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Le responsabilità per i morti in mare

by redazione

di Ugo Melchionda (presidente del Centro studi e ricerche Idos – Roma)

«Migrazioni volontarie e migrazioni forzate, migranti economici e profughi/richiedenti asilo/rifugiati, regolari e “clandestini”… tutte queste categorie non ci permettono di comprendere il fatto più importante: siamo di fronte a esseri umani che avevano e hanno abbandonato quel poco che avevano, che hanno affrontato un viaggio pericoloso, spesso conclusosi con la morte, per chiedere la nostra protezione».

Nella vera e propria jungla di notizie, allarmi, dichiarazioni, prese di posizione degli ultimi giorni qual è il filo rosso da seguire, quali i fatti principali da ordinare, per chiedere al lettore di mettere a fuoco una riflessione?

Che 700 profughi siano annegati domenica 19 aprile al largo delle coste della Libia, dopo che martedì 14 altri 400 erano morti, nel tentativo di raggiungere le nostre coste?

Che diecimila profughi in fuga dalle condizioni di guerra e dall’impossibilità di sopravvivere siano sbarcati tra venerdì 10 e martedì 14 aprile sulle coste italiane e che tra di loro oltre 500 fossero bambini, minori, spesso soli e non accompagnati?

Che 15 migranti musulmani appena sbarcati da una di queste imbarcazioni cariche di disperazione e di speranza, siano stai arrestati, accusati di aver gettato a mare 12 cristiani?

Che il Ministero dell’Interno abbia cercato 6.500 posti di prima accoglienza in più per i profughi, autorizzando i prefetti anche a requisire o confiscare, se necessario, posti letto vuoti per garantire la prima accoglienza e che le Regioni Veneto e Lombardia, tra le più avanzate dal punto di vista economico, sociale e culturale del paese, abbiano risposto «zero posti disponibili!», mentre Sicilia e Lazio ospitano un terzo di tutti i profughi, e la Basilicata abbia affermato di essere disponibile a raddoppiare il numero di posti disponibili?

Che rappresentanti autorevoli di partiti politici siano stati in grado di affermare senza esitazione né remore intellettuali, che siamo di fronte a «Un’invasione clandestina. Organizzata dalle mafie. Sostenuta dal terrorismo. Con la complicità del governo italiano»? (Il Tempo del 16 aprile, pagina 9).

Che il ministro degli Esteri Gentiloni abbia ripetutamente richiesto ai paesi dell’Unione europea più fondi per affrontare l’emergenza umanitaria, trovando la piena solidarietà formale del commissario europeo all’immigrazione Avramopoulos, mentre l’Ue ha appena bocciato la «Direttiva 55» che avrebbe garantito un’immediata possibilità di protezione temporanea per motivi umanitari a tutti coloro che provengono da situazioni in cui sono a serio rischio di violazione dei propri diritti?

In realtà, i 10mila profughi sbarcati, i 500 bambini tra di loro, i 1.100 morti in pochi giorni vanno al di là della nostra capacità di parlare, di utilizzare gli strumenti offerti dalla letteratura internazionale sulle migrazioni, dalla giurisprudenza, dalla politica, dall’informazione o dalla propaganda, che distinguono tra migrazioni volontarie e migrazioni forzate, tra migranti economici e profughi/richiedenti asilo/rifugiati, tra regolari e «clandestini». Tutte queste categorie non ci permettono di comprendere il fatto più importante: che siamo di fronte a esseri umani che avevano e hanno abbandonato quel poco (o nulla, ndr) che avevano, che hanno affrontato un viaggio pericoloso, spesso conclusosi con la morte, per chiedere la nostra protezione.

È questa nostra responsabilità morale nei loro confronti il dato vero e unico. 1100 morti in pochi giorni tra 10mila e oltre poveri disgraziati che ci interrogano su cosa costituisce la realtà delle migrazioni: «flussi misti» in cui sfollati, profughi, richiedenti asilo, migranti per motivi ambientali, migranti economici che non trovano «decreti flussi» che contemplino il loro arrivo, minori non accompagnati, donne vittime di tratta e donne che vogliono sfuggire alla tratta, perseguitati per motivi religiosi, politici o etnici si mescolano sui barconi per costituire una sola e unica scia. O invasione dei «clandestini» che non rispettano le regole del gioco?

È questa definizione diversa della situazione che separa coloro che, mettendo in gioco le proprie certezze, prospettano soluzioni per loro e per noi, cercano di salvare la loro vita e la nostra dignità, da quelli che fanno appello all’egoismo e alla xenofobia degli italiani. Dall’una o dall’altra definizione deriveranno conseguenze reali per loro, per noi, per tutti.

 

(pubblicato su Confronti di maggio 2015)

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