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Scegliamo bene i paletti. Una replica a Ernesto Galli della Loggia

by redazione

di Franco Cardini

Il mio caro e vecchio amico Ernesto Galli della Loggia – «collega, e ciononostante amico», come usiamo dire all’Università –, ha pubblicato  il 7 ottobre scorso su Il Corriere della Sera «Religioni e paletti. Il difficile rapporto con l’Islam», una lunga messa a punto di quella che potremmo ormai definire la «questione islamica».

Fra Galli della Loggia e me esiste una grossa distanza – a suo totale favore – in termini di qualità scientifica, di valore accademico, di autorevolezza e di notorietà; distanti siamo anche sia per rispettive origini d’impegno intellettuale e lato sensu politico, sia per differenti e talora divergenti valutazioni a proposito del cristianesimo e della Chiesa cattolica, temi che peraltro c’interessano e ci appassionano entrambi. Aggiungo per onestà intellettuale – e mi fa piacere rivolgergli qui un pubblico riconoscimento – che, oltre al rispetto e all’affetto, nutro per lui una profonda gratitudine per l’atteggiamento ch’egli ebbe ad assumere oltre quarant’anni or sono nei confronti di un mio libro dedicato alle radici della cavalleria medievale che aveva dato adito a una rumorosa polemica per motivi anche, anzi soprattutto, extrascientifici. Galli della Loggia intervenne con un piglio tanto deciso quanto scomodo, ponendosi in contrasto con personaggi di rilievo tanto intellettuale quanto politico: ci volevano onestà e coraggio, qualità in teoria doverose ma in pratica non sempre comuni fra gli studiosi. Non cesserò mai di essergli riconoscente per un atteggiamento che lo onora.

Ciò premesso, va detto che sull’Islam, il mondo islamico, il rapporto fra Occidente e terrorismo jihadista e altri argomenti analoghi, i nostri rispettivi pareri sono molto diversi, forse per più versi lontani. Vedrò di chiarire qui fino a che punto e in che senso.

Ecco pertanto, citato alla lettera e in extenso, quello che ai primi dell’ottobre del 2015 era in merito il parere di Ernesto Galli della Loggia:

«Due grandi fenomeni storici stanno svolgendosi sotto i nostri occhi nel Medio Oriente, alle nostre porte di casa (di noi europei e italiani in particolare). Da un lato la disintegrazione di fatto dell’intero sistema di stati nato dopo la Prima guerra mondiale sulle rovine dell’impero ottomano, dunque la ridefinizione di interessi, alleanze, rivalità, con la conseguente caduta di gran parte delle élite e dei movimenti alla loro guida da decenni, spesso legate in un modo o nell’altro ai paesi europei (anche l’Unione Sovietica da questo punto di vista lo era). Dall’altro lato assistiamo all’affermarsi di una versione ultraradicale e quanto mai aggressiva della umma musulmana, della «comunità dei fedeli» che pretende di non conoscere confini e regole che non siano quelli della religione.

Da entrambi questi fenomeni siamo presi come tra due fuochi: in una condizione d’incertezza non solo politica, resa più inquietante dal fatto che ormai milioni di immigrati musulmani sono tra noi, popolano l’Italia e l’Europa. Fuori e dentro i nostri confini, insomma, ci troviamo di fronte al gigantesco problema di un nuovo rapporto con l’Islam. Come risolvere i suoi mille aspetti non lo sappiamo. Preliminarmente però a ogni possibile ricerca di soluzione dovremmo almeno fissare dei punti-chiave, una sorta di paletti concettuali, entro i quali non solo la discussione pubblica in questo campo, ma anche gli atteggiamenti concreti che ne derivano dovrebbero cercare di restare.
Mi sembrano fondamentali almeno i cinque seguenti.

1) Va innanzitutto limitato al massimo l’uso del termine polemico «islamofobia». Criticare la religione islamica, i suoi testi, le sue prescrizioni, mostrarne le contraddizioni e i risultati negativi nei suoi insediamenti storici (per esempio verso le donne), deve essere sempre lecito. Dovrebbe essere stigmatizzato come «islamofobia» solo l’atteggiamento aggressivo, discriminatorio o violento, verso le persone di religione musulmana a causa della loro fede.

2) Va poi recisamente confutata l’affermazione di uso corrente secondo la quale «tutte le religioni monoteiste sono fondamentalmente eguali». Non è vero. L’eguaglianza davanti a Dio di tutti gli esseri umani indipendentemente dal proprio sesso, la titolarità da parte di ognuno di loro di certi diritti «naturali», il rapporto riguardo alla propria specifica tradizione dottrinale e all’interpretazione dei testi sacri, l’atteggiamento nei confronti della violenza e della guerra, la presenza o no di un clero organizzato stabilmente in un organismo gerarchico, sono solo alcuni dei principali ambiti di radicali differenze tra le varie religioni monoteiste. Che a loro volta producono, com’è ovvio, una fortissima diversità tra di esse nella costruzione della soggettività, del legame sociale, nonché del modo di stare con gli altri e nel mondo.

3) Ancora: i reciproci torti storici (ammesso che una simile espressione abbia un senso) tra mondo islamico e mondo cristiano come minimo si equivalgono. L’Islam attuale, infatti, si stende su un territorio in grandissima parte originariamente non suo né arabo, conquistato grazie a un paio di secoli di guerre che tra l’altro portarono, oltre che alla lunga occupazione della Sicilia e di due terzi della penisola iberica, all’occupazione militare da parte musulmana dei cosiddetti Luoghi Santi (le Crociate furono un fallimentare tentativo di risposta precisamente a tale occupazione), nonché alla virtuale cancellazione della presenza cristiana fino allora maggioritaria specialmente nel Nord Africa. Anche la cancellazione dall’Anatolia e dintorni dell’impero cristiano di Bisanzio, da parte degli ottomani, non avvenne proprio con mezzi pacifici.
D’altro canto la conquista coloniale di parti dell’Islam compiuta da alcune potenze europee a partire dal ‘700 e durata fino alla metà del ‘900 appare più o meno «equivalente» – se proprio dobbiamo ragionare in questi termini alquanto ridicoli – all’occupazione per secoli dell’Europa balcanica da parte dell’Islam. In conclusione non sembra proprio, se i fatti contano qualcosa, che storicamente gli occidentali e l’Europa abbiano qualcosa da farsi perdonare dal mondo islamico.

4) Per convalidare l’effettiva «moderazione» dell’Islam che si dice tale non dovrebbe bastare la sua astensione dalla violenza. Dovrebbe anche essere considerata necessaria l’aperta condanna da parte sua dei propri correligionari quando questi, invece, ne fanno uso.

5) Infine, il dialogo interreligioso, se non vuole essere inutile apparenza, se per l’appunto vuole essere un dialogo e non un monologo, non può fare a meno di prevedere che ad ogni sua manifestazione pubblica «da noi» ne corrisponda una analoga pubblica (sottolineo pubblica) «da loro». Solo una simile pratica può contribuire a instaurare un costume di autentica, reciproca tolleranza. Continuerà altrimenti a sussistere sempre la situazione attuale che nel complesso vede il tasso di tolleranza delle società islamiche nei confronti dei cristiani e della loro cultura enormemente inferiore a quello delle società cristiane verso i musulmani.

Mentre i punti chiave appena indicati, se non mi sbaglio, sono largamente condivisi dall’opinione pubblica, temo che invece essi siano disattesi, e anzi guardati con sospetto, dalle élite politiche e intellettuali che guidano le nostre società: affezionate ancora oggi, specie nei rapporti internazionali, a un’ideologia buonista, a una voglia di illudersi e di chiudere gli occhi di fronte alla realtà, che finora non hanno mai portato a nulla di buono. E destinate, è certo, a portarne ancora meno in futuro».

Una pagina che consta di una breve premessa, di un’ancor più breve conclusione, e di cinque punti: il tutto  merita di essere accuratamente letto e commentato.

Quanto alla premessa, che peraltro andrebbe a sua volta accuratamente discussa (la definizione «versione ultraradicale» mi lascia perplesso, e temo che al riguardo si dovrebbe comunque usar il plurale – le versioni ultraradicali sono molteplici – e aggiungere che anche in mondi differenti da quello musulmano, e per ragioni ben diverse dalle religiose, stanno affiorando o si sono già affermate varie forme di ultraradicalismo), va credo sottolineato che «il sistema di stati nato dopo la prima guerra mondiale» era sorto in seguito a una serie di crimini e di errori compiuti dai vincitori di quel conflitto, e alcuni di essi avevano addirittura costituito le condizioni sulla base delle quali si era impostata la vittoria delle armi anglofrancesi  tra la «rivolta araba nel deserto» e la capitolazione delle armate sultaniali. Se poi si tratta di far attenzione ai legami tra molti stati vicinorientali e i loro «alleati» (o patrons) occidentali, si dovrà anche tener presente i livelli tutt’altro che paritari di tali legami e la loro natura sostanzialmente post- o neocolonialista, magari mediata attraverso l’attività delle lobbies statunitensi o europee che sistematicamente hanno gestito finanze, economia, tecnologia di quei paesi ricavandone immensi profitti in qualche misura spartiti magari con i governi locali, ma senza che le popolazioni delle aree interessate ne ricevessero apprezzabili benefici. Anche su ciò poggia quell’annoso «rancore» che molti osservatori hanno rilevato da parte di molti ambienti musulmani nei nostri confronti, e che hanno magari semplicisticamente e superficialmente attribuito a cause generiche quali il «fanatismo», l’«intolleranza», la «mancanza di democrazia», insomma lo «scontro di civiltà» del quale il mondo musulmano sarebbe il responsabile e il nostro l’obiettivo se non la vittima innocente.

Galli della Loggia rammenta poi, tra i motivi – sembra di capire da lui ritenuti legittimi – di preoccupazione che ci assillano in una «condizione d’incertezza non solo religiosa» (che del resto è specchio anche della carenza o mancanza di princìpi solidi e condivisi nella nostra società, una colpa e una debolezza inerenti allo sviluppo che noi abbiamo impresso alla Modernità impostandola sui valori primari della finanza, dell’economia e del profitto: sull’Avere, direbbe Eric Fromm, anziché sull’Essere; e di ciò gli altri non sono responsabili), l’afflusso di «milioni di migranti», sottintendendo una loro pericolosità che giungerebbe forse fino alla collusione obiettiva col terrorismo, se non vogliamo parlar d’invasione in termini cari ai discepoli di Oriana Fallaci e di Magdi Cristiano Allam. Ma questi «milioni di migranti» che si riversano in paesi in regressione demografica, che chiedono lavori che i nostri concittadini – specie i più giovani – non vogliono fare,  che almeno fino ad oggi hanno dimostrato di essere nella maggioranza dei casi, quando ne hanno avuto la possibilità, persone brave e oneste (ma, si sa, la bravura e l’onestà non fanno mediaticamente parlando notizia, mentre i loro opposti – anche quando si tratta di casi rari se non sporadici – la fanno eccome), costituiscono davvero un fenomeno che giustifica l’allarme sparso nei loro confronti soprattutto a scopo demagogico da politici che intendono sfruttare sul paino elettorale l’inquietudine e la paura della gente?

Ma Galli della Loggia propone di fissare almeno dei «paletti concettuali» all’interno dei quali dovrebbe inquadrarsi la nostra cognizione del problema islamico e svilupparsi la problematica dei rapporti con i musulmani. Vediamo partitamente quali: e cercherò di rispondere punto per punto.

  1. Che termini come «islamofobia» vadano usati con prudenza, siamo d’accordo; che sia lecito criticare l’Islam da un punto di vista non-islamico, al pari di qualunque altra religione, parimenti d’accordo a patto tuttavia che tale critica non parta dal pregiudizio dipendente dall’adesione ad altre verità precostituite. Ad esempio, a proposito della donna, mettere sullo stesso piano l‘uso del hijab – la sola copertura dei capelli e del collo – con altre e ben più gravi forme di velatura e addirittura di repressione e umiliazione nei suoi confronti è evidentemente inappropriato, così come criticare usanze e tradizioni musulmane solo perché e nella misura in cui esse non corrispondono ai nostri parametri e alla nostra mentalità corrente è un atteggiamento eurocentrico al quale ha già risposto il celebre principio metodologico rivendicato da Claude Lévi-Strauss e consistente nel dovere di giudicare ciascuna cultura iuxta sua propria principia, rinunziando alla tentazione di redigere una classifica qualitativa delle civiltà. E dir ciò non è relativismo: è puro senso della distinzione, della relatività. Quanto all’abuso del termine «islamofobia» in sé e per sé, personalmente ho esperienza anche del suo opposto, «filoislamismo», del quale sono  accusati coloro che tentano di riportare il discorso sull’Islam a un’analisi serenamente storica relativa alla natura e alla storia dell’Islam, sottolineando la sua altissima civiltà e i menzogneri stereotipi di chi basandosi su versetti coranici estrapolati o su esemplificazioni poco attendibili cerchi di far passare l’immagine di un Islam esclusivamente o prevalentemente fondato sulla violenza, la repressione, la guerra. Io credo in ultima analisi che parole come «islamofobia», «filoislamismo» andrebbero sempre usate con grande prudenza e precisa cognizione di causa.
  2. L’affermazione che «tutte le religioni monoteistiche sono uguali» corrisponde in generale a un generico e volgare pregiudizio «laicistico» che non vale nemmeno al pena di discutere. È tuttavia importante riconoscere la radice non semplicemente monoteistica, bensì propriamente abramitica e quindi la dipendenza reciproca di ebraismo, cristianesimo e Islam, tenendo presente che l’esperienza cristiana non può prescindere dall’ebraismo né quella musulmana da ebraismo e cristianesimo. Ciò detto, resta il fatto che siamo dinanzi a teologie, a discipline, ad etiche e  a pratiche devote diverse nell’àmbito di ciascuna fede e nel rapporto fra ciascuna di esse e le altre due. D’altro canto quel che Galli della Loggia osserva – lasciando intendere che il cristianesimo sia quanto meno in termini etici e civici ben diverso e superiore alle altre due fedi abramitiche – si risolve in una visione globale del cristianesimo francamente troppo cattolicizzante. Se distinzioni vanno fatte – ed è giusto che siano fatte –, vale allora la pena di osservare che non tutte le confessioni cristiane hanno le caratteristiche dal Galli implicitamente ma evidentemente al solo cristianesimo ascritte. Non a caso, durante le polemiche postriformistiche e controriformistiche, i cattolici parlavano ad esempio di un «calvinoturcismo» (e i protestanti, insieme con gli ortodossi, rispondevano che il turbante era preferibile alla tiara). Esistono poi sètte cristiane per molti versi molto vicine a certe forme di ebraismo e gruppi musulmani considerati dai loro correligionari troppo affini ai cristiani. Infine ebraismo, cristianesimo e islam hanno sviluppato forme di misticismo che obiettivamente li avvicinano. Insomma, le religioni monoteistiche non sono «tutte eguali», ma certo il monoteismo abramitico ha dato luogo a tre fedi che hanno tra loro una parentela forte ed evidente, che non si può né disconoscere né sottovalutare.
  3. È, come lo stesso Galli della Loggia argomenta, ridicolo parlare di «colpe» storiche; e il problema non è certo il conteggiare in termini di ampiezza o d’intensità le rispettive conquiste. D’altro canto, parlare di terre e di popolazioni strappate al cristianesimo da parte dell’Islam corrisponde a porre implicitamente anche il problema di come tali terre e tali popolazioni erano diventate appunto cristiane, di come erano state eliminate le culture «pagane» e via discorrendo. Ebbene, per quanto la fede coranica ammetta la liceità della cancellazione del paganesimo dalla faccia delle terra con mezzi anche violenti (ma i pagani, kuffar, sono gli idolatri e i politeisti: ebrei, cristiani, zoroastriani e secondo alcune scuole anche buddhisti non sono pagani bensì ahl al-Kitab, «gente del Libro» alle quali si riconosce il possesso di una Verità rivelata d’origine divina e che come djimmi – «soggetti», ma anche «protetti» – hanno il diritto al mantenimento del loro culto sia pure con alcune restrizioni. Inoltre l’equivalenza sia pur approssimativa e sostanziale nelle pratiche violente dal punto di vista storico non regge: per quanto «autorizzati» dal Corano i musulmani non si sono mai resi responsabili di pratiche sterminatorie e genocide che si possono mettere in rapporto a quello che hanno fatto i cristiani (contro al lettera e lo spirito della propria fede) dal IV-V secolo in poi contro eretici, barbari pagani (sassoni, bulgari, wendi, lituani eccetera) e quindi, dal Cinquecento in poi, nei confronti dei native Americans tanto nell’area centrale e meridionale quanto in quella settentrionale del continente americano nonché in Africa e in Oceania. La storia dell’Islam, pur ricca di episodi di violenza, non conosce alcun tale e tanto sistematico impiego della barbarie omicida. Va inoltre considerato che negli ultimi due-tre secoli i metodi con i quali i colonialismi soprattutto britannico, francese e russo (guarda caso: i membri della Triplice Intesa largamente responsabili di avere scatenato la Prima guerra mondiale) si sono imposti ai grandi imperi musulmani – l’ottomano, il persiano, il moghul – sottomettendoli al loro sistemi colonialistici o comunque egemonici (e spietatamente organizzando lo sfruttamento delle loro ricchezze: il fondamentalismo musulmano è nato anche dall’Egitto all’India all’Iran come risposta a questa pratica egemonica) hanno provocato l’indignata risposta di molti membri delle élites ma anche di larghe porzioni della società civile musulmana nei suoi stessi stati subalterni). Tutto ciò ha causato il «rancore» del mondo musulmano nei confronti del mondo occidentale: non alla cattiva coscienza di uno «smacco», di un «fallimento», come semplicisticamente e tendenziosamente ha cercato di far credere anche qualche studioso serio.
  4. Da quando il terrorismo islamico ha mosso i suoi primi passi attraverso organizzazioni che del resto erano state in un primo tempo incoraggiate dagli occidentali (come quelle dei guerriglieri del jihad impiegati dagli statunitensi col tramite saudita nella guerra antisovietica in Afghanistan), ci sono sempre state organizzazioni musulmane che hanno contestato e condannato l’uso della violenza e del terrore. Esistono innumerevoli organizzazioni musulmane, come il World Muslim Congress, che lavorano in questo senso da anni: il manuale L’Islam in 100 mappe Alle-Laure Dupont (tr.it. Gorizia, LEG, 2015) ce ne offre un’esauriente panoramica; l’università cairota di al-Azhar ha parlato più volte chiaro in questo senso, ed in modo estremamente duro. Ma il punto è che l’Islam non conosce organizzazioni come quelle di tipo ecclesiale che siano abilitate a parlare in modo responsabile a nome di tutte le comunità: ogni comunità islamica, concettualmente, è autocefala. Inoltre i media occidentali hanno ormai la cronicizzata e sistematica abitudine di sottovalutare le voci davvero «moderate», cioè ispirate a buon senso e ad equilibrio, che provengono dal mondo musulmano. La notizia di una manifestazione antioccidentale, anche se chiaramente provocatoria e politicamente irrilevante, viene da noi subito notata, diffusa, iterata più e più volte fino a creare un effetto-eco assordante; al contrario, iniziative musulmane e voci autorevoli di quell’area che condannano e combattono con forza terrorismo ed estremismo vengono di solito ignorate, o sottovalutate, o trattate al massimo come sia pur «illuminate» eccezioni. Dal canto nostro, specialisti a parte, non mi pare che gli occidentali brillino per quelle doti la carenza delle quali sono pronti a rimproverare ai musulmani. L’Islam viene trattato di solito come una realtà barbara e arretrata, alla quale non resterebbe per redimersi se non divenire «moderata»: vale a dire, nella mentalità corrente tra noi, rinunziare progressivamente a se stesso per accettare in pieno i nostri punti di vista. Se quello fra noi e l’Islam è un «discorso fra sordi», senza dubbio l’Islam non ne è del tutto colpevole, né noi del tutto innocenti. Ma ciò detto va anche aggiunto che tale sordità è molto relativa e va progressivamente attenuandosi. Le occasioni concrete di dialogo si moltiplicano, sono proficue, ed esiterei a definire «inutile apparenza» occasioni come quelle degli incontri interreligiosi di Assisi. Infine, il diverso grado di «tasso di tolleranza» tra cristiani e musulmani. Francamente, a giudicare certi movimenti – più o meno «spontanei» – che si creano o vengono suscitati «fra la gente» dalle nostre parti appena una comunità musulmana chiede di poter aprire una sala di preghiera, o peggio, costruire una moschea, non direi che il tasso di tolleranza dei musulmani a casa loro nei confronti dei cristiani sia enormemente inferiore rispetto a quello di questi ultimi. Certo, casi di veri e propri assalti di moschee e di uccisioni di fedeli in Occidente (finora) non si sono dati: ma al riguardo va tenuto conto di due fatti. Primo: il rancore e la diffidenza dei musulmani nei confronti dei cristiani dipende non propriamente da elementi intrinsecamente religiosi, bensì dal fatto che questi ultimi vengono considerati, in molte regioni asiatiche o africane, come dei battistrada e dei complici dello sfruttamento colonialista e postcolonialista, a torto (e va sottolineato: senza dubbio a torto) ritenuto qualcosa che ha a che fare con la cultura cristiana mentre è figlio semmai di quella ormai secolarizzata dell’Occidente moderno (e qui agisce la difficoltà, da parte musulmana, a capire che l’Occidente – anche se molti occidentali sono individualmente dei cristiani – non è più una «società cristiana», una «Cristianità»). Secondo: un altro motivo del «minore tasso di tolleranza» dei musulmani nei confronti dei cristiani dipende dal fatto che appunto la tolleranza religiosa  è nata come valore europeo moderno e certo anche cristiano, ma proprio però di una società cristiana che andava secolarizzandosi e perdendo il senso della fede come elemento centrale dell’esistenza. Noi siamo «tolleranti» in materia di fede religiosa e magari accettiamo su cose della fede perfino la satira, l’ironia e il dileggio: i musulmani lo sono molto meno. Ma ognuno ha il «senso del sacro» e quindi le forme di suscettibilità che si merita. Provate a toccare gli occidentali su quello che davvero conta per loro – il profitto, le fonti energetiche, i beni materiali – e vi accorgete subito che rapida fine faccia il loro senso di tolleranza. Nel nome di Dio, certo, noi riteniamo indegno e blasfemo l’uccidere. Nel nome del petrolio, no.
  5. Ognuno adora il Dio che vuole; e che, magari, si merita.

Galli della Loggia conclude osservando che i punti da lui presentati e difesi sono «largamente condivisi dall’opinione pubblica», ma temendo che «essi siano disattesi, e anzi guardati con sospetto, dalle élite politiche e intellettuali che guidano le nostre società». Sugli intellettuali, o forse sugli studiosi, egli può avere ragione: sulle élites politiche, e sui media che in qualche modo le fiancheggiano (per non dire sulle lobbies delle quali le une e gli altri sono ormai da tempo «comitati d’affari») non direi proprio. Esiste al contrario, e si va affermando, un politically correct mediamente (e «moderatamente») islamofobo – anche se Galli non desidera che si usino aggettivi del genere – che è divenuto diffuso fino al conformismo e al politically correct, e che fa sì che voci equilibrate e ragionevoli del panorama intellettuale musulmano (anche dei pochi che vengono tradotti e letti da noi, come Fatima Mernissi, Tahar ben Jallud, Abdennour Bidar) siano sottovalutate o considerate con sufficienza, come eccezioni che confermano la regola se non addirittura come espressioni di doppiezza e di malafede, maschere «presentabili» di una cultura feroce, mentre voci che pur ammettendo responsabilità e colpe di parte musulmana insistono nel denunziare anche quelle occidentali – e penso a personaggi come Tariq Ramadan – siano calunniate come filoterroristiche e messe a tacere con procedimenti obiettivamente liberticidi. Non dimentichiamo i politici e i pubblicisti che hanno fondato le loro fortune anche elettorali o mediatiche su quell’islamofobia  che secondo Galli della Loggia sarebbe tanto rara e che tanto a sproposito verrebbe denunziata.

Nella migliore delle ipotesi, appunto, chi cerchi di accedere a un discorso un po’ più prudente e articolato nei confronti di una condanna dell’Islam praticamente totale, che ammette  qualche eccezione solo nei confronti del cosiddetto «Islam moderato» in quanto esso è considerato un Islam in via di liberarsi da se stesso, viene stimato un «buonista» che ha «voglia di illudersi e di chiudere gli occhi di fronte alla realtà». Una «realtà», appunto, fatta prevalentemente se non soltanto di musulmani terroristi o fiancheggiatori di terroristi, che quando si sforzano di adattarsi al nostro modo di vivere e ai nostri valori sono invariabilmente degli ipocriti, che quando arrivano da noi in cerca di un lavoro e di una dignità che in gran parte sono stati loro tolti o negati da un sistema economico-produttivo dominato dalla politica, dalla finanza e dalla tecnologia occidentali sono invece solo gente che ci vuole «invadere», «sottomettere» e «convertire». Paure che non tengono alcun conto degli effettivi rapporti di forza nel mondo, nemmeno di quelli numerici: ma che in ultima analisi palesano semmai la malafede di coloro che ne sono portatori e che in fondo sono ben consci della violenza fino ad oggi intrinseca nella politica e nei sistemi di produzione e di profitto degli occidentali nonché della debolezza etica e culturale, del vuoto interiore che le «società dell’Avere» hanno determinato tra noi e che ci fa temere chi appare privo di tutto meno che di quella fede religiosa e di quel senso di solidarietà di gruppo che da noi fanno da generazioni difetto.

In realtà, il punto debole della «realistica» e «concreta» analisi di Galli della Loggia – opposta alle «illusioni» dei «buonisti» – consiste proprio nel suo essere del tutto avulsa dalla realtà. Una realtà che deve considerare l’Islam (che è al tempo stesso una fede religiosa, un sistema teologico-giuridico, un modo di considerare il mondo, un insieme di paesi, un’area storico-culturale) nella sua complessità e nelle infinite variabili alle quali ha dato vita e forma: oltre un miliardo e mezzo di persone – quasi il 23% dell’umanità – in gran parte insediate in regioni del mondo che, quali il Vicino Oriente e l’Africa settentrionale – sono ricchissime di risorse ma abitate da popoli poveri o molto poveri in quanto a tali risorse, in gran parte drenate da organizzazioni socio-economico-tecnico-finanziarie occidentali, non possono se non in ben limitata misura accedere. Oltre un miliardo e mezzo di persone che da tempo sono variamente entrate in contatto con la Modernità occidentale, che ne apprezzano alcuni aspetti ma tendono a diffidare di altri se non a respingerli in quanto sembrano loro contrarie alla loro fede, ai loro costumi, al loro modo di vivere e di pensare mentre per altri versi vorrebbero sinceramente accedervi. L’Islam è oggi inquadrato civicamente in paesi i governi dei quali sono spesso autoritari, talora addirittura tirannici, ma hanno con il mondo occidentale rapporti di amicizia e di collaborazione fortissimi; e, se non sempre i musulmani si mostrano aperti nei confronti dei nostri valori, grande considerazione anzi spesso ammirazione e desiderio dimostrano per le nostre cose, per gli oggetti, per quel che siamo in grado di costruire e di produrre.

Più di un miliardo e mezzo di musulmani, si è detto. Tra i quali tuttavia c’è di tutto: credenti sinceri e scrupolosi, credenti abitudinari e distratti, mistici, devoti, fanatici, praticanti devoti e gente che prega di rado e segue svogliata le norme principali – gli arkan al-Islam – come lo haj, il pellegrinaggio alla Mecca, o il digiuno del Ramadan, gente che addirittura si sente atea anche se ha difficoltà a tale proclamarsi in quanto appunto l’Islam oltre a una fede religiosa, è anche un orizzonte culturale e una coscienza etica. Il sociologo Clifford Geertz ha dimostrato come sia l’Islam maghrebino sia quello indonesiano hanno conservato rapporti strettissimi con le rispettive culture preislamiche ma siano, se paragonate loro, tanto reciprocamente estranei da parere due religioni addirittura diverse.

L’umma islamica, la comunità dei fedeli coesa e compatta che le ideologie jihadiste vorrebbero ricostituire, non esiste più da tempo. La stessa estensione fisica dei territori nei quali i musulmani sono distribuiti, gli stati moderni in un modo o nell’altro costituiti secondo modelli «occidentali» che li inquadrano, i milioni di fedeli che ormai vivono, lavorano e sono radicati anche da più di una generazione in aree che non hanno mai conosciuto una maggioranza islamica – dall’Europa all’America alla Russia alla Cina all’Australia: tutto insomma converge nel presentarci un Islam il cui dialogo con quella cultura ch’è ormai da oltre mezzo millennio la koiné mondiale (e ch’è la cultura appunto che, magari con molta genericità e approssimazione nonché con parecchie variabili significative, sentiamo come quella occidentale: la cultura del progresso sociale, delle libertà civili, dei diritti umani) si va sempre più stringendo per quanto abbia provocato e continui a provocare, com’è peraltro storicamente comprensibile, reazioni e contraccolpi anche violenti quali il radicalismo jihadista nelle sue molte e per fortuna non coerenti espressioni e il terrorismo che ne è parte per quanto, e per fortuna, non riesca comunque ad egemonizzare del tutto nemmeno le aree più estremiste di esso.

Secoli fa l’Islam era sentito come un «nemico esterno», per quanto a volte esso si presentasse al contrario come un amico, un alleato, un partner sotto i profili politico, economico, sociale, diplomatico, culturale, artistico: d’altronde ad esso noi dovevamo gran parte di quel che appunto aveva consentito alla nostra civiltà di prevalere, vale a dire le cognizioni matematico-fisiologico-scientifiche. Oggi non è né può essere più così: dai governi e dai paesi che collaborano straordinariamente al nostro sviluppo e che anzi hanno acquisito all’interno di esso una solida e crescente egemonia finanziaria e tecnologica fino ai numerosi «migranti» che giungono da noi e si radicano nei nostri paesi, la globalizzazione ha imposto una serie di ponti e di vie di comunicazione che sta dando e darà senza dubbio adito a crisi e a scontri, ma che nel suo complesso è irreversibile.

Il cammino da fare è certo lungo: e non si può percorrere all’insegna né di un illusorio «buonismo» né di pregiudizi neocrociati o jihadisti. Se per determinare uno scontro basta a volte un nulla, la strada per la comprensione reciproca, il rispetto e la convivenza è invece lunga ed irta di ostacoli e di trappole. A guidarci non possono essere generiche espressioni di «buona volontà», bensì un fermo, coerente, lucido e sereno progresso sia nella consapevolezza della propria identità, sia la sempre più approfondita conoscenza di quella altrui: se la superficialità genera diffidenza e antipatia, la cognizione crea coscienza di affinità, simpatia, fiducia. Oggi, è ancora troppo diffuso il malvagio effetto mediatico secondo il quale se un musulmano sceglie la strada dell’estremismo o compie un qualunque crimine «tutti» i musulmani vengono presentati come fanatici o come criminali mentre invece i milioni di musulmani che vivono e lavorano onestamente tra noi, che sostengono le nostre imprese, che collaborano con le nostre famiglie, che ci aiutano ad accudire ai nostri anziani e ai nostri disabili, quelli «non fanno notizia». È da questo equivoco che bisogna uscire; è di questo grave atteggiamento mentale che bisogna liberarsi.

Ma non è detto che il tempo lavori per noi. Non bisogna né affidarsi alla «cultura della resa» né disperare, ma tantomeno bisogna pensare che i problemi si risolvano da soli. A dirla con Arnold Toynbee, la Modernità ha lanciato una «sfida» alla quale l’Islam ha replicato con più risposte. Trovare un equilibrio, individuare una sintesi che tuttavia non sia omologazione, che salvi le differenze e le specificità, sta a noi. Questo è il compito che ci aspetta.

 

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