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La scomparsa di Franca Ciccolo Fabris

by redazione

“Oggi pomeriggio, a Milano, Franca ci ha lasciato tutti più poveri, soli e molto, molto tristi… Franca è stata un’amica più unica che speciale, anima e cuore di tante battaglie giuste, non solo degli di Amici di Neve’ Shalom – Waahat al Salaam. Carissima, la terra ti sarà leggera, ma è impossibile non piangere e dirsi che non è giusto che tu te ne sia andata così presto…” così Brunetto Salvarani ha voluto salutare mercoledì 14 maggio, l’amica Franca Ciccolo Fabris, non appena gli è giunta la triste notizia della scomparsa, un breve e immediato sentito ricordo, postato sul suo profilo facebook.

Confronti si unisce al saluto di Brunetto e vogliamo ricordare Franca, attraverso le sue parole e la sua dolcezza, pubblicando una lettera che lei stessa volle inviare a Brunetto in occasione della prima giornata nazionale del dialogo Cristiano-Islamico che la vide firmataria e promotrice dell’appello che di fatto la istituiva.

La lettera che riportiamo fu pubblicata nel 2003 sul sito www.ildialogo.org.

Con Franca, membro del consiglio esecutivo dell’Associazione italiana Amici di Neve’ Shalom Wahat al-Salam (fondata da suo marito Renzo Fabris nel 1991), abbiamo condiviso tanti momenti importanti.

A Franca il nostro pensiero e la gratitudine per il prezioso lavoro che ha sempre svolto.

Gli amici di Confronti.

 

Il mio primo ’Id alFitr

Lettera a Brunetto Salvarani, promotore della Giornata del dialogo cristiano-islamico

di Franca Ciccolo Fabris

caro Brunetto,
vorrei raccontarti, prima che svaporino le emozioni, di quella mattina che mi sono trovata, grazie al tuo Appello, coinvolta nella festa di ’Id alFitr, la festa della fine del Ramadan.
Pioveva, quel 5 dicembre a Milano, e sulla metro che mi portava alla stazione di Sesto F.S., i volti erano i soliti: uomini e donne che vanno al lavoro, un po’ stanchi, assonnati, alcuni chinati sui giornalini con le notizie del giorno, altri nascosti da pensieri non lieti.
Anche io mi sentivo un po’ vuota, in verità, pensando al difficile iter che aveva avuto a Milano la proposta da te lanciata di fare del 29 novembre una giornata di dialogo tra cristiani e musulmani. Tuttavia custodivo curiosità e aspettative.
Oltrepassate le porte del Palasesto, insieme a Lidia, a Vittorio e a don Giampiero, subito ci ha investito l’atmosfera di festa: una folla di uomini e donne, tanti bambini attaccati alle mamme, banconi con dolci, bevande, libri dalle copertine istoriate. Riconosco tra le donne Sourieh, incontrata tempo fa in una tavola rotonda a più voci: è la vicepresidente dell’Associazione donne musulmane in Italia, ed è persona molto serena e sorridente. Le è accanto sua nuora, quasi una ragazzina, che ci racconta che aspetta un bimbo, nascerà a breve, è contenta. Sono tutti contenti, c’è allegria, è grande festa. Suo marito, Abdullah, è al piano di sopra, nel grande spazio delle manifestazioni, insieme agli altri uomini.
Vedo venirci incontro un volto sorridente in un ampio mantello bianco, che allarga le braccia in un gesto di invito, e ci presenta ad altri che gli sono accanto: mi colpiscono gli occhi vivi, penetranti dell’Imam egiziano, il sorriso candido sul viso nerissimo di un altro Imam. Mentre saliamo i gradini che portano di sopra si fanno più distinte le voci corali che scandiscono e ripetono continuamente l’invocazione che prepara la preghiera , “Dio è il più grande”. Siamo intorno ad un tavolo, ora, altre presentazioni, grande gentilezza, il signore dal mantello bianco, Abu Baeker sta coordinando l’ordine ed i tempi di coloro che interverranno tra poco, prima che inizi la loro preghiera vera e propria, alla quale noi non parteciperemo. Sono incaricata di parlare, mi schermisco, mi sembra strano, non è la norma per loro che una donna stia nello spazio degli uomini e ancor meno che parli. Ma Abu Baekr dice che va bene, va benissimo che sia io a parlare. Intanto beviamo un tè dolcissimo e ti assicuro Brunetto che in quel momento, al sapore di quel tè- Proust insegna- ero improvvisamente sotto una tenda, in un’oasi del deserto algerino, ed un vecchissimo uomo ci versava il terzo tè, quello più dolce…
Ed improvvisamente mi sono sentita a casa, vivevo intensamente quel momento di accoglienza, di vicinanza, attraverso il sorseggiare del tè nei bicchierini di vetro, e i pasticcini di tenerissima frolla. Mi sentivo tra amici, una vita- quale?- vissuta insieme, esperienze condivise. Più tardi, parlando con Abu Baekr, racconto la mia Algeria, Tamanrasset, l’Hoggar, Tagrera, i luoghi di Charles de Foucauld. Gli si accendono gli occhi, e mi accorgo ora del suo accento francese, perché lui viene proprio da un’oasi algerina.

Quando iniziano i discorsi, il primo a parlare è il presidente della Casa della Cultura Islamica, prima in arabo, poi in italiano: dice qualcosa sull’11 settembre, qualcosa sul terrorismo che è da condannare, ma non riesco a seguire bene, sono letteralmente galvanizzata dalla folla che ho davanti, tutti accovacciati a terra, attenti, scorro i volti, le più varie provenienze, chissà quanti mestieri, di ogni età. Hanno lasciato il lavoro, penso, per essere qui oggi, chissà a qual prezzo.
Cosa dire, mi domando, come parlare, chiedo aiuto allo Spirito Santo, questa è cosa sua, io sono solo un trasmettitore, speriamo che l’emozione non mi giochi. Mi riprendo quando inizia a parlare il Sindaco di Sesto, un omone baffuto, giaccone da operaio, parla a braccio, ricorda la tradizione di accoglienza della sua città, le cose fatte insieme, i valori comuni da custodire, il desiderio di fare di più e meglio nel futuro. Mi si allarga il cuore, questo è parlar di cittadinanza, non di “terra che vi ospita”, questo è parlar da amici.

Ripenso ad immagini viste in tv, un altro sindaco, un altro omone, doppiopetto scuro, l’espressione rigida, il tono durissimo, le parole categoriche: “Non parteciperò mai ad una festa di Ramadan!”
Ora tocca a me, faccio un gran respiro dentro e comincio. Ringrazio dell’invito, è la mia prima volta, è un onore per me. Racconto dei tanti amici che avrebbero voluto esserci, che sono interessati al dialogo, un dialogo fatto più che di conoscenze teoriche, di relazioni personali, di incontri, di cose fatte insieme. Sento l’attenzione, vedo telecamere in giro, concludo con gli auguri per la festa, sento qualche applauso. Mi siedo, non ricordo, come al solito, ciò che ho detto, e mi pare di aver dimenticato questo e quello. Ora parla l’Imam egiziano occhipenetranti, mentre l’altro Imam si mette vicinissimo a me e a Lidia, per tradurci. Ancora un bel momento di vicinanza, di volontà di condivisione. L’Imam parla di Allah, spiega il senso della festa, dice cose consolanti, augura gioia..
Adesso per noi ospiti è il momento di uscire, comincia la loro preghiera.
Mentre scendo le scale intravedo il mare dei dorsi chinati, quell’immagine che sempre, ogni volta che mi è capitato di vederla, nei miei viaggi o nelle foto, sempre mi emoziona: preghiera dei corpi che dice l’adorazione di un Dio dai mille nomi, un Dio non raffigurabile, inafferrabile, cui è bello abbandonarsi, perché grande e misericordioso. Penso al mio amico palestinese Abdessalam Najjar, di Wahat alSalam-Nevè Shalom, quella volta che nella moschea al Aqsa, a Gerusalemme, ci parlava della sua fede, ci illustrava i momenti della preghiera inchinandosi, toccando con la fronte la terra.
E riascolto i versi di Ibn Arabi,un grande Sufi del passato, richiamati da ’Ali Nur, in un recente incontro nella nostra Parrocchia:
“Il mio cuore è divenuto atto ad assumere ogni forma:
è pascolo per le gazzelle e convento per il monaco,
tempio per gli idoli e Ka’ba per il pellegrino,
è le tavole della Torà e il libro del Corano.
Professo la religione dell’Amore,
quale che sia il luogo verso cui le carovane si dirigono,
e l’Amore è la mia legge e la mia fede”.

Siamo di nuovo al piano terra, ora, circondate dai bambini con i loro giocattoli, dalle donne, e presto raggiunti dalla folla che si riversa dal piano di sopra.
E qui, Brunetto, avremmo potuto salutarci con cortesia e ringraziamenti, ed andare.
Invece ci siamo intrattenuti, io e Lidia anche a comprar dolcetti e pane siriano, pistacchi e torroncini, Vittorio e don Giampiero a chiacchierare con questo e con quello. Ed altri si sono aggiunti ai nostri primi interlocutori, e nuovi discorsi e propositi e scambi di indirizzi, ed assaggiare un succo di frutta speciale e certi nidi di sfoglia al miele con dentro i pistacchi…
“E’ bello conoscersi, incontrarsi..” dico all’Imam nero del Gambia, “Sì – mi risponde biancosorridente – Allah mette insieme le anime che sono belle, che hanno amore, che vogliono condividere..”
Quando usciamo, una luce leggera, tenera, illumina i cieli che finalmente hanno smesso di piangere, ci avviamo alla metro commentando con allegria e speranze quello che è accaduto, penso a te, Brunetto, a quanto ti sei speso per dar vita a quella sottile voce che, poco più di un anno fa ti è risuonata dentro: oggi più che mai dobbiamo dialogare con i fratelli musulmani, e forse è il tempo di stabilire un momento forte, nell’anno, per fare visibile e rinforzare questo dialogo, forse è tempo di istituire una giornata dedicata a questo. In tanti hanno risposto all’appello, cristiani di fedi diverse, gruppi, associazioni, istituzioni, gente comune: ed il 29 novembre scorso, ultimo venerdì di Ramadan, molte iniziative di dialogo sono state attuate.
Ora si tratta di andare avanti, c’è molto da fare, e il tempo e gli impegni sono sempre tanti, ma, ognuno nel suo piccolo può mettere un seme, e si vedrà, inshallah …
Quanto a me, intanto posso un po’ ruminare, tra una metro e l’altra delle mie giornate, immagini, volti, progetti – per esempio una bella cena con Sourieh per scambiarsi ricette, lei è un ottima cuoca, dicono – nati come fiori nuovi, nella “mia” prima festa di fine Ramadan.
Milano,16 dicembre 2002

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