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Se il nontiscordardimé simboleggia il genocidio degli armeni

by redazione

di Luigi Sandri, inviato di Confronti a Erevan

Il 23 aprile a Erevan i due catholicos hanno proclamato santi i martiri dei massacri perpetrati dai turchi ottomani. Poi, il 24, rappresentanti delle nazioni de lmondo hanno ricordato l’inizio del «Metz Yeghern». Le reazioni furenti della Turchia a chi (papa compreso) ha fatto proprie le tesi armene. Le speranze del futuro.

Non una spada, quasi per annunciare vendetta contro i turchi; non una bilancia, per ribadire la volontà di pareggiare il Metz Yeghern (Grande Male) subìto; ma l’indzi mi Mornar, cioè il nontiscordardimé – un umile fiore che di per sé invita ad una memoria intima e profonda, e però mite e nonviolenta – è stato scelto dall’Armenia per simboleggiare il centenario dell’inizio, il 24 aprile 1915, del genocidio del suo popolo. Un nontiscordardimé stilizzato, con cinque petali viola-blu e il cuore giallo, piccolo sui baveri delle giacche degli uomini e sui tailleurs delle signore, ben evidente sui cruscotti delle macchine, gigantesco sui fianchi delle montagne, dominava ovunque nel paese caucasico, dalla capitale Erevan a sperduti villaggi. E là presente era anche il nostro gruppetto di Confronti, per partecipare alle celebrazioni.

Una straordinaria e inedita canonizzazione

Ad Etchmiadzin – la città santa degli armeni, a venti chilometri da Erevan, ove sorge la «sede-madre» presso la quale sta il catholicos, il patriarca supremo degli armeni, oggi Karekin II – nel pomeriggio del 23 aprile si è svolta un’imponente cerimonia. Dalla cattedrale è uscita una lunga teoria di dignitari, di sacerdoti, di vescovi con le altissime mitrie multicolori e, infine, in abiti dorati, Karekin II e Aram I, il catholicos della Grande Casa di Cilicia, con sede ad Antélias, Beirut. Nel mezzo del corteo venivano trasportate alcune delle più insigni reliquie conservate in Armenia, tra le quali quella che si ritiene essere la lancia con la quale il centurione romano trafisse il costato di Cristo, e poi un pezzetto della croce di Gesù. Attraversando l’ampio giardino, il corteo è giunto al sacrario che ricorda il genocidio, e là i due catholicos e alcuni vescovi sono saliti sul palco allestito per l’occasione. Tra il pubblico, in prima fila il presidente armeno, Serzh Sarkissian; a lato, i rappresentanti delle varie Chiese del mondo. C’erano praticamente tutte le più importanti; mancava però un rappresentante del patriarcato di Costantinopoli, che ha sede ad Istanbul; e mancava un rappresentante ufficiale del patriarcato armeno di Costantinopoli (due amare assenze, dovute a motivi politici). La Santa Sede era rappresentata dal cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Ma la presenza più importante – invisibile, ma sentitissima da tutti gli armeni – era quella di papa Francesco. Persone di ogni ceto sociale, e poi politici ed ecclesiastici, da noi interpellati ad Erevan, si sono detti entusiasti e commossi per l’aperta denuncia del «genocidio armeno» espressa il 12 aprile, in San Pietro, dal pontefice (vedi Confronti 5/2015).

Un coro possente accompagnava la liturgia – teletrasmessa e, nel giardino, visibile da molti lati attraverso maxischermi – mentre ci si avvicinava al cuore dell’evento: «Noi, Karekin II, patriarca supremo e catholicos di tutti gli armeni, e Aram I, catholicos della Grande Casa di Cilicia, per l’autorità dataci da Cristo e giuntaci attraverso i primi illuminatori dell’Armenia, i santi apostoli Taddeo e Bartolomeo, per l’intercessione della santa Madre di Dio, e attraverso il secondo illuminatore degli armeni, san Gregorio l’Illuminatore [il quale nel 301 convertì il re Tiridate, che proclamò l’Armenia primo stato cristiano al mondo], con la decisione del Sinodo dei vescovi e la testimonianza del nostro popolo cristiano, dichiariamo che sono santi i martiri del genocidio armeno, e proclamiamo il 24 aprile il giorno del ricordo dei santi martiri del genocidio armeno che hanno dato la loro vita per la fede e per la patria».

Dunque, una canonizzazione di massa, mai vista, in nessuna Chiesa, per un numero così elevato di persone (le vittime del Metz Yeghern – hanno precisato gli stessi catholicos – sono un milione e mezzo). E Karekin ed Aram, dopo aver baciato due icone che rappresentano la lunghissima teoria dei nuovi martiri, nelle loro omelie hanno ribadito quanto già affermato in due recenti encicliche. Così, Aram I aveva scritto: «Fu il governo turco-ottomano a compiere sistematicamente il genocidio in Armenia occidentale e in Cilicia [regione dell’Anatolia a ridosso delMediterraneo, e vicina alla Siria, da secoli abitata da armeni]. L’intenzione delle autorità ottomane era quella di sterminare gli armeni e di eliminare l’Armenia dalla mappa del mondo». E, venendo all’attualità: «Seppure la Turchia stia usando la sua influenza politica ed economica per frustrare le speranze armene, il tempo è venuto per noi di esplorare nuove prospettive e fondamenta all’interno del diritto internazionale, e proseguire con le nostre richieste e di riconoscimento dei nostri diritti umani violati».

Alle 19,15 – un’ora richiamante ovviamente l’anno 1915 – squillano i rintocchi della grande campana della torre di Etchmiadzin e, insieme, le campane di tutte le numerosissime chiese dell’Armenia; ma, anche, quelle delle cattedrali armene di Mosca e di Tbilisi, dove folle di armeni hanno seguito in diretta ciò che stava avvenendo in patria. E si vedono anche le foto delle cattedrali o chiese armene di Gerusalemme, Damasco, Il Cairo, Madrid, Parigi, Vienna, Colonia, Amsterdam, Venezia, Buenos Aires, New York… che hanno assicurato la loro spirituale compresenza. Nel giardino della «sede-madre» si fa un grande silenzio: tace il coro, tacciono i catholicos e i vescovi, tace la folla. È il momento del ricordo, perché quasi ogni armeno (oggi sono tre milioni in patria, tra otto e dieci nella diaspora) ha qualche antenato scomparso nel genocidio. Infine, la recita corale del Padre nostro chiude la cerimonia. Scende ormai la sera, e all’orizzonte ombre lunghe velano soavemente l’Ararat, il monte sacro agli armeni (il «popolo dell’arca», la quale – dice il Genesi [8,4] – con Noè si posò proprio su quel monte): e questo, per secoli in territorio armeno, adesso però si trova in Turchia. Al centro di Erevan molti – giovani, soprattutto – nella notte si sono assiepati per assistere al concerto guidato da Serzh Tankian, leader dei System of a down, uno dei più noti gruppi rock statunitensi, composto da artisti di origine armena, che hanno voluto onorare le vittime del Metz Yeghern.

Presenze e assenze al «memorial» del genocidio

Nella mattinata del 24 aprile si è svolta la solenne commemorazione del genocidio, organizzata dallo Stato armeno. Sulla collina di Tsitsernakaberd, la «Fortezza delle rondini» – uno sperone che sovrasta la capitale – sono presenti le delegazioni inviate dai vari governi. A mano a mano che vengono chiamati, i rappresentanti percorrono una cinquantina di metri, e porgono le loro condoglianze al presidente armeno; poi, presi per mano da una bambina, percorrono altri cinquanta metri e si avvicinano ad un grande nontiscordardimé stilizzato, vuoto al centro, e in quel vuoto depongono una rosa gialla. Quando termina la sfilata, il fiore con i petali viola-blu e il cuore giallo è completo. Quattro paesi (Russia, Francia, Serbia e Cipro) hanno inviato i loro presidenti che, deposta la loro rosa, hanno fatto ciascuno un breve discorso. Ribadendo che ci fu un «genocidio armeno», Vladimir Putin ha affermato che la Russia è sempre stata dalla parte degli armeni; e auspicato che da quella tragedia il mondo intero apprenda che, per vivere in pace, le minoranze vanno assolutamente rispettate e difese. Il capo del Cremlino ha lasciato sullo sfondo il fatto che tra Russia ed Armenia vi sia un’alleanza militare, importantissima per il piccolo paese caucasico – vasto poco più del Piemonte e della Valle d’Aosta insieme –, soprattutto permanendo l’aspro confronto che contrappone l’Armenia e l’Azerbaigian, a proposito del Nagorno Karabakh (regione azera, abitata soprattutto da armeni, la quale vent’anni fa si è resa di fatto indipendente da Baku, che ovviamente non accetta il fatto compiuto, e rivendica il territorio).

Ha poi parlato François Hollande, condannando con vibranti parole il genocidio e ricordando come il suo paese durante la Prima Guerra mondiale aiutò gli armeni i quali, oggi, in Francia, sono circa mezzo milione. Tra i presidenti attesi vi era quello statunitense, che però (per non irritare la Turchia, anello strategico della Nato in un’area cruciale del mondo) non è venuto; e ricordando negli Usa gli eventi del 1915, Barack Obama ha usato l’espressione con cui gli armeni a suo tempo descrissero la loro tragedia – Metz Yeghern, Grande Male – ma ha evitato di parlare di «genocidio ». A Erevan l’Italia ha inviato Pier Ferdinando Casini e Fabrizio Cicchitto: parlamentari che hanno avuto diverse cariche, ma che al momento non ne avevano nessuna governativa. Matteo Renzi (l’Italia ha intensi scambi commerciali e robusti rapporti economici con la Turchia) ha dunque scelto la via del low profile per far rappresentare il nostro paese.

Terminata la cerimonia ufficiale, si è aperta la sfilata dei semplici cittadini armeni che si sono messi disciplinatamente in fila per raggiungere, dopo ore e ore di attesa, Tsitsernakaberd, e deporre mazzi di fiori vicino alla fiamma eterna che ricorda il genocidio. A sera i mazzi accumulati formavano una siepe così alta da nascondere la fiamma. Poi, la notte, una gremita fiaccolata ha illuminato Erevan, ricordando il Metz Yeghern di cento anni prima, e auspicando che mai più al mondo tali orrori si ripetano. In molti hanno gridato: «L’Armenia vive!».

 

(pubblicato su Confronti di giugno 2015)

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1 comment

ComunitAArmena | Confronti – Se il nontiscordardimé simboleggia il genocidio degli armeni (giugno 2015) 1 Giugno 2015 - 16:19

[…] Non una spada, quasi per annunciare vendetta contro i turchi; non una bilancia, per ribadire la volontà di pareggiare il Metz Yeghern (Grande Male) subìto; ma l’indzi mi Mornar, cioè il nontiscordardimé – un umile fiore che di per sé invita ad una memoria intima e profonda, e però mite e nonviolenta – è stato scelto dall’Armenia per simboleggiare il centenario dell’inizio, il 24 aprile 1915, del genocidio del suo popolo. Un nontiscordardimé stilizzato, con cinque petali viola-blu e il cuore giallo, piccolo sui baveri delle giacche degli uomini e sui tailleurs delle signore, ben evidente sui cruscotti delle macchine, gigantesco sui fianchi delle montagne, dominava ovunque nel paese caucasico, dalla capitale Erevan a sperduti villaggi. E là presente era anche il nostro gruppetto di Confronti, per partecipare alle celebrazioni. Continua […]

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