Home Geopolitica Chiacchiere, distintivo e grilletto facile

Chiacchiere, distintivo e grilletto facile

by redazione

intervista ad Alessandro Portelli

(Portelli ha insegnato Letteratura americana alla facoltà di Scienze umanistiche dell’Università La Sapienza di Roma)

I recenti episodi che hanno visto cittadini afroamericani – quasi sempre disarmati – uccisi da agenti di polizia, le reazioni della comunità nera, la condanna delle discriminazioni razziali espressa dal presidente Obama alle celebrazioni del cinquantesimo anniversario di Selma e il conflitto tra il Congresso e la Casa Bianca.

«Un cittadino nero statunitense ha più probabilità di essere ucciso nel suo quartiere che in Afghanistan. Sono infatti circa 400 le persone uccise ogni anno dalla polizia negli Stati Uniti, mentre la media dei soldati americani che muoiono in Iraq o in Afghanistan è di 385 l’anno». A parlare è Alessandro Portelli, che ha insegnato Letteratura americana alla Sapienza di Roma ed è impegnato da sempre a diffondere la cultura «dell’America a cui vogliamo bene», come lui stesso la definisce, «quella di Woody Guthrie, Pete Seeger, Bob Dylan, Bruce Springsteen, Malcolm X, Martin Luther King, Cindy Sheehan, Mark Twain, Don DeLillo, Spike Lee e Woody Allen».

Ma purtroppo l’America che ritroviamo ogni giorno sulle prime pagine dei giornali è ben diversa: negli ultimi tempi si sono acuite le tensioni razziali ed è cresciuta la rabbia della comunità afroamericana, soprattutto a causa di vari episodi che hanno visto persone di pelle nera uccise da agenti di polizia. E il 7 marzo scorso, celebrando il cinquantesimo anniversario della marcia organizzata da Martin Luther King a Selma, il presidente Barack Obama ha detto che «il lavoro non è terminato, la marcia non è finita». Ad agosto dell’anno scorso, a Ferguson (Missouri), un diciottenne afroamericano (Michael Brown) è stato ucciso – nonostante avesse le mani alzate per arrendersi – da un agente di polizia, naturalmente bianco. In seguito a quell’episodio, la comunità afroamericana di Ferguson ha inscenato numerose proteste. La rabbia è cresciuta quando in seguito (vedi Confronti 1/2015) il tribunale ha giudicato non perseguibile l’agente.

A quel caso ne sono seguiti molti altri, tra i quali quello di Eric Gardner, anch’egli nero e disarmato, soffocato a morte da un agente di polizia a New York. Anche in questo caso, il poliziotto – bianco – non è stato incriminato. E poi – solo per citare i casi più recenti – Tony Robinson a Madison (Wisconsin), ucciso proprio nel giorno del cinquantesimo anniversario di Selma, e altri due afroamericani uccisi nonostante fossero disarmati: uno in Colorado e l’altro in Georgia. A marzo il capo della polizia di Ferguson, Thomas Jackson, si è dovuto dimettere in seguito al rapporto del Dipartimento di Giustizia Usa che accusava la polizia locale di atteggiamenti discriminatori e razzisti. Proprio dopo le dimissioni di Jackson, però, uno sconosciuto ha sparato a due agenti, ferendoli, mentre era in corso una manifestazione pacifica davanti alla sede della polizia di Ferguson. Naturalmente Obama ha condannato anche questo episodio.

Professor Portelli, dunque questi ultimi episodi sono solo la punta dell’iceberg?

Pensi che, solo nella prima metà di marzo, sono state uccise dalla polizia statunitense 33 persone. Ma noi sentiamo parlare solo di alcuni casi più eclatanti, soprattutto quelli nei quali la vittima è chiaramente disarmata. La rabbia monta proprio per una specie di pressione quotidiana sulle comunità nere, latine e migranti, e quindi davanti a questi episodi esplode. D’altra parte, una delle cose che a me hanno sempre fatto effetto è la chiara incompetenza di queste forze di polizia – tanto celebrate da cinema, televisione e media – che evidentemente non sono capaci di arrestare una persona senza ammazzarla.

Come mai, dopo questi gravi episodi, la polizia non prova a correre ai ripari, se non altro per limitare i danni alla propria immagine?

Dell’immagine, evidentemente, non gliene importa niente. Quello che vivono è un intreccio tra senso di onnipotenza, che gli deriva dall’avere vere e proprie armi da guerra e in più da una consolidata storia di impunità (nessuno finisce mai in prigione per questi episodi), combinato però con un senso di paura: gli viene instillata la convinzione che qualunque giovane afroamericano sia una minaccia. Tra l’altro, in un paese dove moltissima gente gira armata, naturalmente i poliziotti si aspettano che anche la persona che vanno ad arrestare sia armata. Nel dicembre scorso, in Florida, un agente ha sparato – uccidendola – a una persona che aveva in mano una scatola avvolta in un calzino, perché pensava che fosse una pistola. Al senso di onnipotenza e all’impunità quindi si aggiunge la paura, ma anche l’incompetenza: un intreccio spaventoso.

Nonostante la conquista dei diritti civili, pare che la situazione non sia cambiata di molto… Cosa non ha funzionato nella politica del primo presidente nero degli Stati Uniti?

È paradossale che il rafforzarsi del razzismo sia in parte una reazione all’elezione del primo presidente afroamericano. Ma le cose in questo mezzo secolo sono cambiate: intanto i cittadini neri possono votare, anche se una recente sentenza della Corte suprema ha messo un po’ in discussione alcuni aspetti del «Voting rights act», la legge che nel 1964 assicurava il diritto di voto a tutti gli afroamericani. Un passo indietro preoccupante. Non ci dimentichiamo che nel 2000 l’elezione di George Bush junior fu resa possibile dal fatto che una maggioranza degli elettori afroamericani in Florida era stata di fatto privata del diritto di voto. In ogni caso, dei passi avanti in questi decenni ci sono stati, e anche molto importanti: proprio questo incrementa la paranoia. Come da noi in Italia si diffonde la convinzione che gli immigrati ci stiano invadendo, così molti statunitensi – specie nelle fasce meno privilegiate e meno istruite della società – sono convinti che i neri gli stiano portando via il lavoro, stiano mettendo in discussione l’identità americana e così via. L’idea di avere un presidente nero li terrorizza.

In questo mezzo secolo il livello di razzismo della società americana è rimasto uguale?

Il razzismo non è mai un residuo, che a mano a mano va verso la scomparsa, ma è sempre una cosa che si rinnova: basti pensare a quanto è aumentato negli ultimi tempi anche qui da noi. Negli Stati Uniti poi c’è la convinzione – diffusa in gran parte della popolazione bianca – che i neri sfruttino il sistema vivendo di assistenza, che non abbiano voglia di lavorare e che siano criminali. Sui neri si dice più o meno quello che in Italia si dice spesso dei meridionali.

Passando alla politica estera, come giudica lo scontro tra il Congresso a guida repubblicana e la Casa Bianca? 47 senatori repubblicani hanno firmato un documento in cui si avvisa l’Iran che qualsiasi eventuale accordo uscirà dai colloqui sul nucleare potrebbe perdere di validità appena venisse eletto un presidente repubblicano…

Si tratta di un fatto senza precedenti, così come è senza precedenti il modo in cui il Partito repubblicano sta conducendo l’opposizione ad Obama. Una così aggressiva delegittimazione del presidente non si è mai vista nella storia degli Stati Uniti. In tutti questi anni di presidenza, Obama ha cercato di stabilire un dialogo e una politica condivisa, ma si è trovato sempre davanti a un muro pregiudiziale. Non è detto che i repubblicani – se vinceranno le presidenziali del novembre 2016, cosa che non è affatto certa – riusciranno davvero a smantellare quello che Obama ha fatto. In ogni caso, la radicalizzazione del conflitto politico ha raggiunto dei livelli che prima non si conoscevano.

E infatti poi, all’inizio di marzo, il premier Netanyahu – in piena campagna elettorale israeliana – è intervenuto al Congresso Usa esaltandone la linea politica in contrapposizione con la linea del presidente, in particolare sull’apertura di Obama all’Iran di Rouhani…

Certamente Netanyahu è stato molto esplicito. C’è un elemento importante da considerare: Israele è parte della politica interna degli Stati Uniti e quindi l’uso di Netanyahu da parte dei repubblicani e dei repubblicani da parte di Netanyahu fa parte di una dialettica che peraltro va avanti da molto tempo. È stato detto che Israele è «la coda che muove il cane», nel senso che la politica internazionale degli Usa è definita dal rapporto con Israele. Obama ha compiuto dei cauti gesti di autonomia rispetto ad Israele e rischia di pagarli. Anche se poi, in occasione del discorso del premier israeliano davanti al Congresso, si è verificato un fatto inusitato: molti deputati democratici non sono andati ad ascoltarlo. È la prima volta che si verifica una presa di distanza così visibile. Può darsi quindi che ci siano delle incrinature in questo «monolitismo».

intervista a cura di Adriano Gizzi

 

(pubblicato su Confronti di aprile 2015)

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