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Pentecostali: vento in poppa, ma scogli in vista

by redazione

di Paolo Naso

Le Chiese pentecostali rappresentano oggi un quarto della cristianità e nel 2025 – grazie alla loro natura proselitistica – supereranno il 32%, mettendo in crisi l’egemonia cattolica in America Latina e le Chiese storiche protestanti nel Nordamerica. Senza una struttura accentrata, i pentecostali riescono ad adattarsi meglio alle nuove realtà.

Questo articolo introduce un servizio sui pentecostali (lo troverete integralmente sul numero cartaceo di gennaio 2016) che comprende anche un’intervista di Carmelo Russo a Carmine Napolitano (preside della Facoltà pentecostale di Scienze religiose di Aversa), una scheda curata da Luigi Sandri sul libro “Francesco e i pentecostali. L’ecumenismo del poliedro” (di Raffaele Nogaro e Sergio Tanzarella) e un articolo di PierLuigi Zoccatelli, vice-direttore del Centro Studi sulle nuove religioni (Cesnur).

Tra i primi gesti di papa Francesco vi è stato un incontro privato di preghiera con un pastore pentecostale, invitato a Santa Marta il 26 giugno del 2013. Non era mai accaduto, e la notizia è filtrata quasi per caso. Poco più di un anno dopo, il 27 luglio, papa Bergoglio varca la soglia della Chiesa cristiana evangelica della Riconciliazione di Caserta per incontrare la comunità pentecostale guidata dal pastore Giovanni Traettino, lo stesso con il quale aveva condiviso quel momento di preghiera che in molti avrebbero preferito restasse strettamente privato. E neanche questo – la visita di un papa in una chiesa pentecostale – era mai successo. Del resto, già il cardinale Bergoglio vescovo di Buenos Aires i pentecostali li conosceva bene e li frequentava con una certa assiduità. Nel 2006, nel corso di un’adunanza pubblica, inginocchiatosi, si fece addirittura benedire da alcuni pastori che gli imposero le mani sul capo e pregarono per lui. Per la stampa e gli ambienti di curia più conservatori fu uno scandalo. Il cardinale se la cavò a modo suo, ribadendo che non era colpa sua perché è lo Spirito santo che «ci stringe – cattolici e pentecostali – nell’unità» e «ci unisce come Chiese riconciliate nella diversità».

Questa continuità tra il cardinale Bergoglio e papa Francesco nell’abbraccio ai pentecostali ci dice molto della nuova stagione ecumenica che si annuncia da Roma: sia chi la auspica sia chi la contrasta deve prendere atto che un lungo inverno, in cui il cammino comune delle Chiese è sembrato addirittura fermarsi, è ormai alle nostre spalle e che papa Francesco propone un ecumenismo a tutto campo, così inclusivo da comprendere anche i pentecostali.

Un fenomeno in crescita in tutto il mondo

Non stupisce. Il pentecostalismo è il “fatto spirituale” più rilevante del nostro tempo, la corrente cristiana che cresce più rapidamente e che arriva negli angoli più remoti dei cinque continenti. Secondo l’autorevole World Christian Encyclopedia, in trent’anni (dal 1970 al 2000) i pentecostali sono passati da 8 a 37,6 milioni in Europa; da 24,2, a 79,6, in Nord America; da 17 a 126 in Africa; da 10,1 a 134,9 in Asia; da 12,6 a 141,43 in America Latina; da 0,24 a 4,26 in Oceania. In sintesi, se nel 1970 i pentecostali costituivano solo il 6,4% del totale della cristianità, attualmente sono circa il 25% e si calcola che nel 2025 supereranno il 32%. Il tutto a scapito delle Chiese storiche del protestantesimo ma anche – e papa Francesco ne è stato testimone nella “sua” Argentina – dell’egemonia cattolica in America Latina. E infatti, per lungo tempo, le chiese pentecostali che si moltiplicavano nei barrios più poveri e degradati venivano incasellate nella categoria spregiativa di “sette”. In verità già prima della svolta di Bergoglio il linguaggio cattolico era cambiato e aveva bandito espressioni offensive e discriminanti, tuttavia era difficile immaginare lo sviluppo di una relazione ecumenica. Il pentecostalismo è per sua natura proselitistico: l’esperienza fondamentale del “battesimo nello Spirito”, che trasforma un cristiano in un evangelico pentecostale, non è un semplice momento della conversione: è una rigenerazione, una rinascita dalla quale si esce trasformati e motivati a tal punto da voler annunciare e condividere la propria esperienza. Per verificarlo basta entrare in una chiesa pentecostale: non c’è preghiera, predicazione o testimonianza in cui non emerga il tema del “cambiamento”, il racconto del passaggio dal “prima”, carico di peccato e di insoddisfazioni, al “dopo” nel quale la luce di Cristo ha portato gioia, serenità e – talora – prosperità materiale.

Generalmente distaccati da una Chiesa che giudicano corrotta e peccaminosa, i pentecostali non hanno una particolare sensibilità ecumenica. E per una Chiesa che intrattiene rapporti con Roma e il suo vescovo, altre mille gridano alla scandalo teologico: «La Chiesa cattolica parla di Grazia ma poi la mischia alle opere e ai sacramenti – ha tuonato Leonardo De Chirico, che è vicepresidente dell’Alleanza evangelica, un organismo che raccoglie individui e chiese di diverso orientamento evangelical, non solo pentecostale – si fa chiamare Chiesa di Cristo ma ha un background imperiale, dice di valorizzare la Bibbia ma poi la subordina alla tradizione. E, non ultimo, si assume la responsabilità di riconoscere nel vicario di Cristo la persona che oggi ha incontrato il pastore Traettino».

Prendendo atto di questi giudizi, è chiaro che i rapporti tra la Chiesa di Roma e questa galassia non possono essere né semplici né lineari. Tuttavia, non è il tempo dei muri invalicabili e inamovibili. Anche perché, soprattutto all’estero, molto si muove anche tra alcuni pentecostali che non condividono l’atteggiamento pregiudiziale dei “fratelli italiani”, che per altro non perdono occasione per ricordare le discriminazioni subite a causa dell’alleanza tra la Chiesa cattolica e il fascismo. Tema ben noto a papa Francesco che, parlando a Caserta, aveva denunciato quei cattolici «che hanno perseguitato e denunciato i pentecostali, quasi come fossero dei pazzi che rovinavano la razza», e chiesto perdono per «quei fratelli e sorelle cattolici che non hanno capito e sono stati tentati dal diavolo».

Realismo ecumenico

Nonostante la diffidenza pentecostale nei confronti di tutto quello che suona “ecumenico”, è difficile immaginare uno sviluppo delle relazioni cristiane che tenga fuori una parte così rilevante della cristianità. Nel tempo del “ritorno di Dio”, i pentecostali sono tra coloro che raccolgono i maggiori dividendi di una nuova e più alta domanda religiosa. Come afferma da tempo il sociologo americano Harvey Cox, tra i massimi studiosi del fenomeno pentecostale, con esso «ci troviamo certamente in un periodo di rinnovata vitalità religiosa, un altro “grande risveglio”, se vogliamo chiamarlo così, con tutte le promesse e i pericoli che i risvegli religiosi portano sempre con sé, questa volta tuttavia su scala mondiale».

Ma qual è il punto di forza della spiritualità pentecostale? In primo luogo – rispondono i numerosi studi sociologici sul tema – il pentecostalismo è “portatile”, nel senso che per dare vita a una comunità non occorrono grandi e onerose strutture. Non a caso i luoghi tipici in cui vediamo nascere e crescere chiese pentecostali sono le periferie metropolitane o le aree più depresse. Nella desertificazione sociale e relazionale, anche una piccola comunità pentecostale riesce ad essere un luogo di senso e di speranza. Ma se per caso il quartiere cambia o si svuota, non c’è alcuna difficoltà a spostarsi e a ricollocarsi in un nuovo contesto. O ad aprire una nuova comunità, dando così vita a un effetto moltiplicatore di grande importanza sul piano della crescita numerica.

Un secondo elemento è la trasmissibilità: un pentecostale che ti invita ad abbracciare la sua fede, lo fa con parole semplici e dirette, facendo riferimento a un’esperienza più che a un dogma, a un “fatto” che ti tocca direttamente più che a un principio o a una storia. La glossolalia – il dono del parlare nelle lingue dello Spirito – cambia fisicamente e arricchisce spiritualmente il fedele e, al di là della sua cultura, della sua formazione e della sua collocazione sociale, gli attribuisce una dignità spirituale che nessuno potrà sottrargli. Sotto il profilo sociale, è una forma di empowerment di primaria importanza.

Infine il congregazionalismo. Non esiste “la Chiesa pentecostale”: esistono le chiese pentecostali, miriadi di comunità locali – congregazioni – che si autogestiscono e che hanno una concezione molto precisa della propria autonomia teologica e programmatica. Il che non vuol dire che non esistano “comunioni”, “reti” o “federazioni” di chiese, ma il legame che le vincola è assai più tenue di quello proprio di altre Chiese evangeliche, ad esempio della più stretta tradizione calvinista o luterana. Congregazionalismo significa anche un forte radicamento territoriale, un rapporto intenso con le domande e i bisogni della comunità locale.

Tutto vero. Ma forse c’è anche qualcos’altro come la crisi dell’iniziativa delle Chiese storiche. Lo spiega bene padre Clodovis Boff, parlando ovviamente dell’America Latina e, in particolare, del suo Brasile: «Quello che sappiamo proporre è quasi sempre solo il modello parrocchiale classico. Le nostre strutture sono troppo pesanti e accentrate per adattarsi alle nuove realtà, e sono anche troppo razionalizzate. Quello che ci manca è la mistica, la capacità di appello, di convocazione. Le nostre chiese funzionano bene, ma siamo troppo preoccupati da questioni dottrinali, morali, amministrative. Ci manca la fiamma dello Spirito».

Se questa analisi del vecchio teologo della Liberazione ha un fondamento, è facile prevedere gli scenari del futuro: alcune Chiese tenderanno a “pentecostalizzarsi”, e cioè ad assumere la “forma” pentecostale cercando di mantenere la propria identità teologica e spirituale. Altre alzeranno un muro per proteggersi da un’ondata che potrebbe sommergerle. Ma la navigazione pentecostale nella società post-secolare non ha solo venti a favore. Ci sono anche poderosi scogli all’orizzonte: prima tra tutti la crescita di chiese neo-pentecostali, orientate al business e alla predicazione della prosperità materiale, che competono con il pentecostalismo di matrice comunque “riformata” della prima ora, e che ora sembrano prendere una strada propria che qualcuno definisce “post-protestante”: una sorta di “quarto” cristianesimo. Ma anche la frammentazione in chiese che non riescono a darsi meccanismi di rappresentanza e, forti sul piano locale, non riescono ad affermarsi su quello nazionale. E infine anche la ripresa in forza del movimento ecumenico che, in un tempo di tragiche divisioni nel nome di Dio, potrebbe riscoprire la sua forza e l’attualità della sua vocazione. Se così sarà, non gioverà a quel pentecostalismo che ha deciso di restare a guardare dalla finestra.

(pubblicato su Confronti di gennaio 2016)

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2 comments

paola scarpa 26 Dicembre 2015 - 15:19

cercarele debolezze della galassia pentecostale suona strano…i pentecostali non se ne proccupano, specie i piu’ slegati e meno gerarchizzati…la chiesa scilta dalle pastoie degli uomini corre come fulmine, velocissima….e’ come slegare dei purosangue dai carri…tirateveli voi i carri , che se li tirino quelli che li hanno costruiti…Filippo , per predicare volava tramite lo Spirito da una citta’ all’ altra…Paolo evangelizzava libero e supersonico…la chiesa quando fa sul serio diventa inafferrabile…le liturgie sono per chi ha perso o non ha mai avuto lo Spirito Santo…i pentecostali sono frammentizzati? non e’ che Cristo vuole un dividi e impera? le piramidi ecclesiali non fanno per la prima chiesa, ma la fede cresceva da persona a persona …frammentaria e poco preoccupata di essere riconosciuta a livello politico

Irene Palumbo 20 Gennaio 2016 - 23:47

Articolo alquanto banale, chi lo ha scritto vuole interpretare una realtà dalla quale si sente che ne è molto distante. Per altro, per quanto il mondo pentecostale possa sembrare, agli occhi di un visitatore superficiale, un mondo frammentato la realtà è che siamo molto più uniti di quelli che gridano all’ecumenismo vedendosi solo in scelte occasioni. I nostri incontri sono reali e si svolgono nella vita reale, sia tra pentecostali di diverse organizzazioni che tra pentecostali e non petecostali. Per quanto i petecostali italiani siano diversi da quelli inglesi o americani o asiatici, questo è facilmente spiegabile partendo dal presupposto che i cattolici italiani e non solo sono diversi da quelli inglesi o asiatici o americani, essendo legati più a una forma che ad una autentica esperienza di fede. Il cattolico italiano è molto diverso da quello americano. L’italiano va a messa per abitudine e pochi sono coloro che vivono una vera fede, in America pregano prima di pranzare, e la loro esperienza di fede è innanzitutto con Dio e poi con la Chiesa o i santi. Sono molto lontani dal misticismo greco-romano di cui purtroppo la Chiesa è ancora impregnata.
Inoltre c’è da aggiungere a questo articolo che per quanto chiusi possano sembrare i petecostali, molte cose sono cambiate negli ultimi cinque anni nella gestione politica dei rapporti congregazionali. Ma rimane ancora purtroppo molto pregiudizio nei confronti dei petecostali da parte della politica, del mondo ecclesiastico e non solo, causato non tanto da una chiusura a priori del mondo pentecostale ma da una reminiscenza, come dicevamo prima, di quel misticismo che lavora ancora troppo nella fantasia delle persone.
Questo articolo è molto lontano dalla realtà.

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