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Turchia: le carte in mano a Erdogan

by redazione

 

di Franco Cardini (storico)

Le elezioni legislative di novembre hanno rafforzato la posizione di Erdogan. Consapevole dell’importanza geostrategica della Turchia per la Nato, il «sultano» manda segnali chiari all’Europa giocando la carta dei profughi e avverte la Russia – abbattendo un suo aereo militare – che Ankara difenderà i suoi interessi nel Medio Oriente.

Possiamo forse adesso cominciare a capire come sfrutterà Erdogan la sua prestigiosa vittoria nelle elezioni, ma da qui a sostenere che ci sono stati dei brogli, delle intimidazioni, delle violenze, ce ne corre. Anzi, diciamolo pure: a parte qualche caso particolare e qualche diceria, sostanzialmente non è vero. L’affluenza ai seggi è stata alta ma ordinata, com’è del resto nelle tradizioni turche. Gente abituata alla disciplina, e non da ieri, i turchi sono disciplinati perfino quando protestano. La Turchia si è espressa liberamente e a larga maggioranza: sta con Erdogan, ed è perfettamente inutile rispolverare la solita obiezione idiota che «anche Hitler andò al potere vincendo libere elezioni». Un paragone che non vuol dir nulla.

«Chissà se davvero sta sognando di riportare la capitale a Istanbul…», mi diceva giorni fa un vecchio collega, kemalista tutto d’un pezzo, al tavolino di un caffè del Ponte di Galata. Ciò costituirebbe un segnale d’una gravità senza pari: equivarrebbe a rinnegare il senso della rivoluzione nazionale e «laica» e di quasi un secolo di storia turca, riallacciarsi esplicitamente al passato ottomano e al ritorno al sogno califfale: in concorrenza ad al-Baghdadi, in un folle assalto alla leadership sul mondo islamista sunnita. Ma davvero ha di queste intenzioni? «Boh… – è l’esitante risposta –; riportar la capitale qui dopo essersi edificato il palazzo-reggia di Ankara sarebbe una manovra azzardata, costerebbe un sacco di soldi, creerebbe un terremoto; e poi vorrebbe proprio significare lo strappo definitivo rispetto alla tradizione del ghazi». Il ghazi, il «comandante vittorioso», è Lui: il Padre della Patria, Mustafa Kemal Atatürk, la cui effigie ti controlla in ogni recesso della Turchia, appesa dipinta o fotografata dappertutto. Il ghazi è l’eroe di Gallipoli, il vincitore della guerra greco-turca del 1919-’22, il salvatore della Patria, il fondatore della Repubblica, il riformatore «laico» dell’islam (continuiamo ad usare questa espressione, che in un contesto musulmano è incongrua, per alludere al drastico ridimensionamento da lui imposto al ruolo della religione nel paese), il demiurgo della riforma grafico-fonetica che ha sostituito l’alfabeto arabo con quello latino nella lingua turca scritta, il modernizzatore per eccellenza, colui che ha fermamente voluto traghettare la Turchia in Europa e in Occidente.

La rivoluzione nazionale e laicizzatrice turca ebbe, dagli anni Venti del secolo scorso, molti punti in comune con quella del paese che della Turchia è lo storico nemico e concorrente, l’Iran. Con una somiglianza forte: in entrambi i paesi la tradizione musulmana – sunnita in Turchia, sciita in Iran – era ed è rimasta forte e autorevole, ma i governi progressisti e occidentalizzanti del movimento kemalista nell’uno, dei due successivi shah della dinastia Palhavi nell’altro, la contennero e la limitarono fino ai limiti dell’umiliazione, evidentemente suscitando molto scontento specie nelle aree rurali più tradizionaliste. Ma con una differenza decisiva: i turchi seguirono Mustafa Kemal, anche se molti di loro erano nostalgici del sultano-califfo e non approvavano l’evidente agnosticismo del loro leader in quanto egli aveva saputo restituire loro la dignità e l’orgoglio nazionale; gli iraniani rimproveravano a Mohammed Reza Palhavi non tanto il regime autoritario, non tanto la vita privata brillante e dispendiosa condotta troppo spesso in lussuose località straniere, non tanto la scarsa pietas islamica, quanto piuttosto, anzitutto e soprattutto, la situazione di scarsa dignità nella quale aveva precipitato il paese, la sudditanza nei confronti dei governi britannico prima e statunitense poi, nonché alle rispettive compagnie petrolifere, la pavidità e la doppiezza dimostrata in casi come quello della liquidazione (con la complicità della Cia, come Obama stesso ha riconosciuto nel 2009 al Cairo, ndr) nel 1953 del ministro nazionalradicale Mossadeq.

Che fine ha fatto la rivoluzione kemalista?

Oggi, l’eredità kemalista è per la prima volta messa in discussione dall’ascesa dell’Akp, il partito «religioso-moderato» di Erdogan che con i suoi 316 seggi in Parlamento conquistati su 550 può permettersi di governare senza alleati. D’altronde, il partito del presidente ha fagocitato molte piccole formazioni che, sia pure generalizzando, si potrebbero definire «estremiste», «radicali», insomma simpatizzanti per un islam rigoristicamente inteso o per il jihadismo (e, attenzione, non sono la stessa cosa) all’interno del quale negli ultimi tempi si è registrata la volontà di un avvicinamento tra i gruppi vicini ad al-Qaeda (come il siriano al-Nusra) e l’Isis.

D’altronde, le scelte di campo di Erdogan parlano chiaro: nonostante l’esplicito, anzi conclamato impegno contro il califfo al-Baghdadi, il presidente turco – fedele al principio formalmente ineccepibile che una guerra come quella dell’Isis non si vince se non la si combatte con formazioni di terra (mentre Obama preferisce l’aeronautica, dove non corre rischi perché il califfo ne è sprovvisto, in quanto sa di non potersi permettere dinanzi all’opinione pubblica statunitense altre perdite di vite umane nel Vicino Oriente) – ha finora consentito pochi e poco efficaci raids aerei durante i quali ha colpito prevalentemente le forze siriane fedeli ad Assad e i curdi.

A dire il vero, c’è anche di più: Erdogan e al-Baghdadi hanno esattamente gli stessi avversari (Assad, i curdi, l’Iran); e, questione curda a parte, tali avversari sono esattamente i medesimi dell’Arabia Saudita e d’Israele. A ciò aggiungiamo un altro elemento fondamentale nel garbuglio del Vicino Oriente, forse più grave ancora, ma anche meno incomprensibile di quanto possa sembrare: la fitna (in arabo «discordia», «guerra civile») che ormai alcune potenze sunnite – Arabia Saudita e Qatar prime fra tutte, ma validamente sostenute de facto dall’Egitto di al-Sisi, che li appoggia nella lotta contro gli sciiti dello Yemen – hanno irreversibilmente scatenato contro l’islam sciita, rappresentato principalmente come sappiamo dall’Iran, dagli sciiti iracheni (il 60% della popolazione del paese) e degli alawiti siriani e dagli hezbollah libanesi.

Una nuova «guerra fredda», quasi tiepida

Il recente deciso intervento di Putin – che non può certo perdere le basi russe di Lattakia e di Tartus nel Mediterraneo – ha impresso alla situazione il deciso sigillo geopolitico della stabilizzazione del fronte di una nuova «guerra fredda» che si sta ormai avviando a divenir tiepida (il 24 novembre, mentre stavamo mandando in stampa questo numero di Confronti, la contraerea turca ha abbattuto un jet da caccia russo diretto sulla Siria, sostenendo che esso era deliberatamente sconfinato nello spazio aereo della Turchia, mentre la Russia ha smentito seccamente la tesi di Ankara. La faccenda ha incrementato ulteriormente la tensione tra i due paesi, ndr). È sostanzialmente falso che gli aerei russi hanno colpito anzitutto e soprattutto le basi del composito schieramento siriano antiassadista (che ormai però è costituito quasi soltanto di formazioni jihadiste: i «laici» dell’Esercito libero siriano sono quasi scomparsi); e difatti, se possiamo ammettere come probabile che l’incidente del 31 ottobre che ha causato l’esplosione dell’aereo della compagnia russo-siberiana Metrojet nel cielo del Sinai si sia dovuto alla «vendetta» dell’Isis, il quadro diventa più chiaro.

Da oltre un anno una «coalizione internazionale» sta «combattendo» il califfo, con esiti fino ad oggi inconsistenti: a contrastare efficacemente l’Isis sul campo fino ad oggi si sono schierati solo i siriani lealisti, i curdi e i pasdaran iraniani. Il califfo non ha mai dato segno di preoccuparsi troppo della coalizione internazionale, guidata dagli Usa, che sostiene di contrastarlo, mentre sembra aver risposto immediatamente con lo strumento dell’attentato terroristico di ritorsione all’affacciarsi della Russia sul teatro del conflitto. Più chiaro di così…

Ma c’è di più. Su quali e quanti tavoli sta giocando il «sultano» Erdogan? Si può scartare l’inquietante ipotesi che egli miri a sovvertire l’ordine democratico del suo paese: certo intende appropriarsi sempre di più del potere ed esercitarlo in modo autoritario condizionando le opposizioni e controllando i media. Che all’indomani della vittoria dell’Akp 71 giornalisti abbiano perduto il lavoro (e 2 di essi siano stati arrestati), che 54 magistrati siano stati sospesi dall’incarico e 46 poliziotti messi in stato di fermo è cosa che parla l’esplicito linguaggio dell’epurazione e dell’intimidazione.

Erdogan, dopo le elezioni, si sente più sicuro. Aveva già incassato prima di esse l’appoggio obiettivo di Angela Merkel e del presidente dell’europarlamento Martin Schulz che si erano incontrati con lui: il problema dei profughi dalla Siria che premono sui paesi dell’Unione europea è troppo urgente ed egli se ne serve come arma costante di ricatto politico. Al tempo stesso sente che il paese è con lui: i radical-chic dei caffè d’Istanbul possono anche detestarlo, ma i suoi fedeli contadini anatolici inurbati presidiano ormai le immense periferie con le quali egli ha voluto blindare l’ex capitale ottomana per mutarne l’equilibrio politico-demografico-urbanistico.

Il ruolo chiave della Turchia

È evidente che Erdogan sta ora puntando a consolidare il ruolo della Turchia come potenza regionale tra Mediterraneo orientale (Mar Nero compreso) e Vicino Oriente, in una posizione privilegiata come alleata dell’Occidente e dei paesi della penisola arabica, partecipe della fitna sunnita contro gli sciiti e in sostanzialmente buoni rapporti con Israele, dal quale lo separa soltanto il permanere di un certo appoggio turco all’Olp. Dall’Egitto e dal mondo occidentale lo separa la questione libica, rispetto alla quale la Turchia, a differenza di entrambi loro, appoggia non il governo di Tobruk bensì quello jihadista di Tripoli: il che lo avvicina ulteriormente – sempre con tutta la prudenza del caso – sia ad al-Qaeda sia all’Isis, i quali a sua volta stanno dando in questo momento qualche segno di convergenza tra loro.

Nello schieramento geopolitico della nuova «guerra fredda» la Turchia, vecchio membro della Nato, è un tassello fondamentale della linea che si oppone all’asse russo-siro-iraniano. Non aspettiamoci da Erdogan nuovi troppo solleciti segnali di richiesta d’entrare nell’Unione europea: un traguardo che gl’interessa molto meno di qualche anno fa, quando essa trovava ogni sorta di pretesti per scoraggiarlo dichiarando il suo paese «non ancora maturo», «non abbastanza democratico» e via discorrendo. Ora che il flusso degli esuli siriani verso nord-ovest dipende dal suo controllo, egli sa di poter negoziare con gli europei da posizioni di superiorità; e intanto guarda al sudest mediterraneo, allo specchio d’acqua tra Anatolia, Cipro, Siria-Libano-Israele ed Egitto (sul quale si affaccia però anche la palestinese Gaza) nel sottofondo del quale sono stati individuati recenti giacimenti petroliferi. Resterà a guardare, la Turchia, nella nuova caccia all’oro nero?

Né questo basta ancora. Chi segue la stampa e la produzione storico-divulgativa turca ha forse notato come, negli ultimi tempi, un personaggio di un secolo fa avverso a Mustafa Kemal, e per questo colpito da una sorta di damnatio memoriae, stia tornando alla ribalta della storia patria: si tratta di Enver Pasha, il politico-militare-avventuriero caduto nel ’24 in Asia centrale combattendo l’Armata Rossa e paladino dell’idea panturanica sostenuta dall’ala «grande-turca» dei Giovani Turchi, gli aderenti alla quale sognavano una futura unione tra la Turchia e i popoli fratelli turco-mongoli ad ovest (Azerbajan) come ad ovest del Caspio, tra Syr-Darya e Amu-Darya, fino alle pendici dell’Indo Kush: un grande impero macroetnico da Smirne a Samarcanda. È a questa ripresa del Great game ottocentesco, con Nato e Turchia al posto della Gran Bretagna ma sempre contro la Russia, che sta pensando, in una prospettiva ovviamente non immediata, il ben lungimirante «sultano» Erdogan?

La posta in gioco sarebbe molto più alta di quella di una semplice partecipazione alla fitna antisciita. Ovviamente, il sultano sa bene di non poter sottovalutare il legame delle repubbliche altaiche centroasiatiche con l’organizzazione della Csi (Confederazione degli stati indipendenti) che è succeduta all’Urss, ne ha preso il posto e continua ad essere egemonizzata dalla Russia. Ma la Csi non è l’Urss: il legame è molto meno forte e sussistono gli spazi per insinuarsi attraverso di esso. D’altronde, Russia e Usa non sono poi – almeno finché alla Casa Bianca resterà Obama – così lontane, stanno collaborando in Siria e per il momento non è l’America a sognare quel blocco antisiriano e antiraniano che sia in realtà anzitutto antirusso e che farebbe tanto piacere sia a Parigi, sia a Riad, e forse magari ad Ankara.

La mappa vicinorientale si sta velocemente ridisegnando: vedremo come. Le inopportune manovre della Nato nel Mediterraneo del sudest – una vera e propria provocazione gratuita – potrebbero costituire la chiave per un decisivo cambiamento. Purtroppo, e presumibilmente, non in meglio.

(pubblicato su Confronti di dicembre 2015)

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