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Ma questa scuola è buona o cattiva?

by redazione

di Simonetta Salacone, già dirigente scolastica della scuola «Iqbal Masih» di Roma.

Cerchiamo di approfondire le questioni legate alla riforma della scuola voluta dal governo Renzi ospitando – all’interno del servizio – interventi con punti di vista differenti. Iniziamo con un’insegnante, per proseguire con un ex ministro dell’Istruzione e concludere con il vicepresidente dell’associazione 31 Ottobre.

Cosa è possibile salvare e cosa è da rigettare nella legge di riforma chiamata dal governo «la buona scuola»? A questa domanda mi è difficile rispondere, poiché la legge n. 107 approvata dal Parlamento conserva tutti i difetti dell’impianto iniziale che ho già evidenziato (vedi Confronti 6/2015) e che sono poi quelli denunciati dalla stragrande maggioranza di docenti, personale amministrativo e dirigenti scolastici, studenti, nonché dalla parte più avvertita dei genitori e dei cittadini comuni sufficientemente informati e preoccupati per le sorti di un’istituzione fondamentale per la democrazia e lo sviluppo del paese.

All’articolato sono state apportate alcune modifiche importanti, anche se non sostanziali, a seguito del dibattito parlamentare. Solo per fare alcuni esempi: è stato recuperato il ruolo del Collegio dei docenti nella predisposizione del Piano dell’offerta formativa (Pof) e quello del Consiglio di istituto nell’adozione dello stesso; è stata indicata una diversa destinazione delle somme che saranno versate dai privati, una parte delle quali andrà in un fondo che il Ministero redistribuirà alle scuole in base al bisogno; è stato ridotto il numero delle deleghe al governo.

Non si può però dire che la 107 sia una «legge di riforma» perché non contiene riferimenti alla struttura dei cicli scolastici, alla durata dell’obbligo, all’organizzazione degli orari, al sistema delle cattedre, alla revisione dei contenuti curricolari, alla formazione e al reclutamento dei docenti e alla formazione ricorrente di quelli già in servizio. La situazione è confusa e ambigua perché di alcuni di questi argomenti si parla, affidando l’innovazione al «fai da te» dell’autonomia e alle scelte di ogni singolo istituto che, adottando il Piano triennale dell’offerta formativa, può – tra l’altro – incrementare l’orario di alcune discipline, prolungare l’orario di apertura della scuola, modificare l’assegnazione di alcune parti del curricolo a docenti di altro grado scolastico, incaricare personale esterno alla scuola di svolgere alcuni contenuti disciplinari (vedi articolo 7).

Molti di questi argomenti, però, vengono ripresi e costituiscono l’oggetto dei numerosi decreti legislativi che il governo è autorizzato ad emettere (vedi articolo 180) senza indicazioni o orientamenti da parte del Parlamento e senza che sia previsto un ampio dibattito nel paese. I decreti diventeranno esecutivi dopo il parere solo consultivo delle Commissioni parlamentari competenti e, come è scritto nell’articolato della legge, senza che venga sentito l’organo consultivo della Pubblica Istruzione, il Cnpi. I decreti legislativi riguarderanno, per capirci, materie come: il riordino delle disposizioni in materia di sistema nazionale dell’istruzione; la formazione e il reclutamento dei docenti; le forme di promozione per l’inclusione dei disabili; il riordino dell’Istruzione professionale e il rapporto con la Formazione professionale, competenza delle Regioni; la revisione dei curricula scolastici; i livelli essenziali per i nidi e la scuola dell’infanzia (lo 0-6); il diritto allo studio; la scuola italiana all’estero, la valutazione e il sistema di certificazione conseguente.

Come si può vedere, le deleghe riguarderanno il cuore vero di una eventuale riforma di ordinamenti e strutture, riforma che sarà probabilmente in linea con la visione di una scuola autonoma e flessibile, che si adegua alle richieste dell’utenza e agli orientamenti culturali dei territori, che premia il merito dei docenti e affida compiti manageriali al dirigente scolastico, che cerca e trova risorse economiche presso i privati, che continuerà a fare i conti con le ristrettezze economiche (le risorse investite nel triennio non superano i 3 miliardi di euro, a fronte degli 8,5 già tagliati a suo tempo dalla ministra Gelmini e del credito di più di un miliardo di euro che le scuole hanno accumulato nei confronti del Ministero per fondi di funzionamento che non verranno probabilmente più restituiti). In concreto, la legge 107 porterà ad una strisciante dissoluzione dei modelli scolastici fino ad ora vigenti su tutto il territorio nazionale, ad opera dell’autonomia affidata ai dirigenti e agli organi collegiali, in collaborazione con territori, privati, probabilmente Terzo settore.

Cosa salvare, allora, della legge? In breve: salverei tutti gli obiettivi innovativi contenuti nell’articolo 1, che sono apprezzabili e condivisibili, salvo rivendicarne la possibile attuazione solo in presenza di risorse economiche e di organico che, in base alle indicazioni della legge, non ci sono (si fa riferimento di continuo alla necessità di non creare nuovi o maggiori oneri di spesa).

Più che «salvare», penso che si debbano utilizzare al meglio gli spazi di autonomia che la legge incoraggia, per gestire le necessarie e buone innovazioni, secondo la pratica della programmazione collegiale e riproponendo la contrattazione (il Contratto di istituto), strumento che fino ad oggi ha permesso all’interno delle scuole di valorizzare le competenze e le prestazioni aggiuntive di tutto il personale (non il merito, perché i docenti devono essere tutti all’altezza del loro compito istituzionale!) e di adattare le risorse ai bisogni concreti di ogni scuola, distinguendo i soggetti delle decisioni, non affidando queste ultime al solo dirigente e garantendo spazi e tempi di riflessione e concertazione. Approvo l’idea dell’organico funzionale di rete, che può diventare veramente la risorsa per realizzare autonomia e flessibilità in base ai bisogni, ma ne disvelerei l’insufficienza, poiché la legge 107 ne prevede una quota veramente irrisoria per ogni istituto. A conti fatti i sindacati indicano l’assegnazione media di 3 o 4 unità per scuola, da utilizzare prioritariamente per la copertura delle cattedre vacanti e per le supplenze brevi (altro che programmazione triennale del Pof!). Valuto positivamente anche la Carta elettronica di 500 euro annui per docente per aggiornamento, acquisto libri, visite a musei ecc., anche perché non è sostitutiva dei fondi per l’aggiornamento collegiale, che la revisione del ddl ha reinserito nella legge.

E ancora hanno elementi positivi: il portale per la pubblicazione di notizie, risultati, finanziamenti, progetti (purché ben organizzato e gestito), l’Osservatorio per l’edilizia scolastica, la Commissione per la verifica periodica dell’esistenza delle condizioni di legge per l’autorizzazione al funzionamento delle paritarie. Trovo ormai matura l’apertura al tema 0-6, cioè all’integrazione fra i servizi per l’infanzia (nidi) e la scuola dell’infanzia, purché si mantenga a quest’ultima lo status di «scuola» e, come promette la delega, se ne generalizzi la presenza, ma come scuola statale o comunale su tutto il territorio nazionale, superando l’ambiguità che oggi considera l’offerta soddisfatta anche dalla sola scuola paritaria.

Infine, come non giudicare positiva l’immissione in ruolo di migliaia di docenti precari (anche se si tratta non di nuove assunzioni, ma di conferma di incarichi per coprire il turn-over e i posti vacanti, e solo in minima parte di aggiungere nuovo organico funzionale)? Purtroppo la divisione della categoria fra diverse tipologie di aventi diritto e la confusione stanno provocando tensioni, e le promesse di incrementare l’organico nelle zone del paese più a rischio non sono state mantenute.

Detti, per sommi capi, i pochi aspetti che si possono salvare, elenco – senza entrare nei dettagli, per mancanza di spazio – ciò che non è accettabile e va contrastato in tutti i modi:

· l’eccesso di competenze attribuite al dirigente, in particolare quelle relative alla selezione del personale dell’organico funzionale dagli elenchi del personale di ruolo della rete (sulla base di quali titoli? con quali strumenti di scelta? con quale garanzia per la libertà didattica? che confusione!);

· la valutazione affidata ad un Comitato di cui fanno parte anche genitori e studenti, a cui spetterà anche il compito di premiare il merito dei docenti;

· la valutazione di sistema affidata all’Invalsi e non ad un soggetto «terzo», esterno all’Amministrazione;

· il credito d’imposta per i finanziamenti liberali alle scuole e le detrazioni fiscali per chi frequenta a pagamento la scuola paritaria;

· il 5 per 1000 (sintomo di uno Stato che ricorre alla beneficenza, perché non intende investire quanto è necessario);

· la possibilità per il dirigente scolastico di assegnare ai docenti dell’organico funzionale anche insegnamenti diversi da quelli delle classi di concorso per le quali sono stati abilitati;

· i limiti pesanti alla chiamata di supplenti per assenze brevi di docenti e collaboratori;

· l’ulteriore riduzione del già insufficiente personale collaboratore e il divieto di sostituirlo in caso di assenza breve;

· l’assoluta scarsità delle risorse economiche investite, che non bastano ad indicare un’inversione di rotta;

· l’eccesso di deleghe in bianco al governo (da me già sopra indicato);

· l’ambigua alternanza scuola-lavoro che prevede lo svolgimento di tali attività per gli studenti dal terzo anno di scuola superiore, nei mesi di sospensione della didattica, e differenzia gli Istituti tecnici e professionali dai Licei per numero di ore (400 per i primi contro 200 per i secondi);

· l’idea, che attraversa tutta la legge, di premialità del merito, per docenti ed alunni, per questi ultimi a prescindere da situazioni di partenza e realtà sociali di provenienza, cosa che può amplificare e non ridurre le differenze;

· l’insufficienza dei fondi per l’edilizia scolastica, da misurare, invece che in centinaia di milioni, in miliardi, considerando lo stato di degrado e di inadeguatezza delle scuole.

Soprattutto, deve essere corretto lo stile con cui un governo impone a docenti e studenti, che l’hanno massicciamente rifiutata, una legge che non fa alcun riferimento alla Costituzione, neanche fra le finalità dell’articolo 1, e che stravolge l’idea di scuola in essa contenuta.

I movimenti, le organizzazioni sindacali, le associazioni, le scuole non si rassegnano. Continua la mobilitazione in favore della Lip (la proposta di legge di iniziativa popolare già presentata nel 2006, decaduta, e sulla quale si stanno raccogliendo nuovamente le firme, dopo averla rivista e riadattata in alcune parti). Alcune Regioni stanno facendo ricorso perché la legge 107 invade ambiti di loro competenza. Il Ministero ha già stanziato fondi per far fronte ai ricorsi (che prevede di perdere) di docenti precari. Nelle scuole la resistenza comincerà dal rifiuto a svolgere supplenze brevi e ad accogliere alunni di altre classi per la sostituzione, proibita, di personale assente per uno o più giorni. Molti dirigenti denunciano l’impossibilità di aprire le scuole per mancanza di collaboratori. Insomma, ben poco del trionfalismo della ministra Giannini. La parte più responsabile della scuola, come sempre, resiste, mentre lavora.

(pubblicato su Confronti di ottobre 2015)

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