Marocco. Berberi ed arabi tra passato e presente - Confronti
Home Geopolitica Marocco. Berberi ed arabi tra passato e presente

Marocco. Berberi ed arabi tra passato e presente

by redazione

di Michele Lipori e Luigi Sandri

Un paese con una storia antica dove si mescolano popolazioni di origine diversa, massicciamente musulmano, ma con importanti presenze ebraiche e cristiane. Il rapporto tra teocrazia e democrazia. Il crescente sviluppo economico e il permanere di contraddizioni sociali. L’impegno per la crescita di un islam moderato.

La geografia stessa aiuta a comprendere la particolarità del Marocco: il paese, infatti, è la parte più occidentale – il Maghreb, appunto – di quella islam belt, la cintura dell’islam che, partendo dalle rive dell’Atlantico, stringe l’Africa del nord, il Medio Oriente e, attraversati l’Afghanistan e il Pakistan, raggiunge l’India, il Bangladesh, la Malesia, l’Indonesia e infine le Filippine meridionali e il Pacifico. Ma non è solo la collocazione geografica a caratterizzare il Marocco, come abbiamo potuto un pochino approfondire con il viaggio di studio che dal 29 dicembre al 6 gennaio insieme a Confronti abbiamo compiuto a Casablanca, Rabat, Meknes, Fes e Marrakesh, affascinati dalle mura antiche, dalle medine o da altri monumenti di queste città, e dall’affabilità dei loro abitanti.

Berberi e arabi. Teocrazia e democrazia

Pochi ricordano che anche la parte settentrionale dell’attuale Marocco fece parte dell’impero romano, come testimoniano ancor oggi rovine di palazzi e templi: ma, se Roma comandava, la gente autoctona era soprattutto berbera, una popolazione che allora abitava gran parte del Nordafrica, ed era dominata da vari re. Alcuni di essi diedero filo da torcere ai dominatori stranieri che – per quanto riguarda il Marocco – comunque non osarono mai addentrarsi nelle valli della catena dell’Atlante. Arrivarono, poi, i bizantini e, una settantina d’anni dopo la morte di Mohammed (632 dell’era cristiana), gli arabi, e anche gli autoctoni si fecero musulmani: dall’ottavo secolo e per quasi un millennio sarà un alternarsi, nel paese, di dinastie arabe e berbere. E, ovviamente, fu dall’attuale Marocco che nel 711 arabi e berberi arrivarono in Spagna, occuparono gran parte del paese e, infine, a poco a poco respinti dalla vittoriosa reconquista ispanica, nel 1492 persero anche Granada, l’ultimo loro bastione nella penisola iberica. Poco più di un secolo dopo, nel Marocco prese il potere la dinastia alawita (da non confondere con gli alawiti della Siria!) che regna tuttora. Ma dal 1912 il paese divenne protettorato francese, fino al 1956, quando ottenne l’indipendenza.

Dal punto di vista costituzionale, il sovrano (Mohammed VI, dal 1999), oltre che massima autorità politica, è anche la «guida dei credenti», cioè dei musulmani del Marocco, perché si vanta di discendere dal Profeta Mohammed. Secondo la Costituzione riveduta, approvata con un referendum nel 2011, «il re nomina un primo ministro, espressione del partito di maggioranza, ma mantiene di fatto uno stretto controllo sull’esecutivo, creando un conflitto di competenze che rallenta l’attività politica» (Calendario Atlante De Agostini 2015). Le ultime elezioni politiche, del 2011, hanno portato in Parlamento deputati di una decina di partiti, il primo dei quali è il Pjd, il Partito della giustizia e dello sviluppo, islamista moderato (ramo marocchino del movimento dei Fratelli musulmani), che ha dunque espresso il premier, Abdelilah Benkirane. Pur in parte diverse per programmi, tutte le formazioni politiche debbono assolutamente rispettare la dinastia al potere: non sarebbe ammesso un movimento anti-monarchico.

Il fatto che nella persona del re si fondano due autorità supreme, quella politica di una monarchia costituzionale e quella religiosa sulla comunità musulmana, costituisce un singolare mescolamento di democrazia e teocrazia. Tuttavia, l’islam magrebino è sunnita, e non sciita. Non viene accettato che un musulmano cambi religione. Da parte loro, i non musulmani sono rispettati, e possono seguire liberamente la loro religione, purché – beninteso – non facciano proselitismo. Ai non musulmani, poi, è vietato entrare nelle moschee (proibizione che non esiste in molti altri paesi a maggioranza musulmana), salvo che nella stupefacente – per ardimento architettonico e ricchezza di ornamenti – moschea di Casablanca voluta da Hassan II ed inaugurata nel 1993. La pacifica convivenza tra etnie e religioni diverse, in un paese pur massicciamente musulmano, è un punto fermo per il regime marocchino: questo il leit-motiv ripetutoci continuamente, e confermatoci da esponenti delle confessioni minoritarie. Proprio mentre eravamo a Rabat, sui giornali campeggiava la foto di Mohammed VI, accompagnato dalla sua signora e dal figlio, che ad Ankara rende una visita, privata, al presidente Recep Tayyip Erdogan, anch’egli accompagnato dalla moglie. Ebbene, la first lady turca porta il velo; la regina del Marocco, invece, è vestita come una regnante occidentale, e senza velo. Abbigliamento a parte, molti osservatori ritengono che la moglie del sovrano eserciti su di lui un benefico influsso per favorire riforme «liberal», come è accaduto riguardo ai diritti delle donne.

«Dio, patria, re»: il motto del Marocco lo si vede campeggiare, a caratteri grandissimi, anche sui costoni di alcune montagne del Medio e Alto Atlante che abbiamo attraversato, rimanendo impressionati dalla bellezza di cime innevate, valli verdissime e fertili coltivazioni (meravigliose le distese di ulivi!). In effetti, le «primavere arabe» non hanno coinvolto il Marocco: come mai? A questa nostra domanda, diversi interlocutori ci hanno risposto che molte delle riforme chieste dai dimostranti in altri paesi arabi, nel Maghreb sono già realtà: «Perché protestare, dunque?».

D’altronde, a difesa del «caso Marocco» le autorità di Rabat hanno dalla loro dati del tutto assenti in altri paesi arabi non «petroliferi»: una stabile crescita economica, attualmente di circa il 4% annuo; scuola e sanità gratuite; facilitazioni per l’artigianato che, altrimenti, rischierebbe di scomparire; normative che favoriscono gli investimenti esteri. A ciò ora si aggiunge una circostanza favorevolissima, per un paese non petrolifero: il dimezzamento del costo dell’oil (importato dall’Arabia Saudita) e del gas (algerino). Il Marocco è il primo paese africano per esportazioni verso la Russia, soprattutto frutta e ortaggi; prodotti che, date le sanzioni dell’Ue contro Mosca, dall’Europa adesso a Mosca non arrivano. Nelle città marocchine si vede, in alcuni quartieri, un tenore elevato di vita; ma non mancano zone povere, o addirittura poverissime; e per la gente che vive sui villaggi sparsi sull’Atlante è assai problematica l’assistenza sanitaria.

In politica estera, pur facendo parte della Lega araba, il Marocco ha un atteggiamento relativamente moderato verso Israele (vari leader di questo paese si sono recati a Rabat); e ci tiene ad avere rapporti amichevoli con gli Stati Uniti d’America e con l’Unione europea; e accoglie volentieri gli investimenti cinesi.

L’incontro con un responsabile per gli affari religiosi

In un palazzo che sorge a poche centinaia di metri dalla reggia di Rabat, abbiamo incontrato Abdellatif Begduri Achkari, capo di gabinetto del ministro degli Affari religiosi in Marocco e membro del Consiglio degli ulema (i dotti musulmani). Durante l’incontro, Begduri Achkari ha insistito sull’importanza che Mohammed VI attribuisce alla formazione di imam legati ad un «islam moderato» e provenienti da vari paesi africani, e anche europei. «L’islam radicale – ci dice – dal punto di vista della teoria è sempre esistito perché è una delle correnti interpretative che da sempre hanno animato la nostra religione. Tuttavia le giustificazioni ad atti come quelli perpetrati dall’Isis (il “Califfato”) vanno ben al di là di un semplice “radicalismo”. In Marocco una sfida molto importante sul piano religioso è quella che ci viene fornita dal fenomeno dell’immigrazione, i cui flussi provengono soprattutto dai vicini paesi africani. In molti casi, e ciò è più che mai vero nel caso del Mali, gli immigrati vengono in Marocco proprio per poter avere una formazione religiosa. Ebbene, noi siamo sicuri che il nostro approccio sia un efficace controbilanciamento al fondamentalismo religioso. Chiaramente, il nostro è un investimento a lungo termine, come del resto è sempre ogni investimento sulla cultura. Tuttavia, crediamo che questo sia l’unico modo per contrastare i fondamentalismi, soprattutto sul piano della giustificazione della violenza con pretesti religiosi».

La presenza antica degli ebrei

Certamente qualche gruppo di ebrei, dopo la distruzione del Tempio da parte dei romani – nel 70 dell’era volgare – raggiunse il Marocco; e in quella terra, sia nel contesto berbero che, più tardi, in quello arabo, poterono svilupparsi bene, anche se dovettero, in certe epoche, affrontare momenti aspri, dovuti a sovrani intolleranti. Migliaia di ebrei spagnoli raggiunsero il Marocco dopo che nel 1492 i re cattolici Isabella di Castiglia e Ferdinando di Aragona obbligarono gli ebrei che non intendevano convertirsi ad espatriare; i nuovi venuti si fusero con gli ebrei da secoli dimoranti nel paese. Durante la Seconda guerra mondiale il re del Marocco, Mohammed V, si rifiutò di aiutare i tedeschi a far partire ebrei dal paese verso i lager nazisti. Al momento della nascita di Israele, nel 1948, in Marocco vivevano almeno 250mila ebrei: le vicende legate al conflitto israelo-palestinese turbarono anche il Maghreb, e in tumulti anti-ebraici organizzati da arabi furono uccisi una quarantina di ebrei. Ma, nell’insieme, la comunità ebraica ebbe sorte molto migliore di quella di consorelle in altri paesi arabi. Comunque, dal ’48 al ’55 circa settantamila ebrei marocchini fecero la aliyah, cioè emigrarono in Israele: essi furono il nucleo principale della comunità sefardita, cioè di provenienza… spagnola; molte altre migliaia emigrarono nel quinquennio successivo, ma clandestinamente, perché le autorità proibirono l’aliyah. Poi, nel 1961, Hassan II di nuovo la permise.

Oggi la presenza ebraica in Marocco è quasi residuale: nell’insieme – ci hanno detto alla sinagoga di Rabat e poi in una di Marrakesh – attualmente non supera le tremila persone; eppure ha un’importanza che supera di molto l’esiguità numerica, come ci spiega il rabbino Jacky Kadoch che ci riceve, cordialissimamente, nella sua sinagoga di Marrakesh. Un episodio, che egli ci racconta con grande vivacità, dà il tono di come Hassan II considerasse la presenza ebraica nel paese: «Una volta un governatore di Marrakech mi ha convocato per discutere di una questione importante: un imprenditore voleva costruire una Spa (centro benessere termale) nella città in una terra che poteva essere precedentemente occupata da un cimitero ebraico. Data la questione così delicata sono andato a verificare di persona e, sul posto, è accaduto un fatto che ha del miracoloso: dopo aver chiesto un segno al Signore affinché mi guidasse nella ricerca di tracce del cimitero, dal nulla ho visto una anziana donna vestita di rosso che mi ha accompagnato in una specie di grotta in cui abbiamo visto delle ossa che erano state raccolte per essere custodite. Ho preso un osso per farlo analizzare ed è stato confermato che era di un ebreo della regione. A quel punto sono tornato dal governatore per dirgli che, anche se non ci sono tombe, la terra in questione ospita degli ebrei. Il governatore ha quindi decretato che quel terreno non era utilizzabile per una Spa».

«Grazie a questa strana vicenda – prosegue il rabbino Kadoch – ho fatto tantissime scoperte sulle comunità ebraiche e sui numerosi cimiteri presenti in Marocco (ne ho censiti, finora, ben 167) tanto da aver scritto direttamente al re Hassan II per descrivergli anche il mio intento di salvaguardare il patrimonio storico dei cimiteri. Dopo numerose peripezie, ho ricevuto una risposta scritta dal re di suo pugno, in cui diceva che non solo dava il suo beneplacito per questo progetto, ma che l’avrebbe anche finanziato con i propri soldi. Adesso il progetto è attivo da quattro anni e siamo riusciti a rimettere a nuovo tre dei cimiteri. Ma la cosa notevole è l’importanza che la monarchia dà alla nostra comunità e al riconoscimento della comunità ebraica nella composizione sociale del Marocco».

I cristiani nel regno alawita

Antica, ma assai diversa, anche la storia della presenza dei cristiani in quel territorio che sarebbe diventato il Marocco. Certamente vi furono – anche nell’attuale Algeria, patria di sant’Agostino, vescovo di Ippona – molti berberi cristiani; una florida comunità che andò molto assottigliandosi, fin quasi a scomparire, dopo l’arrivo degli arabi. Negli ultimi due secoli la presenza francese ha vivificato un pochino il cattolicesimo in Marocco. Nel paese, oggi, ci sono due diocesi, una a Tangeri e una a Rabat: in totale, i cattolici sono intorno ai 25mila, ma nessuno di essi è un arabo marocchino: sono, piuttosto, di famiglie di origine francese (o europea), oppure provenienti dall’Africa subsahariana. In particolare, oggi ci sono circa seimila giovani cattolici, provenienti da paesi, quali il Senegal o il Congo, che si trovano nel paese per studiare; alcuni poi, trovato un lavoro, si fermano in Marocco.

Padre Daniel, della chiesa di Notre Dame de Lourdes a Casablanca, ci illustra la situazione. «La nostra è una piccola comunità», ci dice il sacerdote, «tuttavia siamo molto attivi e presenti in diverse azioni a sostegno della popolazione marocchina soprattutto sul piano educativo. In Marocco noi cattolici siamo presenti con 15 scuole, ma anche se il direttore è l’arcivescovo di Rabat e cinque di esse sono dirette da religiosi, gli insegnanti sono quasi tutti musulmani. È questo un modo, anche se in Marocco è vietata l’attività di proselitismo, di portare la nostra testimonianza. Di particolare importanza, inoltre, è l’impegno al dialogo ecumenico che si attua in Marocco e che è testimoniato dall’inaugurazione, avvenuta lo scorso settembre, dell’istituto ecumenico di teologia Al Mowafaqa («L’intesa», in arabo) di Rabat. In questo istituto – e si tratta di un esempio davvero importante in tal senso – le lezioni sono tenute da cattolici e protestanti, insieme» (vedi pagina seguente).

Leggendo Le Matin, un giornale, in francese, edito a Rabat, abbiamo notato un particolare, curioso e significativo insieme: mettendo le date del giorno, oltre a quella occidentale, 30 dicembre 2014, riporta – e questo è naturale – anche la data legata al calendario musulmano, ossia 7 Rabii (mese) 1436; ma, e questo non è scontato, anche la data ebraica, 8 Tevet 5775, e perfino quella dei berberi, che hanno un loro particolare computo del tempo: 2964. Di quest’ultima leggiamo l’anno, ma non il mese, scritto in tifinagh, l’alfabeto berbero, per noi indecifrabile. Oggi in Marocco circa il 45% della popolazione è berbera, altrettanto quella araba, poi ci sono altre minoranze; la lingua che domina è l’arabo, e in berbero, che ha diverse ramificazioni dialettali, non esistono giornali. Le due etnie – mescolate tra loro nelle città, mentre sui monti la gente dei villaggi è solo berbera – vivono in pacifica convivenza: e questo è un buon viatico per il futuro. Perché sfide difficili e situazioni geopolitiche complesse non mancano, al e in Marocco; ma grande è anche la saggezza del suo popolo che, speriamo, comunque prevarrà.

(pubblicato su Confronti di febbraio 2015)

Articoli correlati