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“E se fossi morto?” di Muhammad Dibo

by Michele Lipori

Dibo

Muhammad Dibo

“E se fossi morto?”

Il Sirente, 2015

122 pagine, 15 euro

 

di Michele Lipori

Un giorno una persona riceve una telefonata di mattina presto. Si sa che le telefonate in certi orari non sono foriere di buone notizie. È una vecchia amica che vuole accertarsi se dall’altro capo del telefono l’interlocutore sia ancora vivo. Dapprima sorpreso della richiesta, l’uomo dà tutte le rassicurazioni del caso. Il telefono viene riagganciato. Si dà il caso che nella città siriana di Duma sia stato ucciso un uomo, Muhammad Dibo, omonimo dell’interlocutore dell’angosciante telefonata, nonché autore e protagonista di E se fossi morto?. Da questo evento si apre una riflessione che Dibo, il “sopravvissuto”, fa nei confronti della situazione in Siria e grazie alla quale ripercorre la propria storia di dissidente del regime di Bashar al-Assad. Allo specchio della morte toccata in sorte al suo doppio, secondo un meccanismo narrativo ben conosciuto a certa narrativa araba, il protagonista investiga la condizione umana.

Tutte le persone sono nate uguali nella propria intima essenza, perfino negli affetti, nonostante la diversità (e perfino la disparità) delle singole condizioni di vita. Le circostanze, ma soprattutto i giochi pericolosi della politica e del potere, innestano un elemento di diversità fra le persone. Come nel caso della Siria, in cui le lotte intestine stanno parcellizzando la popolazione in fazioni e gruppi diversi.

Ma le riflessioni di Dibo ci inducono a soffermarci sulla follia di tutto questo: «Anche sull’altra sponda: tristezza e morte. Che cosa importa alla madre dove sia stato ucciso suo figlio? E perché lui è morto? A lei resta solo il suo abito nero. La morte riunisce. La patria divide». La scelte sono gli unici ambiti in cui ci si possa veramente distinguere dagli altri. Le scelte, infatti, possono rendere gli individui fratelli, o portarli a compiere i crimini più abietti, magari in nome di un guadagno personale, immediato quanto futile. È questo il caso di chi collabora con il potere e in nome del quale è addirittura l’amicizia, uno dei legami più profondi e “sacri”, ad essere tradita.

 

(pubblicato su Confronti di febbraio 2016)

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