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Non aprire la strada ad avventure autoritarie

by redazione

intervista a Giulio Ercolessi

Formatosi politicamente nella sinistra liberale, nella Lega per il divorzio e nel Movimento federalista europeo, Giulio Ercolessi è stato segretario del Partito radicale nel 1973-74. All’inizio degli  anni ’80 ha abbandonato la politica attiva, intensificando però la sua attività pubblicistica. Instancabile «globetrotter» del pensiero liberale, in questi decenni ha partecipato come relatore a centinaia di incontri e convegni, scrivendo articoli e saggi – con il proprio nome o utilizzando uno pseudonimo – per riviste quali Critica liberale (di cui ha anche codiretto il supplemento «Gli Stati Uniti d’Europa»), MicroMega, Lettera Internazionale e Confronti. Tra i suoi libri, ricordiamo L’Europa verso il suicidio? Senza Unione federale il destino degli europei è segnato (Dedalo, 2009) e soprattutto Sfascismo costituzionale. Come uscire vivi da un azzardo politico temerario. Una proposta liberale, appena pubblicato per Aracne editrice. Ercolessi è anche membro del board del Forum liberale europeo (Elf), l’organizzazione che riunisce i circa quaranta centri di studi politici europei facenti capo all’Alde (il variegato partito dei liberali al Parlamento europeo).

Sfascismo costituzionale

In un’epoca in cui il mito della «governabilità» – o «del fare», per dirla alla Renzi – implica l’esaltazione del potere e del suo esercizio efficace, lei sceglie invece di porre l’accento sui rischi dell’eccesso di potere e della «tirannide della maggioranza», da cui ci mettevano in guardia Tocqueville e Mill…

I media e l’attuale classe politica italiana, dopo i vent’anni berlusconiani di intensa diseducazione civica di massa, hanno perso la consapevolezza dell’intrinseca fragilità della democrazia liberale. Hanno dimenticato che basta pochissimo per avviare processi di regressione e imbarbarimento collettivo. Hanno dimenticato che il potere politico tende quasi sempre, quasi fisiologicamente, a non rispettare i propri limiti. Hanno dimenticato la lezione della barbarie totalitaria del XX secolo. Hanno dimenticato che l’Italia è stata fascista. Che all’inizio pochi avevano riconosciuto e compreso che cosa sarebbe stato il fascismo. E tutto questo avviene proprio quando in tutta Europa spuntano come funghi nuovi movimenti populisti, autoritari, nazionalisti, razzisti e xenofobi. Anche di questi, pochi oggi riconoscono davvero la pericolosità e i possibili sviluppi.

Quali sono i rischi per la democrazia e le libertà costituzionali che deriverebbero dall’approvazione di questa riforma costituzionale voluta dal governo? E la riforma elettorale appena approvata è davvero un pericolo?

Le due riforme combinate metterebbero nelle mani della sola maggioranza che vincesse le elezioni politiche e qualche elezione regionale tutte le garanzie delle libertà costituzionali e le regole del gioco. A qualunque maggioranza governativa basterebbe pochissimo per raggiungere tutti i quorum previsti dalla Costituzione a loro tutela. Cambiare la Costituzione – cioè l’identità civile del paese – diventerebbe quasi altrettanto facile quanto approvare leggi ordinarie o votare la fiducia. Qualunque futuro ciarlatano carismatico di cui si invaghissero, anche per una sola stagione, i nostri concittadini – come è già successo, e più di una volta – diventerebbe padrone quasi assoluto dell’Italia. Sarebbe come abolire la rigidità della Costituzione, come tornare a una costituzione non rigida, quale era lo Statuto Albertino, che si poteva modificare con leggi ordinarie successive e che quindi non fu di ostacolo all’instaurazione della dittatura. È un po’ come se si decidesse di disdire tutte le assicurazioni stipulate dopo la caduta del fascismo contro il rischio del ritorno a un regime autoritario.

Nella prefazione a «Sfascismo costituzionale», sir Graham Watson (presidente dell’Alleanza dei liberali e democratici per l’Europa) scrive di aver cominciato a dubitare di Renzi quando ha appreso che aveva ingaggiato come suo stretto consigliere un ex spin doctor di Berlusconi. C’è dunque una continuità tra i due personaggi?

Temo proprio di sì. C’è nell’ideologia costituzionale, nello stile di comando, in una certa antropologia politica, che rendono il Pd personale di Renzi sempre più omologato al modello berlusconiano. È il trionfo (quasi) postumo di Berlusconi. E anche del suo – chiamiamolo così – modello di etica pubblica (grottesche caratteristiche personali a parte, ovviamente). È davvero imbarazzante, ma pare che a molti nostri concittadini i leader politici piacciano proprio così: bulli, maneschi, sbruffoni, maleducati e prepotenti come il marchese del Grillo interpretato da Alberto Sordi.

Il governo conta di approvare definitivamente la riforma costituzionale entro la fine dell’anno. Ci riuscirà? E, in tal caso, che possibilità ci sono di una vittoria del «no» nel referendum costituzionale?

Non so se ce la farà, ma Renzi ha in comune con Berlusconi anche un’altissima propensione al rischio. Se sarà approvata, spero che contro questa riforma costituzionale si formi un ampio schieramento referendario «ciellenistico» (sul modello del Cln, il Comitato di liberazione nazionale che durante la Resistenza comprendeva forze politiche molto diverse tra loro, ma unite nella lotta contro il fascismo, ndr). Non perché Renzi sia lui un potenziale dittatore – è solo un insipiente apprendista stregone che probabilmente non capisce neppure le conseguenze potenziali di quel che sta facendo – ma perché queste riforme, se approvate, potrebbero durare molto più di lui e aprire la strada a qualunque avventura autoritaria futura. Come in Ungheria, se non peggio. E forse prima di quel che si possa immaginare. Temo però che il risultato dipenderà più dall’eventuale logoramento della leadership di Renzi, o dalla soddisfazione o meno per l’andamento dell’economica, che da altro, perché pare che capire il contenuto della riforma sia difficilissimo per gli stessi parlamentari, a giudicare dai loro comportamenti e dichiarazioni.

Se – come scrive – la tendenza generale della politica italiana è sempre più verso l’affidamento di tutti i poteri al cosiddetto «uomo solo al comando», quali diritti rimangono alle minoranze?

L’idea primitiva che sottostà a queste riforme è che la democrazia consista nell’eleggere ogni cinque anni un capataz – e un po’ di yes-men e yes-women ai suoi ordini – e dargli carta bianca assoluta, anche se dovesse rivelarsi fin da subito un incapace, un delinquente o un citrullo, bravo solo a fare campagne elettorali. In questa visione, le minoranze sono solo un intralcio da rottamare, e la democrazia rappresentativa di fatto non serve più. Tanto meno le piccole minoranze che non possono essere rappresentate da nessuno dei due o tre partiti maggiori. Ma se si impedisce a una minoranza di fare con qualche possibilità di successo le sue prove, le due o tre forze maggiori diventano un oligopolio inscalfibile. La sola possibilità che sorga qualche proposta nuova diventano le esplosioni di rabbia incontenibile, inevitabilmente demagogiche.

Nel suo libro avanza anche delle proposte alternative di riforma che non mettano in pericolo il sistema dei freni e contrappesi costituzionali. Ce ne può accennare?

Per salvaguardare la stabilità di governo senza compromettere le garanzie costituzionali si potrebbe pensare a una sola Camera, delle dimensioni di quella attuale, cioè di 630 membri, ed eleggerne 530 con un sistema maggioritario e 100 con proporzionale pura (questi ultimi si potrebbero chiamare «senatori», in omaggio alla tradizione). Nei casi in cui la Costituzione prevede maggioranze qualificate – e solo in questi – (modifiche della Costituzione, elezione del Presidente e dei giudici costituzionali, ecc.) i «senatori» voterebbero separatamente dagli altri, e la maggioranza qualificata dovrebbe essere raggiunta sia fra tutti i parlamentari sia fra i «senatori». In questo modo chi vincesse una semplice tornata elettorale generale potrebbe sì governare e attuare il suo programma di legislatura, ma non potrebbe cambiare unilateralmente le regole del gioco a proprio vantaggio né violare diritti e libertà costituzionali o eleggere in solitudine gli organi di garanzia. Inoltre, nuove proposte politiche potrebbero fare le proprie prove, inizialmente, nell’arena proporzionale, al riparo dallo spauracchio della dispersione del voto. Divenute abbastanza credibili, potrebbero cercare di scalzare una delle posizioni dominanti. Infine, si risparmierebbe molto di più anche sui «costi della politica» visibile, che sembrano ossessionare gli italiani molto più di quelli, ben più sostanziosi, della politica occulta e della corruzione.

intervista a cura di Adriano Gizzi

(pubblicato su Confronti di giugno 2015)

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