valori, valori. Tutti, iscritti e non iscritti, moderati e radicali, chiedono e domandano valori. Quelli che hanno idee in testa, si intende. Perché loro, che non hanno bisogno del Partito per andare avanti nella vita, ci stanno – o lo frequentano, o vorrebbero frequentarlo – perché pensano ancora che si possa un pochino cambiare il mondo (non per avere una scorciatoia con cui trovare lavoro). E sanno bene che solo con valori chiari, di sinistra o di destra, si può costruire una visione; e solo una visione li può motivare a faticare in un partito, a spendervi quelle tre o quattro ore a settimana, se non più, che richiede farne parte seriamente. E non a caso è sui valori che sono tornato nella mia «traversata», mettendo sul tavolo quindici punti su cui si dovrebbe discutere (si veda http://www.fabriziobarca.it/la-traversata-fabrizio-barca-15-proposizioni-partito-sinistra/). Sulla partecipazione, invece, è dove ho raccolto le preoccupazioni e i dubbi, per la paura che richieda troppo tempo e sia dispersiva. E discutiamo allora assieme di quanto importante sia il metodo, oltre ai valori: il metodo duro, che come tutte le cose difficili è necessario perché la partecipazione sia a un tempo aperta e accesa, ma anche ragionevole e concludente.

Per questa seconda tappa – che è il «Viaggio nei luoghi ideali» – ha dovuto scegliere alcuni territori in cui sperimentare pratiche di buon governo: quanti territori e con quali criteri?

Proprio dalla centralità di valori e metodi nasce questa seconda fase, appunto «Luoghi idea(li)». Convincerci e imparare, e quindi convincere altri a costruire quel nuovo Partito di cui parlo. E facendolo proprio attraverso una sperimentazione che alla fine del 2014 consenta di mostrare risultati concreti e magari anche sconfitte, ma capendone la ragione. Abbiamo raccolto quasi cinquanta ipotesi di luogo e siamo a buon punto nella selezione. Riguarderanno i temi del miglioramento dei servizi ai cittadini, dell’integrazione degli immigrati, della legalità, dell’organizzazione del lavoro in fabbrica, di nuove forme di rappresentanza. Contiamo di partire adesso, a marzo. E permettimi di approfittarne per ringraziare dalle vostre colonne i 583 contributori che con donazioni tra i 5 e i 500 euro – si può andare avanti anche con limiti finanziari molto bassi che scoraggino condizionamenti (a differenza di quanto previsto dalla norma sul finanziamento pubblico ai partiti appena approvata dal Parlamento) – ci hanno permesso di raccogliere i fondi con cui possiamo finanziare la realizzazione del progetto fino a dicembre di quest’anno.

intervista a cura di Giuliano Ligabue

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