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Immigrati: la politica repressiva dell’Europa

by redazione

di  Franca Di Lecce

Il 3 ottobre scorso i 366 morti della strage di Lampedusa – l’affondamento del peschereccio avvenuto un anno prima a poche miglia dall’isola – sono stati ricordati da superstiti e familiari. Ma l’Europa, invece di mettere al centro la protezione delle persone, conferma l’approccio repressivo e poliziesco e prepara un’operazione di schedatura che ha come vero obiettivo la criminalizzazione di chi fugge da guerre e miseria.

La strage del 3 ottobre di un anno fa, in cui persero la vita 366 persone, è stata commemorata con diverse iniziative, non solo a Lampedusa ma in numerose città italiane ed europee. Ma Lampedusa, l’isola eternamente sospesa tra isolamento e sovraesposizione mediatica, da periferia ultima ed estrema è diventata ormai il centro del mondo.

E non è un caso se quest’anno la giuria della 14a Mostra internazionale di architettura ha assegnato una menzione speciale a Intermundia, un progetto di ricerca che dà voce alle tragedie di Lampedusa, anche con una installazione che evoca la realtà di chi attraversa i confini del Mediterraneo da Sud a Nord, offrendo al visitatore un’esperienza sensoriale. Il visitatore si trova in una piccola stanza buia e claustrofobica per provare a vivere gli interminabili istanti del naufragio, reso con un suono assordante e una luce improvvisa e accecante.

Dopo quella strage, non la prima né l’ultima, il governo italiano ha messo in campo l’operazione «Mare Nostrum», che in un anno di attività ha soccorso circa 140mila persone, suscitando un ampio dibattito anche in ambito europeo. Ma aldilà dei suoi detrattori o sostenitori e della parzialità dell’intervento, «Mare Nostrum» ha provato a mettere al centro le operazioni di soccorso e salvataggio di persone in fuga. E infatti le guerre e i conflitti sempre più drammatici che stanno sconvolgendo l’Africa e il Medio Oriente, anche con il sostegno dell’Europa, sono all’origine dell’aumento dei flussi verso l’Europa e l’Italia continuerà a essere un punto di accesso importante per le persone in fuga. Mettere al centro la protezione delle persone e non l’ossessione dei confini, fare del soccorso e del salvataggio la priorità delle politiche nazionali ed europee poteva – e doveva – essere il punto da cui ripartire il 3 ottobre di quest’anno. E invece, ancora una volta, l’Europa conferma e rafforza l’approccio repressivo e poliziesco, in tragica continuità con le politiche disumane e fallimentari adottate da oltre quindici anni. A pochi giorni dalla commemorazione della strage che aveva indignato e commosso il mondo e dall’annincio della conclusione di «Mare Nostrum», è partita, infatti, l’operazione «Mos Maiorum» promossa dal Consiglio dell’Unione europea e sotto la direzione dell’Italia. Un’operazione lampo di due settimane che prevede il dispiegamento di 18mila poliziotti degli Stati membri con l’obiettivo di fermare, identificare, arrestare migranti irregolari nei porti, aeroporti, stazioni delle città europee, di raccogliere informazioni rilevanti sui percorsi e le rotte, di individuare il modus operandi delle reti dei trafficanti. Una grande retata e una orribile operazione di schedatura che ha come vero obiettivo la criminalizzazione di chi varca un confine. Di chi fugge da guerre e miseria e spesso rischia la vita affidandosi, in assenza di alternative, alle organizzazioni criminali che di quelle politiche repressive continuano ad avvantaggiarsi.

Il peschereccio su cui persero la vita 366 persone poco più di un anno fa giace in fondo al mare e proprio in quel punto il 3 ottobre di quest’anno sono tornati i superstiti e i familiari per ricordare con canti funebri i loro morti, per raccontare una storia diversa. A partire da quella storia si riscrivono le politiche. La storia di quello che hanno visto i sopravvissuti del 3 ottobre e di tutti i naufragi del Mediterraneo, di quello che non potranno più dimenticare e recheranno con sé ovunque andranno: l’orrore della morte dei compagni e dei fratelli, l’orrore dell’indifferenza. Come si vive portando il peso di quelle immagini e la responsabilità di custodirne la memoria? Quelle immagini saranno i loro fantasmi o troveranno spazio di espressione che li metterà al riparo? Da queste domande bisogna ripartire. Zerit, numero 83 nell’elenco dei sopravvissuti al naufragio del 3 ottobre, ha ora 29 anni e ha trovato riparo in Olanda, ma non vuole più guardare in faccia il mare. Lui, biologo marino che amava il mare, è andato via, lontano da Lampedusa e dall’Italia. Zerit vuole «dimenticare il ricordo del ritmo affannato di una bracciata dopo l’altra», di quella notte in cui rimase solo, perdendo per sempre Samuel, suo fratello. Nessuna installazione, nessuna esperienza sensoriale indotta, se pure artistica, potrà mai restituire l’orrore e la solitudine di Zerit, né il suono assordante e la luce accecante della Biennale di Venezia potranno mai divenire interruttori per la comprensione dell’altro.

(pubblicato su Confronti di novembre 2014)

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