Home Cultura Lettere alla redazione: all’indomani della strage di Parigi

Lettere alla redazione: all’indomani della strage di Parigi

by redazione

Caro direttore,

Non vorrei abusare della tua paziente «accoglienza». Ma il momento è quanto mai grave e anche drammatico. Non solo per il sangue e le morti di decine e decine di ragazzi, ragazze, uomini e donne a Parigi e nel cuore di altre città; anche per i nostri destini.

Ho partecipato con attenzione e grande interesse al  seminario-progetto- Minareti e Campanili (Roma, 13-14 novembre 2015): «Da musulmani immigrati a cittadini italiani: la sfida dell’integrazione e del dialogo». Nella notte del venerdì, la tragedia di Parigi ha raggiunto anche la nostra «piccola» ricerca e testimonianza. Ho ascoltato e intensamente condiviso la tensione della ricerca e della costruzione incessante del dialogo tra le fedi (cristiana e musulmana, in questo caso) e le religioni. Ho toccato con mano lo sforzo del comprendersi.

Bene. Una tappa. Un capitolo. Fila di un tessuto complicato e di lunga tessitura, che dovrà ancora ed ancora cercare e trovare tessitori e sarti in questa  generazione, e  in quello specifico contesto di pensiero e di vita.

Ma (e) ci sono altri capitoli. E altre tappe di una battaglia culturale, necessaria ed urgente. Provo a evocarla con le parole e lo scritto di due intellettuali italiani: lo storico Ernesto Galli della Loggia – un intellettuale che so scomodo, e non sempre condivisibile; anche tra noi lettori di Confronti e anche non completamente nell’articolo importante che sto citando – e lo scrittore Claudio Magris.

Non senza dimenticare che la nostra missione (dico di Confronti) è – appunto – il confronto: dialogo-scontro-discussione, senza tregua e senza muri. Sempre, instancabilmente.

Scrive, dunque, lo storico Galli della Loggia in un editoriale sul Corriere della sera: «Ciò che lega le mani all’islamismo moderato – che senz’altro esiste ed è maggioritario – impedendogli regolarmente di farsi sentire e di opporsi alle imprese sanguinarie degli altri, è per l’appunto il ferreo ricatto della comunanza religiosa. Ed è sempre questo ricatto-vincolo che a suo modo crea nella gran parte dell’opinione pubblica islamica, nelle sterminate folle delle periferie come negli strati più elevati, se non una qualche tacita complicità, certamente l’impossibilità di dissociarsi, di schierarsi realmente contro. […] Non si tratta di dichiarare né una guerra tra civiltà né una guerra tra religioni. Bensì di iniziare un’analisi, una discussione dai toni anche aspri se necessario, sugli effetti che hanno avuto per l’appunto il ruolo identitario della religione islamica sulle società dove essa storicamente è stata egemone, una discussione su cosa sono queste società, e sulle vicende storiche stesse del mondo islamico, forse un po’ troppo incline all’oblio e all’autoassoluzione. Un confronto-scontro con quel mondo di carattere eminentemente culturale. In sostanza lo stesso confronto-scontro che la cultura laico-illuminista occidentale ha avuto per almeno due secoli con il cristianesimo e con la sua influenza storico-sociale, ma che viceversa si mostra quanto mai restia ad avere oggi con l’Islam» (in Corriere della sera di lunedì 16 novembre 2015, «La battaglia culturale che dobbiamo lanciare senza le solite ipocrisie»).

(Tra parentesi, è utile aggiungere che di questa battaglia culturale è, ancora oggi, e anche per questa parte di mondo, componente importante il compito dei cristiani di continuare la specifica lotta per una laicità compiuta, confrontandosi senza infingimenti con i cultori delle battaglie contro il cosiddetto «relativismo», il post-illuminismo, ecc. ecc.).

Il 15 novembre, mentre le lacrime sui volti erano ancora fresche, Claudio Magris – altro intellettuale di prima grandezza – a proposito di «Il nostro rapporto con mondo islamico in generale e la convivenza con gli islamici che risiedono in Occidente» – scrive: «A chiusure xenofobe e a barbari rifiuti razzisti si affiancano timorose cautele e quasi complessi di colpa o ansie di dimostrarsi politicamente ipercorretti, che rivelano un inconscio pregiudizio razziale altrettanto inaccettabile. È doveroso distinguere il fanatismo omicida dell’Isis dalla cultura islamica, che ha dato capolavori all’umanità, di arte, di filosofia, di scienza, di poesia, di mistica che continueremo a leggere con amore e profitto. Ma abbiamo continuato ad ascoltare Beethoven e Wagner e leggere Goethe e Kant anche quando la melma sanguinosa nazista stava sommergendo il mondo, però è stato necessario distruggere quella melma. Le pudibonde cautele rivelano un represso disprezzo razzista ossia la negazione della pari dignità e responsabilità delle culture camuffata da buonismo» (in Corriere della sera 15 novembre 2015, «Quel complesso di colpa che ispira l’equivoco buonista»).

Ecco, alcuni tratti di un confronto che torna a riaprirsi e che spero non cada – come già avvenuto, purtroppo, nel passato – sommersi dalle congiunture di «casa nostra». E a cui – è il mio secondo auspicio – andrà collegato il nostro specifico «dialogo interreligioso e delle fedi».

Mario Campli

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