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Cuba. Un pontefice per aiutare la transizione

by redazione

di Claudio Paravati e Luigi Sandri

Accolto con tutti gli onori all’Avana, dove ha salutato anche l’ex lider maximo Fidel Castro, Francesco ha implicitamente indicato ai cattolici – la metà dei cubani – la strada per aiutare il passaggio dallo status quo ad un paese rinnovato che dispieghi le sue potenzialità e garantisca libertà di esprimersi a tutte le sue anime.

Se dal punto di vista mediatico l’icona del pellegrinaggio di papa Francesco a Cuba è stata il suo incontro con Fidel Castro, a livello profondo la domanda sottesa che attraversava in filigrana discorsi e gesti del pontefice e quelli dei suoi interlocutori – presidente Raúl Castro, vescovi, religiosi/e, giovani – era sul «come» accompagnare nel modo migliore la transizione del regime cubano dallo status quo alla «cosa», per ora indecifrabile, che si imporrà a seguito del miglioramento delle relazioni con gli Stati Uniti d’America, e che prima o poi inevitabilmente comporterà la fine del bloqueo (l’embargo che dura dal 1961, quando John Kennedy lo impose all’isola castrista, e che Raúl ha definito «crudele, illegale e immorale»); e che si imporrà all’uscita dei fratelli Castro dalla scena politica. Questo sembra a noi il filo rosso che ha collegato i vari eventi della visita papale (19-22 settembre) a Cuba, l’isola che, con un gruppo di Confronti, dal 10 al 21 settembre abbiamo visitato, iniziando da Santiago ed a poco a poco risalendo verso l’Avana dopo aver toccato Cienfuegos, Camagüey, Trinidad, Santa Clara, per arrivare infine alla capitale dove domenica 20 settembre abbiamo assistito alla messa celebrata dal pontefice nella Plaza de la Revolución.

Assonanze e diversità di tre viaggi papali

Bergoglio è il terzo papa che visita Cuba. Ad inaugurare questa meta fu Giovanni Paolo II, nel gennaio 1998. Allora, a sette anni dalla deflagrazione dell’Unione sovietica – che appoggiando l’isola, in particolare fornendo il petrolio, le aveva garantito la sussistenza – sembrava un miracolo che la piccola Cuba socialista, detestata dagli States, potesse continuare a resistere. Eppure resisteva, seppure a prezzo di dolorosissimi sacrifici per la popolazione. Infatti, mentre spariva l’Urss, continuava il bloqueo statunitense con i suoi devastanti effetti sulla vita quotidiana dei cubani, soprattutto dei bambini e dei malati, privati di molte medicine. Perduravano anche contraddizioni interne al regime cubano che, dando tutta la colpa all’embargo, poteva nascondere sue proprie responsabilità per la crisi economica. Wojtyla propose una svolta, riassunta nella formula: «Che il mondo si apra a Cuba, e questa al mondo». Non accadde però nulla di sostanziale, anche se piccoli miglioramenti ci furono.

Dal punto di vista dei rapporti Stato-Chiesa cattolica, Giovanni Paolo II sollecitò l’episcopato a non opporsi frontalmente al regime ma a favorire un dialogo paziente che progressivamente portasse a cambiamenti benefici per l’intera società. Nel 2008 Fidel si dimise da tutte le cariche politiche e il suo posto fu dato al fratello Raúl: e questi nel marzo 2012 diede il benvenuto a Benedetto XVI che confermò la linea di Wojtyla. Adesso è arrivato Francesco, con le mani che profumavano ancora di un preziosissimo regalo che già qualche mese prima aveva fatto a Cuba: con un’opera di mediazione discreta ed efficace egli infatti aveva favorito l’avvio della normalizzazione tra l’isola e gli States, in concreto tra Raúl e Barack Obama. Per tale motivo, sia le autorità ecclesiastiche che il governo cubano si aspettavano che folle oceaniche venissero a salutare il Grande Mediatore. Folle ed entusiasmo ci sono, sì, stati, ma forse – almeno questa la nostra impressione – non nella misura attesa. E così alla messa del 20 settembre la folla convenuta (duecentomila persone) era certamente assai inferiore a quella assiepatasi per analoga celebrazione di papa Wojtyla. Come mai? La spiegazione che ci è arrivata, parlando qua e là all’Avana con varie persone, è che la gente è stanca di attendere, e vorrebbe vedere, in fretta, riforme concrete. In altre parole: i papi vengono, parlano, ripartono, ma nemmeno loro hanno la bacchetta magica per spingere il governo a riforme veloci e incisive.

Ad una settimana dall’arrivo del papa, Maria Caridad Lopez Campistrous, responsabile dei media nella diocesi di Santiago, ci diceva di non aspettarsi grandi cambiamenti sociali dalla presenza di Francesco; piuttosto, insisteva, egli inviterà i cattolici ad essere una «Chiesa in uscita, una Chiesa missionaria», alla luce dello slogan ufficiale della visita papale: «Francisco, misionero de la misericordia». E, a proposito della situazione sociale del paese, Caridad sottolineava i problemi posti, già oggi, da un calo impressionante della natalità (dovuto alle difficoltà della vita quotidiana ed aggravato dall’assenza di molti giovani che hanno lasciato Cuba per andare a vivere all’estero, in particolare negli Usa). Ma, tornando al papa, varie fonti cattoliche si sono dette convinte che il suo pellegrinaggio avrebbe migliorato comunque la situazione della Chiesa cattolica: dovrebbero infatti cadere restrizioni che ancora sussistono (ad esempio, resta assai difficile, seppure, almeno per i cattolici, ora non impossibile costruire nuove chiese). E una Chiesa, libera e pur poverissima di mezzi, e con scarsissime possibilità di avere «grandi» opere di assistenza sociale – perché il governo, in linea di principio, vorrebbe riservarle a sé, mentre apprezza quelle «piccole» in mano ecclesiastica – potrebbe dare una testimonianza importante alla Chiesa universale.

Un caleidoscopio: cattolici, santeri, altre Chiese e religioni

I cattolici rappresentano circa la metà degli undici milioni di cubani. Tra di loro ci sono personalità capaci che un domani potrebbero entrare in un eventuale governo. Per decenni lo statuto del Partito comunista rifiutò l’adesione ad esso di credenti; il congresso del Pc del 1992 tolse però il divieto. Nessuno oggi a Cuba subisce discriminazioni a causa della religione. E quando il papa, il 20 settembre, è andato a trovare, a casa, l’ottantanovenne ex lider maximo, questi ha regalato all’ospite Fidel y la religión, un suo libro pubblicato negli anni Ottanta del secolo scorso, frutto di appassionati colloqui con Frei Betto, teologo brasiliano della liberazione. Castro affermava che se le gerarchie ecclesiastiche, quando nel 1959 «trionfò la Rivoluzione», avessero avuto idee come quelle sostenute dal suo interlocutore, certamente non ci sarebbe stata nessuna avversità alla Chiesa. D’altronde, nei giorni della visita di Bergoglio i media – tutti controllati dal partito – facevano a gara ad esaltare il papa, riportando integralmente i suoi discorsi e dando larghissimo spazio ai suoi gesti. A vedere la tv di stato, o a leggere Granma, organo ufficiale del Comitato centrale del Pc di Cuba, tutti ridondanti di papa, pareva di guardare o leggere un cattolicissimo media nostrano.

Ma a Cuba non ci sono solo cattolici. Tanti – milioni, forse: ma è arduo precisare – sono i seguaci della santería, variegato mondo religioso sincretista afro-cubano che in qualche modo lambisce anche tanti cattolici, in una mescolanza inestricabile. Ci sono poi piccole ma significative minoranze. Incontriamo Fidel Babani, rappresentante della comunità ebraica cubana, che ci aspetta in una sinagoga dell’Avana. Arrivati a Cuba già con la «scoperta» dell’America, gli ebrei crebbero notevolmente a fine Ottocento, perché molti soldati statunitensi che raggiunsero l’isola erano ebrei. Nel 1959, quando si impose la Rivoluzione, la comunità ebraica era composta da ventimila persone: gran parte di esse abbandonarono però l’isola dove, oggi, ci sono solo milleduecento ebrei che, ci conferma il nostro interlocutore, sono liberissimi di praticare la loro religione (anche se Cuba non ha rapporti diplomatici con Israele). Vi è a Cuba anche una piccola comunità musulmana, che però non siamo riusciti ad incontrare.

Tra le Chiese non cattoliche, a Cuba le più vivaci sono quella metodista e quella battista. Il pastore Ricardo Pereira Diaz, vescovo della Chiesa metodista, ci conferma che i metodisti, come tutti gli altri, hanno piena libertà di culto; tuttavia, non possono costruire nuove chiese. Che fare, allora, quando ce n’è bisogno? Semplice: una normale casa, lasciando apparentemente intatta la sua struttura, viene trasformata in chiesa. Tutti sanno che ormai è una chiesa, però è una casa, e la polizia non dice niente. Lo stesso vescovo ci parla di quella volta che Fidel incontrò i rappresentanti delle varie Chiese e religioni. Presi da grande riverenza nessuno osò esporre lamentele al lider maximo, salvo il metodista che elencò molte richieste e avanzò puntuali critiche ad un Fidel che ascoltava attentamente.

La sera di domenica 20 settembre siamo andati in una chiesa metodista: il culto è stato caratterizzato da inni cantati a squarciagola, con molte persone che accennavano passi di danza. E un pastore statunitense, venuto a Cuba per alcuni mesi, ha tenuto una lunghissima ed elettrizzante predicazione, spesso interrotta dal grido gioioso di «Alleluja, alleluja». Parliamo di una Chiesa che oggi conta – ci dice il vescovo – più di quarantamila membri (fino a centomila i simpatizzanti); la terza per grandezza, dopo Brasile e Messico, nel mondo latinoamericano, e con un tasso di crescita annuo del 10% – un «trend» costante negli ultimi tre lustri.

Per quanto riguarda poi le Chiese battiste, sono divise in congregazioni locali; noi abbiamo incontrato Idael Montero Pacheco, pastore che svolge il proprio servizio anche presso il Centro Martin Luther King all’Avana, fondato e diretto sino a oggi dal pastore Raúl Suárez. Luogo significativo il Centro dedicato al pastore statunitense afroamericano, poiché è qui che le Chiese battiste di Cuba elaborano la loro teologia della liberazione. Mentre ci parla il pastore fa più volte riferimento agli incontri degli anni Ottanta del Novecento, all’Avana, tra Fidel Castro e Frei Betto. L’azione del Centro è volta alla «ricerca della giustizia (hic et nunc), perché a questo ci chiama la Parola quando la si testimonia» ci dice Idael. Una giustizia, aggiunge, da perseguire e difendere quotidianamente, tramite azioni di «diaconia» quali una mensa gratuita per i meno abbienti; un laboratorio sociale per anziani; e un’opera di formazione di «agenti sociali», in grado di assumere ruoli attivi di cura della rete sociale del quartiere e della città.

Tra problemi, asperità e speranze

I vari nostri interlocutori unanimemente hanno sottolineato le difficoltà della vita quotidiana di tutti i cubani (non solo dei credenti, ovviamente!): lo stipendio medio mensile, di ogni tipo di lavoro, è sui venti dollari; anche se, attraverso tessere, le famiglie possono acquistare a prezzi bassissimi, in negozi particolari, i prodotti essenziali, rimane pur sempre un’entrata davvero inadeguata. Il tutto peggiorato dalla singolare circolazione di una doppia moneta: il Cuc, peso convertible che praticamente equivale al dollaro, e il Cup, il peso nazionale, diverso in formato cartaceo e monetario, che vale un ventiquattresimo del Cuc e non è accettato in molti negozi. Quelli che ricevono soldi da parenti all’estero (Florida, soprattutto, dove vivono mezzo milione di cubani, in maggioranza critici acerrimi del regime, e perciò delusi dai discorsi soft di Bergoglio ai dirigenti dell’Avana), o lavorano con turisti, hanno dunque quei Cuc che gli altri non possiedono. Questa doppia circolazione – avviata vent’anni fa da Fidel per affrontare il Periodo especial determinato dal collasso dell’Urss – è stata forse inevitabile, per superare una crisi gravissima, ma a poco a poco ha provocato una sostanziale differenza di classe tra chi ha i Cuc, e chi non li ha; una disparità che crea amarezze, frustrazioni, invidie, e differisce la possibilità di risolvere alla radice – bloqueo a parte – la crisi economica del paese. Frustrazioni che, in altro campo, derivano anche dalla disastrosa situazione delle reti di comunicazione, all’interno di Cuba e anche verso l’estero (è arduo usare il wi-fi, perfino in alberghi a cinque stelle).

Eppure, malgrado queste asperità e queste contraddizioni, l’audace Cuba è riuscita a mantenere due conquiste importantissime della Revolución: la scuola, dalle elementari all’università, gratuita per tutti, e l’assistenza sanitaria gratuita per tutti. Per comprendere la straordinaria valenza positiva di tali conquiste basterebbe ricordare come, nei paesi del «Terzo mondo», i poveri di norma siano in radice esclusi dalla scuola e dalla sanità gratuite. I medici cubani sono ben preparati ed hanno anche inventato farmaci importanti che, una volta caduto il bloqueo (che resiste, seppure nell’agosto scorso siano state ristabilite, dopo mezzo secolo, le relazioni diplomatiche tra Cuba e Usa), potrebbero essere venduti all’estero. Insomma, Cuba ha un fattore umano di grandi potenzialità, e professionalmente molto preparato: esso, che ha salvato il paese in questi anni difficilissimi, sarà la locomotiva trainante anche della futura Cuba. Ma quale Cuba?

Alla fine della transizione, la Cuba del futuro – che dovrà prevedere il pluralismo politico, la piena possibilità di espressione di ogni persona e gruppo sociale, e la libertà di stampa – dovrà (dovrebbe) salvaguardare alcune conquiste sociali del regime socialista e, insieme, innestare su di esse riforme che, causa bloqueo o per limiti strutturali del castrismo, non sono state realizzate. Dovrà sparire la prostituzione organizzata (oggi, presso alcuni alberghi e spiagge, tollerata dalla polizia); se questo fenomeno è una macchia per Cuba, va notato che il regime ha fatto tantissimo per l’affermazione della donna in ogni àmbito (in parlamento quasi la metà dei deputati sono donne) e si è evoluto molto rispetto ai diritti degli omosessuali, anche se nella mentalità, come in tutti i paesi latino-americani, il machismo e l’omofobia sono duri a morire.

Su tutte queste problematiche, come sull’assenza di pluralismo politico almeno come inteso in Occidente, Francesco non si è espresso direttamente, ed è apparso imbarazzato quando sul volo Santiago-Washington gli è stata posta una domanda in merito ai detenuti politici cubani da lui non ricevuti – ma il governo nega che ce ne siano: di fatto, in occasione della visita papale, sono stati amnistiati, anche per l’interessamento dell’arcivescovo dell’Avana, cardinale Jaime Lucas Ortega y Alamino, tremila detenuti, tutti definiti «comuni». In ogni modo, l’insieme delle parole di Bergoglio (quali l’invito, ai giovani, a «saper sognare»; e l’affermazione: «Si servono le persone, non le ideologie») sono state uno sprone, per la Chiesa cubana, a vivere la transizione accogliendo in modo convinto il messaggio evangelico, formando le coscienze, e riconoscendo ai laici cattolici dediti alla politica, ed a quanti e quante potenzialmente potrebbero farlo, e non alle gerarchie ecclesiastiche (come alcuni prelati pur vorrebbero), il compito di impegnarsi in prima persona per contribuire a realizzare il miracolo di una transizione forte, pacifica, determinata: magari lenta come il camminare della gente cubana nell’assolato meriggio caraibico, ma potente come un uragano atlantico. Sul «come» e «quando» sarà il popolo della nobile Cuba a scegliere, magari immaginando un governo di unità nazionale che rappresenti tutte le anime. Perché l’isola che molti vogliono che non ci sia, dovrà diventare un’isola che c’è per tutti. Que viva Cuba!

(pubblicato su Confronti di ottobre 2015)

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