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Lettere alla redazione. «Religioni ed economia»

by redazione

Riceviamo e volentieri pubblichiamo queste riflessioni di Mario Campli sul numero di Confronti di settembre dedicato a religioni ed economia

Come abbonato e lettore della nostra rivista (durante il suo ricco percorso: COM, Com-Nuovi Tempi e poi Confronti) ci tengo ad esprimermi su questo numero, per la serietà dell’operazione culturale compiuta; non scontata e non semplice in questo tempo di sovrabbondante concitazione sulle problematiche economiche e sul ritornato ruolo delle religioni. Ecco, quindi, il motivo prioritario per cui tengo ad intervenire: il Quaderno è un utile abbecedario su ambedue i termini della relazione. Dopo aver ascoltato anche le relazioni (nel corso della presentazione che si è tenuta il 23 ottobre al Salone dell’editoria sociale di Roma), la mia lettura del Quaderno parte, volutamente ed esplicitamente, da questo interrogativo: «È possibile un cambiamento della cultura economica?» ( titolo del saggio di Roberto Schiattarella).

Caro direttore, partire da qui richiede un approccio analitico (necessario, per chi parla di economia) e non ideologico (doveroso, per chi parla di religione) e responsabile, nel senso di rispondere a chi legge o ascolta o con te riflette e si interroga con la tensione del cambiamento. Spesso, al contrario, ho la sensazione che proprio il critico radicale non abbia questo obiettivo, o lo abbia ormai accantonato.

La risposta che l’autore dà all’interrogativo, è per me condivisibile. Tale non mi è parsa per tutti i partecipanti alla presentazione, che ho ascoltato attentamente; infatti alcuni hanno dimostrato – implicitamente o esplicitamente – di non condividere (legittimamente, sia chiaro) questa risposta del professor Schiattarella: «La convinzione che non esistono leggi economiche assimilabili a quelle naturali porta alla conclusione che non esistono vincoli insormontabili alla costruzione di un progetto di convivenza civile, e che il compito dello studioso di economia sia quello di correggere le spinte indesiderabili che possono venire dalla società e dall’agire del mercato».

È per i neoliberisti che l’economia è governata da leggi naturali. Una conseguenza di questo fatto è che solo il metodo storico (e non filosofico, tanto meno l’uso di una letteratura pseudo-teologica ) è quello utile e necessario per valutare i processi economici e il pensiero economico. Questo vale anche per le valutazioni e i giudizi negativi sull’economia, sul mercato, sul capitalismo. Un diverso approccio è compatibile solo se si vuole confermare o dare per scontato che la concezione neoliberista, sia tout court il pensiero economico. La mia percezione è che i critici radicali non abbiano ben afferrato quel pro memoria del prof. Schiattarella.

Non dimenticando un collaterale (ma fondamentale) elemento di chiarezza: i tre termini appena citati non sono sinonimi. Capitalismo non coincide con Mercato. Ne costituisce una forma, forse la più rilevante nella storia dei processi economici a noi noti e sperimentati, ma non sono sinonimi. Di più: neppure è storicamente ed analiticamente corretto ritenere di aver detto tutto e chiaro delle forme di economie attuali con il termine capitalismo, quando è noto che esso – non dovunque, ma con caratteri di pervasività – oggi ha bisogno dell’aggiunta dell’aggettivo (che è sostanza, al punto che ne costituisce una trasformazione!) finanziario. È noto che il capitalismo contemporaneo, a livello mondiale, si esprime con un rapporto da 1 a 12 tra il Pil (Prodotto interno lordo: una formula e una misura di cui conosco i limiti e che solo molto rozzamente indica l’insieme dei beni fisici) e la finanza (i titoli, diversamente chiamati e costruiti). Scagliarsi genericamente contro il «capitalismo» non rende giustizia alla realtà e non premia le lotte che si vogliono mettere in campo. Ancora di più: quando parliamo di «economia» (oikos-nòmos o nomòs) pensando a «capitalismo» incorriamo in un errore storico (in quanto le forme del fare economia sono storicamente numerose e ben diversificate e per alcune di esse l’uso del termine capitalismo è del tutto inappropriato e fuori luogo); ed è anche un errore di riduzionismo fuorviante.

Se proprio un’osservazione critica posso fare al Quaderno è al titolo: avrei osato un plurale completo: religioni e economie, chiedendo a qualche autore di dedicarsi – brevemente – a illustrare il perché (storico e non solo) di questa scelta.

Non so proprio cosa si debba pensare, poi, quando si leggono espressioni (o titolo di libri) del tipo: «L’economia uccide». «Mercato ed economia sono essenzialmente facce antropologiche ed etiche, perché dove ci sono di mezzo la libertà e la scelta c’è sempre rilevanza etica […]. È ancora possibile salvare l’economia di mercato, ma solo se saremo capaci di superare questa stagione di capitalismo, che sta tradendo le stesse premesse dell’economia di mercato» (Luigino Bruni, Le nuove virtù del mercato nell’era dei beni comuni, Città Nuova, 2014). L’autore è un cattolico. Non avrei mai fatto questa ultima sottolineatura, ma trattando la nostra riflessione la relazione «religioni e economie», mi è parso cosa utile.

Questo mio approccio – nient’affatto ideologico, ma rigoroso e non ingannevole, quanto al reale significato dei termini – deriva dalla primaria (mia) preoccupazione di cambiare le cose. Come è noto (cito a memoria) «i filosofi hanno interpretato il mondo, ma ora si tratta di trasformarlo» (Marx). E molta parte delle denunce carismatiche/profetiche (religiose? teologiche? pastorali?) non interpretano e non trasformano. E se proprio vogliamo ascoltare qualche analisi filosofica illuminante, andiamo a scuola dei grandi filosofi viventi (consiglio ai suoi lettori e lettrici un piccolo saggio di Emanuele Severino, L’etica del capitalismo e lo spirito della tecnica (Edizioni Albo Versorio, Milano, 2008 – a pagina 49 c’è, anche, una originale riflessione su un brano del Vangelo, «un passo bellissimo che dice: chi perderà la sua anima la salverà. Salverà la sua anima chi la perderà» – tra virgolette le sue stesse parole).

Ed ecco un altro buon titolo del Quaderno: «Buona economia e solidarietà» (di Sergio Rostagno). Questa volta è un teologo che scrive: «Le chiese non possono servirsi dei loro contenuti religiosi per contrapporre al mondo laico delle ricette che sarebbero inevitabilmente o parziali o utopiche». Contrapposizioni legittime e corrette – sia chiaro – se espressamente e umilmente dichiarate tali: parziali (non nel senso che mancano di qualcosa, al contrario contengono tutto. O così appaiono; ma «parziali» proprio in quanto tendono all’assoluto in un campo dove esso, quando è stato tentato (l’assoluto), ha prodotto tragedie umane, sia che fosse di tipo religioso sia di tipo ateistico. «Parziali», quindi, nel senso «di parte». In cosa crede chi non crede? È il titolo di uno scambio epistolare tra Carlo Maria Martini e Umberto Eco, di qualche anno fa. Sì, di parte è colui che «ragiona» con il dono delle fede. E la polemica sul relativismo – nella quale vedo che di recente anche Francesco papa prende ad insistere – lui che viene dalla «fine del mondo» e da culture filosofiche che non hanno prodotto questa componente del pensiero – è fuori luogo. Sì, chi crede deve avere l’umiltà e testimoniare la fragilità di vivere un «dono» e non padrone di una verità o dell’assoluto. Resta parziale e relativo, anche lui).

E vengo ad un altro interessante titolo: «Se il denaro diventa il senso ultimo della vita» (intervista a Jung Mo Sung). Anche qui, un teologo. Alla domanda «Quali sono le novità della Evangelii gaudium sul tema economia e religione?», il teologo risponde: «Penso che la novità più importante sia la nozione di “idolatria del denaro”. Quello di “idolatria” è un concetto fondamentalmente teologico, perché implica un discernimento critico del culto di un dio che non è Dio. Nel criticare il capitalismo come un’idolatria del denaro, il papa collega la teologia con l’economia […]. Nel capitalismo il denaro sta al di sopra della vita umana e le persone vivono in funzione del denaro».

Faccio due osservazioni. La prima: l’analisi sulla simbiosi di capitalismo e teologia/religione/fede cristiano-cattolica è molto più antica ed è, ovviamente tutta occidentale (lo sottolineo per ovvie ragioni); vedasi l’opera di Karl Schmitt, di Benjamin, di Nietzsche e il noto termine tedesco schuld (ad un tempo colpa e debito). A tale proposito suggerisco un bel libro recente: Elettra Stimilli, Il debito del vivente-Ascesi e capitalismo, Quodlibet, 2011. La seconda: la centralità del denaro (suggerisco ai suoi lettori il simpatico: Lo sterco del demonio di J. Le Goff) non è la specificità del capitalismo; non lo è storicamente. È soltanto una delle sue componenti. Non solo per l’analisi marxista, ancora attuale (dove è lo sfruttamento della forza-lavoro al centro), ma non lo è neppure nella forma del capitalismo finanziario (dove è il potere, pervasivo e persino extra economico al centro; fino alle forme parossistiche degli algoritmi che vengono usati per gli acquisti-vendite di titoli, la cui fruibilità non è nel «denaro» subito). Sto arzigogolando? Lascio la parola sempre al teologo Mo Sung: «Io ho criticato il fatto che molti parlino a favore dei poveri e di una società alternativa senza capire in profondità l’economia, che ha una logica propria, coi suoi limiti e le sue possibilità. Così molte critiche diventano fragili o infondate e molte proposte irrealizzabili». Ben detto: i limiti e le potenzialità.

Il capitalismo è una concreta «formazione sociale», non è uno spirito demoniaco. Può diventare, e oggi in parte lo sta diventando (parte grande o piccola, definitivamente o transitoriamente, correggibile a determinate condizioni politiche e giuridiche oppure non modificabile: lascio alla libera e responsabile valutazione dei vari soggetti in campo, ognuno con il peso delle sue specifiche responsabilità), il campo delle tragedie umane e ambientali. Tocca agli uomini e alle donne – diversamente organizzate sotto i profili sindacali o statuali – operare per contrastarlo. Ecco un campo dove Europa ha da svolgere un compito di grande prospettiva e attesa, se l’integrazione europea va avanti. Se non è osteggiata dai vari populismi e/o dalle democrazie degli Stati che la compongono. Ed ecco un altro terreno di battaglia culturale, politica e democratica.

Quale il ruolo delle religioni? Il Quaderno risponde con più titoli. «Buona economia e solidarietà» (di Sergio Rostagno). Scrive (leggo dal sottotitolo): «Il lavoro delle Chiese si è imperniato nei secoli passati su temi come la persona e la solidarietà. Meno sui temi dell’economia in senso specifico. Come si può arrivare dalla distribuzione dei pani e dei pesci alle folle, a un’economia ragionata ed efficiente? Questo sarebbe ora lo studio da intraprendere. Senza miracoli, ma con un’azione concreta e mirata». E, infine, un altro buon titolo: «La questione economica nella dottrina sociale della chiesa» (di Giannino Piana). Un presbitero e teologo moralista. Scrive: (passim) «Il magistero della chiesa si è evoluto negli anni. La concezione economica di Giovanni Paolo II è interna al sistema capitalista. […] Benedetto XVI riprende le considerazioni di Giovanni Paolo II, ma introduce ulteriori elementi di riflessione destinati ad una revisione dell’economia di mercato per adeguarla alle più profonde esigenze umane. […] Con papa Francesco si supera la tendenza a “moralizzare” il capitalismo per giungere a una critica radicale delle logiche di questo sistema».

Ecco il quadro (non completo, in quanto il Quaderno spazia giustamente su altre numerose religioni). Quali lezioni? Innanzitutto che la cosiddetta teologia (o dottrina sociale della Chiesa – ma non si era detto che con il Concilio questa forma di magistero era ormai superata?), anche essa ha una sua specifica evoluzione storica, culturale e persino geografica. Il pensiero di Jorge Mario Bergoglio ne è la dimostrazione concreta. È certamente un arricchimento della Chiesa e delle chiese. A una condizione che l’analisi della realtà storica (sociale, economica, culturale ecc.) sia rispettosa «dell’immensa dignità di ogni persona umana» (cito dall’enciclica Laudato sì, che a sua volta cita il Catechismo della Chiesa cattolica).

Non dimenticherò mai una lezione del giovane (impiccato a soli 39 anni) teologo Dietrich Bonhoeffer: «L’atteggiamento che chiamiamo clericale, quel fiutare la-pista-dei-peccati-umani, per poter prendere in castagna l’umanità».

Caro direttore, mi sono dilungato: dando così sia testimonianza del mio attaccamento alla rivista che ora tu dirigi, sia dando a qualche lettore un servizio di sintesi (incompleta) del Quaderno (e anche a qualche partecipante alla presentazione del Quaderno che non ha avuto il tempo di leggere).

Quanto a me, vorrei concludere affermando con serena ma ferma convinzione che affermazioni del tipo (e cito dal dibattito): «L’agenda 2030 è già fallita», «la prossima conferenza sul Clima a Parigi è già fallita», ecc. sono roba non da catastrofisti, ma da «teologi del katechon» – quella fase che dovrebbe precedere «l’eskaton». Se questo fosse il nuovo vangelo (in verità non vedo dove sia la «buona notizia»), con l’aggiunta – come spesso mi capita di sentire di abbondanti citazioni e/o rinvii a papa Francesco – allora è preferibile un sereno ateismo, magari costruttore di buona economia e di buona società. Naturalmente: imperfetta e incompleta, come tutte le cose umane.

Tuo Mario Campli

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