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A che servono le elezioni?

by redazione

di Pippo Civati

(parlamentare e fondatore del movimento «Possibile»)

La vicenda che riguarda il Portogallo è un fatto politico senza precedenti per l’Europa. Un governo di coalizione di sinistra – che avrebbe i numeri sufficienti per governare – trova un presidente della Repubblica indisponibile alla sua formazione, nonostante appunto abbia i numeri in Parlamento (qualcuno ha parlato di «Napolitaño», ma come è noto l’argomento dei numeri, che peraltro allora contestai, quando Bersani chiese di poter andare alle Camere rappresentava un argomento reale: in Portogallo nemmeno quello).

Non sono bastate nemmeno le rassicurazioni di una parte della coalizione di sinistra (favorevole all’uscita dall’euro e dalla Nato) che avrebbe rinunciato ad alcune parti del suo programma proprio per poter formare un governo. Ci si è voltati dall’altra parte, per mantenere un rapporto sereno con l’Europa e soprattutto con i mercati. Larghe intese a prescindere, dal voto dei cittadini e dalla proporzione dei numeri. Uno si domanda a che cosa serva indire libere elezioni, se il risultato libero non è.

Il presidente della Repubblica Cavaco Silva affida perciò il mandato al premier uscente di centrodestra, Passos Coelho, perché formi un governo di minoranza.

Se poi capita, come da noi, che nessuno rispetti il programma elettorale con cui è stato eletto, che le proposte contenute nel programma dell’opposizione entrino nel programma di maggioranza, in un turbinio trasformistico mai visto in queste proporzioni, si capisce che il rischio della democrazia e della rappresentanza è esaltato da quanto succede nei parlamenti e nel rapporto con i «loro» governi. In Italia e non solo.

Il mandato elettorale e gli impegni presi sbiadiscono, lo schema superiore si impone, all’insegna del «non ci sono alternative». E quando ci sono si bloccano prima ancora che si possano manifestare e tradurre in schemi politici. Di governo. Perché tutto deve essere in continuità, correre lungo binari precisi, a qualsiasi costo. Anche quello di snaturare la dialettica parlamentare. Disegno a cui in Italia si concorre anche con il nuovo sistema elettorale (l’Italicum), in cui si supera il confronto in uno schema che prevede la formazione di un grande partito di governo, a cui aderiscano tutti quanti, sotto l’unico vessillo di un’unica lista. Il premio di maggioranza farà il resto.

(pubblicato su Confronti di novembre 2015)

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