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Senza forzature ideologiche ed emotive attualizzazioni

by redazione

di Grado Giovanni Merlo (docente di Storia del cristianesimo all’Università di Milano e presidente della Società internazionale di studi francescani)

L’imminente visita di papa Francesco alla comunità valdese di Torino rappresenta un fatto di enorme rilievo: un rilievo che va ben al di là del dato, per dir così, quantitativo. I valdesi contemporanei sono poche migliaia, sparsi e dispersi nella penisola italiana e nel lontano Uruguay: poche migliaia che però suscitano l’interesse curioso e, talora, ammirato di non pochi cittadini italiani, che da qualche anno a loro destinano una quota significativa dell’8 per mille. Eppure, dei valdesi contemporanei, in generale, si sa molto poco, come dimostrano quasi sempre gli organi di informazione di massa, che ripetono, in modo acritico, la favola della loro discendenza da «Pietro Valdo, ricco mercante di Lione». I valdesi contemporanei sarebbero, perciò, i “discendenti” degli “eretici medievali”, nascostisi nelle marginali valli delle Alpi occidentali per sfuggire alla repressione ecclesiastica e così sopravvissuti fino ai giorni nostri. L’attrazione mediatica dell’eventuale titolo giornalistico “Francesco incontra Pietro Valdo” diviene irresistibile: papa Bergoglio riproporrebbe la mitica figura di san Francesco d’Assisi e i valdesi si rinnoverebbero, a modo di sineddoche o di metonimia, nell’altrettanto mitica figura di Valdo. Insomma, gli equivoci si ingigantiscono e la confusione si fa totale: equivoci e confusione che, temo, sui giornali e nelle televisioni si moltiplicheranno approssimandosi e svolgendosi la visita del vescovo di Roma ai valdesi in Torino.

Ora, lasciando da parte che Valdo non si chiamava Pietro (nome inventato a metà del Trecento per contrapporlo al Pietro di Roma) né era un ricco mercante (bensì un ricco cittadino di Lione), la questione di assoluta centralità è di stabilire se i valdesi contemporanei, ossia quelli delle Valli omonime e dell’Uruguay, siano collegati a Valdo e, dunque, a una delle maggiori esperienze di evangelismo non conformista del basso medioevo. La risposta è negativa sul piano di una accertabile e accertata continuità “istituzionale”. Occorrerebbe incominciare dalla denominazione “Valdesi (Waldenses)”, che è un’identità attribuita e ripetuta dagli inquisitori e dalla cultura chiericale in riferimento a fenomeni religiosi assai diversificati nel tempo e nello spazio, ma unificati “dall’esterno” con una denominazione in origine infamante. Soltanto con l’adesione alla Riforma, tra gli anni trenta e gli anni sessanta del Cinquecento, i valdesi delle Valli accettano e assumono, in senso positivo, tale identità, Valdesi appunto, conservandola nei secoli successivi.

Dunque, i valdesi contemporanei sono eredi dei riformati cinquecenteschi: papa Bergoglio incontrerà dei “riformati”, anzi si troverà davanti a rappresentanti delle sole comunità che hanno costituito una straordinaria e secolare eccezione nell’Italia “tutta e sempre” cattolica. Allora, l’attenzione di ognuno andrà posta non sul “medioevo”, ma sull’età moderna. Ciò non toglie che l’interesse, al tempo stesso, si potrà e si dovrà rivolgere alle esperienze religiose che connotarono una larga parte della popolazione delle Alpi Cozie nei secoli XIV e XV e che condussero all’adesione cinquecentesca alla Riforma protestante. Nel catalogo dell’editrice Claudiana non mancano titoli che aiutano in questo percorso di conoscenza. Si ricordi ancora che a Torre Pellice, dal 4 al 6 settembre 2015, la Società di studi valdesi organizza un importate Convegno su «Identità valdesi tra passato e presente» che offrirà contributi assai significativi sulle identità valdesi, appunto.

Insomma, la decisione – qualcuno direbbe, epocale – di papa Francesco di incontrare i valdesi dovrebbe costituire un’opportunità per una più generale e autentica conoscenza della realtà valdese del presente e del passato: uno stimolo per fermarsi, piuttosto che un più o meno involontario pretesto per frettolose e superficiali proiezioni nel passato dei problemi del presente e del futuro. I problemi del passato sono molti e complessi e devono essere rispettati per quello che sono stati e sono: senza forzature ideologiche o, peggio, emotive attualizzazioni.

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