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Il dibattito nelle Comunità cristiane di base

by redazione

“Vino Nuovo in otri vecchi: Novità e contraddizioni nelle comunità e nella società al tempo di Francesco”. Questo il titolo del XXXVI Incontro nazionale delle Comunità cristiane di base che si è tenuto a Verona a fine aprile. Pubblichiamo di seguito alcuni interventi di chi ha dato vita a quel dibattito articolato. I primi due li trovate anche sul numero di giugno 2016 di Confronti.

Foto Cdb 2

Le Comunità di base si interrogano sul futuro

di Stefano Toppi

Le Comunità cristiane di base italiane sono ritornate a Verona dopo trentasei anni, dal 23 al 25 aprile 2016, per il loro XXXVI Incontro nazionale. Non più ospitati in un ampio stand della Fiera come nel 1980, ma nelle accoglienti sale del Centro unitario missionario (anche questo un segno dei tempi) e pur sempre numerosi per il momento in cui viviamo, grazie anche alla partecipazioni di decine di persone provenienti da diverse associazioni ed esperienze ecclesiali del veronese e di città vicine.

L’accoglienza dei partecipanti è stata organizzata invitandoli alla condivisione del loro pensiero, con l’indicazione di tradurre in parole i personali significati e vissuti di “otri vecchi” e di “vino nuovo”.
Quattro i relatori chiamati ad aprire la riflessione sugli interrogativi posti dal titolo: Maria Soave Buscemi, biblista italo-brasiliana, esperta in ermeneutica femminista e formatrice in Lettura popolare della Bibbia; don Pierluigi Di Piazza, fondatore del Centro di accoglienza e di promozione culturale per migranti “Ernesto Balducci” a Zugliano (Udine); Maria Bonafede, pastora valdo-metodista e già moderatora della Tavola valdese; Sergio Tanzarella, docente di Storia della Chiesa alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale. Ciascuno dal proprio punto di vista e in base alla propria esperienza, ha offerto ai presenti una visione articolata del momento nel quale le comunità, la chiesa cattolica di base e le chiese cristiane sono chiamate a vivere e nel quale la presenza e l’azione di papa Francesco non può non essere tenuta in considerazione.

Dai discorsi dei relatori è emerso un quadro complessivamente positivo di quanto finora visto dell’operato di papa Francesco. Comprensibile per chi, nel mondo cattolico, ha fin qui vissuto il proprio impegno nella fede un po’ ai margini della vita della chiesa.
Da Maria Bonafede è venuto un apprezzamento per le aperture del Vescovo di Roma al cammino ecumenico con le altre chiese cristiane; ma anche una opportuna notazione ai presenti che è una contraddizione in termini aspettarsi che sia un papa a riformare il papato.

Uno spazio alla presentazione di progetti in essere di comunità e associazioni e poi la parola è passata alle persone che per tutto un giorno, suddivise nei quattro gruppi di lavoro, hanno ricercato nuovi linguaggi e pratiche per parlare della fede nel nostro tempo; hanno riflettuto sul significato della piccole comunità nella società odierna; hanno parlato di come essere concretamente vicine alle “solitudini”, individuali e sociali, e alle situazioni di disagio e hanno discusso di come essere chiesa di base “al tempo di Francesco”.

L’ultima mattina è stata un’ampia assemblea in cui sono state riportate agili relazioni dei lavori, ricordi di persone che non sono più con noi, preghiere e si è spezzato il pane insieme.

Del quarto gruppo di lavoro, riportiamo di seguito una riflessione su quanto ascoltato e dibattuto elaborata da Enzo Cortese, che ha condotto i lavori.

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La chiesa di base al tempo di Francesco

Enzo Cortese (della Comunità del Cassano – Napoli)

Le Cdb hanno sempre vissuto la loro esperienza di fede incarnandola nella storia, ecco perché ci siamo posti l’interrogativo: «Quali le scelte e la prassi della chiesa di base al tempo di Francesco?». È un tempo che per le Cdb viene da lontano, dal tempo del Concilio (e ancor prima); che ha visto attesa di cambiamenti, tempi di speranza; tempi, a volte, di sofferenze, esclusioni, rinunce; tempi di lotte, di critica, di riappropriazioni. Mai tempi di rassegnazione o abdicazione. Ci siamo dunque confrontati fra comunità, gruppi e singoli/e con tante riflessioni sulle esperienze presenti oggi sui territori – tutte molto ricche e diversificate – non tanto per esprimere un “giudizio” su questo papato, ma piuttosto per capire qual è lo spazio, quale può (e deve) essere il ruolo del movimento delle Cdb e dei cristiani/e di base nell’attuale contesto storico.

Nella coscienza che il tempo non è solo “di Francesco”, o della chiesa-istituzione, ma è anche, e soprattutto, il tempo “nostro”, di donne e uomini del popolo di Dio che hanno nelle proprie mani il futuro della propria chiesa.

Certo, è innegabile che la figura di questo vescovo di Roma costituisce un elemento di novità nel percorso della chiesa cattolica. Per molti versi è un elemento di frattura con il passato; un elemento di contraddizione all’interno dello stesso sistema-chiesa. In molte sue affermazioni e passaggi troviamo spesso assonanze con concetti, elaborazioni e linguaggi che ci sono propri. Per esempio, quando parla delle “malattie della curia”, dei movimenti popolari, della centralità della dignità umana e di un diverso ordine economico-sociale; quando parla degli ultimi e degli “scartati”, del concetto di pace fondato sulla giustizia; quando stigmatizza il commercio delle armi; quando scrive del rapporto con il creato; e così via. Così come tanti suoi gesti di testimonianza evangelica – sconosciuti ai suoi predecessori – hanno aperto e riscaldato il cuore a molti; rappresentano dei segni profetici che non vanno sottovalutati; se non altro per la capacità di “sognare” e di dialogare anche al di fuori del ristretto ambito ecclesiale.

È pur vero, d’altra parte, che non ci sfuggono tanti elementi di problematicità di questo papato. Quando, ad esempio, affronta temi dottrinali, il ruolo della donna, la questione gender, la riforma dell’apparato vaticano (lo Ior è ancora in piedi!), l’invito all’obiezione di coscienza relativamente a leggi dello Stato, la riabilitazione di chi è stato in passato marginalizzato, e così via.

Il problema, però, non è se essere “pro o contro” il nuovo vescovo di Roma. Né è rivendicare la paternità o la primogenitura di questa o quella intuizione. Né si può correre il rischio di cadere nella tentazione di proiettare – in modo più o meno inconsapevole – i nostri desideri di riscatto e le nostre aspettative su questa figura, che sentiamo magari più vicina rispetto al passato. Non possiamo lasciare che il dibattito si monopolizzi e si appiattisca intorno alla figura di Francesco. Non basta un papa nuovo per cambiare la chiesa. Né i cambiamenti possono imporsi dall’alto, perché avrebbero vita breve. Dalla società nascono nuove emergenze: le migrazioni dei popoli, la crisi dei modelli rappresentativi delle democrazie occidentali, la crisi sulle grandi questioni etiche: l’eutanasia, la maternità surrogata, i limiti dell’obiezione di coscienza in campo medico e non solo.

Registriamo che c’è minore ostilità verso le nostre sollecitazioni ed i temi a noi cari; c’è maggiore ascolto rispetto a ieri. Questo può essere “il tempo” per rimettersi in gioco, per gettare ponti con quei pezzi della società e delle chiese più aperti, che ci sono più affini, senza che si rinunci alla storia del nostro percorso. Non rinunciamo perciò a tenere viva la nostra voce critica di cristiani/e di base in ricerca che vogliono vivere e testimoniare la propria fede evangelica incarnata nel proprio “tempo”. Possiamo dire che è ormai il momento di rilanciare con forza temi che, sebbene vecchi, oggi ritornano con prepotenza all’ordine del giorno, temi come concordato, otto per mille, cappellani militari, strutture desuete e patriarcali della chiesa cattolica, ecumenismo concreto e non solo di facciata ecc., e affrontare nuove sfide. Lasciamo che i vecchi otri si spacchino, per lasciar spazio ad una “chiesa in uscita”, ad una “chiesa del grembiule” che sa incontrare il volto del Cristo nei crocicchi della storia, una chiesa di otri nuovi per vino nuovo.

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La Casa Comune Mag a Verona per l’economia sociale e la finanza etica

di Gemma Albanese e Giulia Pravato (www.magverona.it)

Il XXXVI Incontro Nazionale delle Comunità Cristiane di base ha stimolato la riflessione anche a partire dalla domanda “in un periodo di grave crisi economica e sociale, cosa può dire e fare chi non si rassegna alla depressione?”

Si è trattato di una interrogazione intorno all’idea di una “Chiesa povera fra i poveri”, che ha bisogno sempre più di riappropriarsi degli autentici valori della reciprocità e della solidarietà da tradurre in impegno per il bene comune.

Questi valori hanno rappresentato il denominatore comune delle numerose esperienze raccontate nell’ambito del convegno, a testimonianza di una realtà laica vicina alle “solitudini”, individuali e sociali del nostro tempo e quindi volta a costruire “otri nuovi”, ossia nuovi luoghi e spazi d’azione e di relazione. Tra le realtà che lavorano in questa direzione c’è anche Mag Società Mutua per l’Autogestione di Verona, che ha partecipato e condiviso la sua esperienza durante le tre giornate di incontri.

Infatti, Mag, è nata 38 anni fa dall’iniziativa di donne e uomini che hanno scelto il mutualismo per sostenere chi desiderava crearsi un lavoro in prima persona e spesso in cooperativa, sperimentando l’autogestione. Ne sono esempio lavoratori/trici di fabbriche in crisi che si sono costituiti in imprese associative, o chi ha occupato terreni abbandonati per realizzare l’agricoltura biologica. Realtà di lavoro, ma anche possibilità di realizzazione delle aspirazioni soggettive, con un impatto positivo sulle comunità.

Per dare sostegno anche economico a questi mondi nascenti, i soci fondatori di Mag hanno iniziato a sperimentare pratiche di finanza solidale, mettendo in comune i loro risparmi. Da qui è nata la finanza etica di matrice Mag che ha dato origine ad altre 6 Mag in Italia e alla stessa Banca Popolare Etica.

Tanti anni sono passati da allora, ma ancor oggi sono molte le persone -di differenti generazioni- che si rivolgono a Mag per creare forme di autoimpiego prevalentemente sotto forma di imprese sociali, (cooperative mutualistiche, associazioni, fondazioni di comunità, onlus…). Donne ed uomini mossi dalla ricerca di un di più di senso che molto spesso non trovano nel lavoro tradizionale, che mercifica, esclude e mette all’ultimo posto i desideri e i bisogni umani.

Le predette pratiche – economiche e relazionali – trovano spazio quotidiano nella Casa Comune Mag. In concreto la Casa Comune ospita un Centro Servizi per il supporto all’avvio di nuove Imprese Sociali; un Incubatore Solidale per facilitare l’incontro tra realtà di autoimpresa che hanno idee ma non mezzi, con chi ha mezzi ma non ha eredi; un Centro di Formazione Professionale e Culturale. La Casa ospita inoltre uno Sportello di Microcredito e di Finanza Etica, per dare supporto anche economico alle imprese nascenti e a singole persone o famiglie in temporanea difficoltà finanziaria, che non trovano ascolto presso il sistema bancario tradizionale.

Le imprese sociali nel loro divenire sono incoraggiate da Mag a mettersi in relazione tra loro, sia per creare collaborazioni, che per rendere più visibile l’alternativa positiva che propongono.

Casa Comune Mag è luogo d’ incontro per le Reti tra Imprese Sociali così nominate: Nuove vite contadine; Startupperisti/e di nuova generazione; Rete dei servizi educativi e di cura; Comitato delle realtà artistiche.

Oggi, è evidente il fallimento dell’economia “tradizionale”, incentrata sulla finanza speculativa, che ha portato alla crisi disastrosa che stiamo vivendo. Mag da sempre crede invece che l’economia sociale sia la strada da percorrere poiché non è detto che ci sia inimicizia tra buon vivere, economia e gestione del denaro.

La Casa Mag offre quindi uno spazio in cui socializzare e condividere gli obiettivi e le direzioni dell’azione quotidiana, ma anche occasioni per riflettere più ad ampio raggio sull’economia sociale, la finanza solidale e il loro ruolo nell’oggi. Mag organizza inoltre ogni anno degli Short Master sulla Pedagogia dell’Autogestione; pubblica trimestralmente la rivista “Autogestione e Politica Prima” e organizza incontri e seminari aperti a tutti e tutte.

La Casa Comune si pone altresì a disposizione di realtà territoriali senza tetto: associazioni, comitati, gruppi che hanno bisogno di uno spazio per le loro attività, in relazione con altre.

La modalità pensata per realizzare la Casa si è basata sul mutuo aiuto formalizzata in una campagna di azionariato popolare. Infatti, nel 2011 -dopo lo sfratto- Mag ha dovuto trovare una nuova sede, col desiderio di acquistarne una per dare stabilità e continuità nel tempo alle proprie attività e ciò senza averne i mezzi necessari. Ha maturato quindi di chiedere, a chi nel tempo ha ricevuto aiuto e a chi -nell’oggi- crede nell’importanza delle pratiche Mag, di sostenere una campagna pubblica per la sottoscrizione di simbolici mattoni da 500 euro(quota di capitale sociale).

Circa 100 sono le associazioni, cooperative, le fondazioni locali, e oltre 200 le persone fisiche che hanno contribuito ad oggi alla realizzazione della Casa con l’acquisto dei “mattoni solidali”. Tra le realtà partecipanti ci sono anche le Comunità di Base di Verona e singoli loro referenti. Ben 778 sono i mattoni raccolti, ma la campagna continua per i 172 che ancora mancano.

Il grande seguito che questa campagna ha avuto, seppur in tempi di crisi, è un segnale positivo, una dimostrazione di quante persone credano ancora nel mutualismo e nella solidarietà per creare mondi nuovi, ovvero “otri nuovi”.

P.S.: mentre trasmettiamo questo testo le Comunità di Base di Verona hanno contribuito ad acquistare un mattone solidale da intestare al XXXVI Convegno Nazionale. Grazie.

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Il Vino nuovo dell’Altro che rompe gli otri vecchi del nostro Essere

Partecipazione della Comunità Opera Semplice e delle comunità di Fittà e Marcellise al Convegno Nazionale delle Comunità di Base a Verona

“Restituire la comunità ai poveri è vino nuovo in otri vecchi!”

Introduzione

L’altro, che irrompe nel mio essere, l’altro che entra con insistenza e perseveranza nella comunità che non mi appartiene ma mi è data, l’altro popolo in viaggio, in cammino nella sua sete di terra, libertà e giustizia diventa il mio popolo, il ‘Totalmente Altro’ che viene ad abitare il mio quotidiano vivere: vino nuovo in otri vecchi!

Ecco il vino nuovo che è riversato nei nostri otri ormai vecchi e fragili, che non possiamo più permetterci di riparare, usare, riempire. Un vino che porta vita nuova nel nostro mondo interiore, comunitario, ecclesiale, umano. Un vino che squarcia tutto ciò che tenta di resistere all’azione dirompente dello Spirito. Un vino che espande il nostro essere nel mondo fino ai confini della terra, dell’umanità, del creato e della storia: luoghi della vita di Fede, luoghi dell’Incontro con il quotidiano Divino, luoghi e spazi della testimonianza di una Resurrezione possibile, qui ed ora.

Vino che fa dell’oggi il Regno dei cieli: quella realtà visibile che abita gli albori del desiderio e del sogno umano e si rende incredibilmente realizzabile nelle azioni che scaturiscono dalle nostre mani che, “gettate nel mondo”, possono costruire il Possibile in noi.

Sì, perché davvero Lui/Lei è in mezzo a noi, viene dentro di noi e noi in Lui/Lei.

Il Convegno di Verona per la nostra piccola Comunità è stato una opportunità splendida per respirare la libertà e la forza di un Vangelo che non soffoca la sua vitalità dentro a sovrastrutture ma che permette all’umano di essere un ‘luogo liberante’, uno spazio in cui la misericordia e la verità si baciano, la giustizia e la pace si contemplano, si cercano e si incontrano, unendosi simbolicamente ed efficacemente tra cielo e terra, in quello spazio che lascia a tutti il respiro, che non lascia nessuno senza fiato, e che si chiama ‘bene comune universale’.

Il Convegno, per la nostra comunità e in particolare per il gruppo di giovani che vi ha partecipato, è diventato giorno dopo giorno un luogo di riappropriazione di una memoria storica che rende testimonianza ancora oggi della travolgente vitalità del Concilio Vaticano II, della perseveranza e della coerenza di uomini, donne e comunità di fede che hanno accolto seriamente, primariamente ed instancabilmente il messaggio evangelico del Concilio vivendo insieme il ‘coraggio della Parola’, la profezia dell’uguaglianza e della democrazia, la determinazione del popolo di Dio che si muove libero sulle orme di Gesù Cristo promuovendo la partecipazione, la giustizia, i diritti e la pace;  un popolo in cui non vi è ministero se non solo nel servizio alla comunità e all’umanità; un popolo che sente e che crede che il Volto di Dio è l’umanità di Gesù Cristo; un popolo dove la misericordia ha davvero sempre la meglio sul giudizio, dove la parola è realmente e quotidianamente “restituita ai poveri”, come diceva con forza Mazzolari; dove la comunità è una comunità di fede che vive la spiritualità come dinamica creativa dell’incarnazione dell’amore di Dio che si fa evento nei nostri gesti, nelle nostre parole, nelle nostre opere e nelle nostre scelte fraterne, comunitarie, sociali, culturali, lavorative, economiche, etiche, politiche… umane.

 

Una giovane donna al Convegno

Sara, una ragazza di 24 anni che vive con noi in comunità ha condiviso la risonanza dell’esperienza che ha fatto al Convegno di Verona:

«Studio Teologia da circa tre anni e vivo da quasi quattro in una piccola comunità di accoglienza, trascorrendo la mia quotidianità nel profumo di quella solidarietà che don  Tonino Bello definiva come “la possibilità di uscire insieme da fatiche e difficoltà”.  Quotidianamente cerco di vivere ciò che studio e viceversa cerco di ritrovare i Volti di quel Cristo che incontro ogni giorno, nelle pagine che studio. Un’osmosi di Vita e Vangelo che è fatta prima di tutto di una Rivelazione che è prassi, eternamente generata in ogni gesto che non è per noi ma per l’altro e l’Altro.

La spontaneità è ciò che caratterizza questo movimento, un muoversi spontaneo e leggero che rende fratelli e sorelle le persone con cui vivo. Dare una definizione teologica di ciò che per me è quotidiano risulta difficile, spesso poco soddisfacente e parziale davanti alla grandezza del lasciarsi coinvolgere responsabilmente da questo mondo, da quest’umanità. Se definire non è possibile, è invece importante la capacità di lasciarsi interrogare, di lasciarsi toccare dalla banalità di una vita aperta e comunitaria, che diventa altro Volto di una Chiesa universale. Il porsi delle domande insieme è una ricchezza grande all’interno di questa Chiesa, un movimento di Spirito che rinnova e crea nuovi spazi, nuovi tempi dove vivere ogni relazione.

Il ritrovare queste domande nei giorni trascorsi al Convegno delle Comunità di Base e il forte desiderio di risposte fuori dall’ambiente di studio è stato per me molto stimolante. Una vera boccata d’aria che mi ha permesso di confrontarmi con donne e uomini che da anni ormai cercano di proporre e vivere in un modo “altro” la realtà ecclesiale di cui facciamo parte. Un dialogo intergenerazionale che non può far altro che portare nuovi frutti, nuove proposte di dialogo e confronto in un terreno che spesso resta privo della giusta quantità d’acqua.

Ascoltare, dialogare, interrogarsi, provocarsi è diventato così il punto di forza di questo Convegno, un punto fondamentale per riscoprirsi vicini come realtà parrocchiali e comunità di base, insieme in uno stesso cammino di ricerca, insieme nella stessa costruzione di ponti che permettano di vivere con gli stessi sentimenti di Cristo, solidali con ogni essere umano e con il creato che ci è stato donato. La sinergia tra parrocchie e comunità, tra donne e uomini, tra anziani e giovani, tra esperti e  inesperti è stata la bellezza di questo Convegno che merita di continuare ad aprirsi, per allargare la riflessione ad altri, per includere più diversità possibili, per scambiarsi più esperienze e provare a vivere davvero insieme quello stesso Vangelo».

 

Il vino che “spacca”

Se è vero che il vino nuovo irrompe perché viene dato gratuitamente alla storia, è parimenti vero che gli otri vecchi sono pronti e disponibili alla rottura per lasciare che la fecondità e la vitalità di questo vino rompa i confini e si diffonda ovunque, partendo da ciascuno di noi e dall’essere ancora insieme, nella Chiesa.

Siamo in cammino con l’umanità intera dove Gesù ci ha indicato la via di riconoscimento dell’altro con le sue parole e i suoi gesti, per entrare nel mistero della verità della storia della Salvezza e diventare promotori di una nuova vita interiore, relazionale, sociale, culturale e civile! Con le parole di papa Francesco, ripetiamo con forza: ‘Non preoccupiamoci solo di cadere in errori dottrinali, ma anche di essere fedeli a questo cammino luminoso di speranza e di sapienza’ (EG 194). ‘La bellezza stessa del Vangelo non sempre può essere manifestata da noi, ma c’è un segno che non deve mai mancare: l’opzione per gli ultimi, per quelli che la società scarta e getta via’ (EG 195); e ancora il papa continua nell’esortazione apostolica: ‘per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica (EG 198)’.

Se c’è un vino nuovo che è stato riversato nella comunità parrocchiale di Fittà – piccola frazione del Comune di Soave (Verona) – è proprio il vino della vita dei poveri e degli esclusi che sono tornati ad abitare la comunità, riprendendo un posto nel cuore della vita comunitaria. Da questo vuoto riempito dalla grazia, sono nate l’Associazione Sulle Orme Onlus e la Cooperativa Multiforme di cui facciamo parte e che dal 2005 promuovono azioni di accoglienza con alcune comunità parrocchiali della provincia di Verona, partecipando così al fiorire fecondo di una Pastorale della Carità.

Da allora facciamo esperienza della bellezza di piccole comunità che si lasciano “spaccare” dal vino dirompente della vita di poveri che tornano così ad abitarla. ‘Soltanto a partire da questa vicinanza reale e cordiale possiamo accompagnarli nel loro cammino di liberazione. Soltanto questo renderà possibile che «i poveri si sentano in ogni comunità cristiana, come a “casa loro”. Non sarebbe, questo stile, la più grande ed efficace presentazione della buona novella del Regno ?»’ (EG 199).

Comunità che tornano ad aprire spazi chiusi da troppo tempo e liberare energie nuove per rinnovati cammini di liberazione reciproca: i poveri liberati dalla solitudine dell’emarginazione e le comunità liberate dalla chiusura, dall’auto-determinazione e dall’auto-referenzialità spesso alimentata da una pastorale di controllo del territorio. Quante volte i nostri progetti mal si  adattano all’azione di uno Spirito che non sopporta essere imprigionato in perfetti piani pastorali? Quante volte per finalizzare quegli stessi progetti trasformiamo il valore dell’unità e della comunione nella comodo ripiegare all’uniformità e alla superficiale regolamentazione? Spesso, purtroppo, il nostro agire pastorale si preoccupa eccessivamente di riempire i vuoti con nuove strategie e metodi accattivanti.

Sopportare il vuoto

Come ci ricorda Simone Weil: ‘Non esercitare tutto il potere di cui si dispone, vuol dire sopportare il vuoto. Ciò è contrario a tutte le leggi della natura: solo la grazia può farlo. La grazia colma, ma può entrare soltanto là dove c’è un vuoto a riceverla; e, quel vuoto, è essa a farlo. Amare la verità significa sopportare il vuoto. Chi sopporta per un momento il vuoto, o riceve il pane sovrannaturale, o cade. Terribile rischio, ma è necessario correrlo.’

La storia ha aperto squarci di vuoto che dobbiamo imparare a “sopportare” perché la grazia li riempia di quella novità evangelica che ha caratterizzato il vivere di Gesù, il vivere umano, sociale, religioso, relazionale, comunitario, economico e politico.

Il potere dell’amore concreto, operoso, il potere di fare dell’azione il luogo della profonda contemplazione emerge solo dall’esperienza del vuoto riempito dalla grazia. Ecco che il senso dei vuoti nelle nostre esperienze comunitarie va assolutamente “sopportato” affinché la Presenza del Dio dei poveri riempia nuovamente gli spazi che si sono aperti per grazia. Spazi aperti nelle strutture, nei ruoli, nelle gerarchie, nelle modalità di espressione, negli stili e nelle forme di vita, nelle catechesi e nelle liturgie…non dobbiamo e non possiamo cadere nella tentazione di subire la paura e l’angoscia del vuoto, e correre ai ripari riempiendo i vuoti ancora una volta di noi stessi. È necessario che prima di tutto sia Lui ad entrare passando dalla “porta dei piccoli”: la porta stretta che tutti siamo invitati ad attraversare, ciascuno nella propria storia e, insieme, nel nostro comune vissuto comunitario. Questa è la porta santa della riconciliazione con il creato e con l’umanità.

Il Convegno delle Comunità di base è stato per tutti noi l’opportunità di ritornare a guardare a quella porta stretta dei piccoli che da tempo tanti cercano insieme di tenere aperta, a volte forse soltanto socchiusa ma tentando, sempre e comunque, di vigilare sulle soglie della povertà, della fragilità, della debolezza e della nudità, nella consapevolezza che ogni soglia aperta sul vivere umano è un punto di accesso al mistero dell’Altro.

Le proposte di riflessione, i momenti di condivisione e di gruppo, i laboratori, lo spettacolo ma anche e soprattutto gli scambi spontanei e fraterni, sono stati vissuti con grande affetto e il sorriso colorava le riflessioni anche più profonde, un sorriso che ha creato un clima di amicizia e comunione. Il volto di una Chiesa matura e determinata, di una Chiesa-popolo-di-Dio che non ha timore di cambiare, di servire, di morire, che non ha paura neppure di scomparire per far emergere il Volto del Suo Amore Universale.

Anche se il cammino delle Comunità di base, spesso viene percepito dalla parte ecclesiale più istituzionale solo come un cammino orientato in direzione ostinata e contraria, dal Convegno sembra essere emersa una direzione comune da intraprendere tutti insieme nel grande cambiamento epocale che il mondo, la società e quindi anche la Chiesa stanno vivendo in questa nuova era.

Ci sono linee comuni prioritarie, evidenziate oggi con toni sempre più forti anche dal Vescovo di Roma, che vengono percepite nella loro importanza vitale in modo trasversale ai vari contesti ecclesiali e che ci spingono, insieme, a cercare e trovare nuovi linguaggi di comprensione, di accoglienza reciproca nell’impegno comune della promozione dell’altro: la conversione ecologica integrale e la cura della Madre Terra, l’opzione per i poveri come punto focale di ri-orientamento dell’azione ecclesiale e di ri-centramento delle priorità pastorali, l’accoglienza con gioia e determinazione di un tempo propizio per una reale profezia laica del Vangelo, il pensare seriamente, concretamente e radicalmente ad una gerarchia di servizio, il ruolo determinante della donna nel vivere ecclesiale come segno di un vero ripensamento globale di tutta la Chiesa e della stessa vita sociale.

Insomma, forse la direzione ostinata e contraria è semplicemente quella del Vangelo vissuto sine glossa che nella nuova era diventa l’unica direzione possibile e percorribile per mantenere una coerente credibilità come comunità cristiane che dalla base si lasciano squarciare, permettendo al vino del nuovo tempo di fare davvero nuove le cose di sempre.

Marcellise, martedì 17 maggio 2016

Paolo, le sorelle e i fratelli della Comunità Opera Semplice e Comunità cristiana di Marcellise

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Convegno nazionale delle comunità di base/Verona 23-25 aprile 2016

Sintesi degli interventi nel gruppo di lavoro 2:

“Piccole comunità cristiane; modalità diverse di essere Chiesa nella società di oggi”

(presenti circa 40 persone, in rappresentanza di quasi tutte le comunità “storiche”, di provenienza parrocchiale o di altri gruppi o a livello personale).

Dai numerosi interventi si conferma la realtà che già conosciamo delle Cdb. Queste realtà di piccoli gruppi radicati spesso in un territorio e fortemente impegnati su vari fronti politico-sociali-caritativi, non  hanno la pretesa di prefigurare un modello alternativo di Chiesa né tantomeno vogliono rappresentare una modalità generalizzata di vivere l’esperienza cristiana. Sono emersi invece tanti modi differenti anche tra loro di articolare la ricerca di fede, la vita comunitaria, i momenti di preghiera comune, i modi di presenza nella società.

I piccoli gruppi presentano il vantaggio di consentire un incontro vero tra le persone e di rendere possibili quindi momenti di vita comunitaria. Da questo punto di vista le realtà più strutturate (per esempio, parrocchie e movimenti) possono essere certo più rassicuranti ma anche più soffocanti. Le piccole comunità possono avere un futuro, possono rappresentare una ricchezza per la Chiesa. A questo proposito, ci è piaciuta l’immagine di Gesù che, nel contesto della moltiplicazione dei pani, divide la folla in gruppi di 100 e 50 persone, forse proprio per sottolineare  che la pratica della condivisione difficilmente si può realizzare con i grandi numeri. In Africa e in America Latina (non sempre, però!) si punta sulle piccole comunità, si pone al centro la ricerca/invocazione/costruzione del Regno piuttosto che la Chiesa, si avverte l’esigenza di conoscere di più il Gesù storico. Generalmente il senso di appartenenza alla chiesa non è messo in discussione, le comunità di base si definiscono ecclesiali e proprio per amore della chiesa sono molto critiche e radicali.

Si è notato anche come il papa attuale stia “sparigliando le carte”, spostando il centro dell’attenzione e della prassi pastorale sulla sequela di Gesù e del vangelo, mettendo in secondo piano dogmi e precetti. Occorre seguire queste novità con grande attenzione, senza tuttavia lasciarci abbagliare troppo, e sostenerle con forza. Per fare un esempio, nella sua recente Amoris laetitia, il Papa ammette una certa carenza di carismi e ministeri e sembra auspicare l’apporto di esperienza dei preti sposati.

Sono stati molto  ben accolti gli interventi di alcuni che, riportando esperienze maturate al di fuori degli ambienti delle comunità di base, hanno mostrato interesse, apprezzamento e vicinanza alla nostra storia e alle tematiche che più ci caratterizzano.  Occorre registrare con soddisfazione ma anche con grande responsabilità queste aperture. Soprattutto i giovani, quelli che si trovano un po’ stretti e magari anche emarginati nelle strutture ecclesiali, faticano a trovare punti di riferimento. L’esperienza delle comunità di base, per il loro forte tratto di autenticità e per la loro capacità di andare al cuore dei problemi e per il loro tentativo di vivere in profondità il cammino di fede, può essere attraente. Forse ora i tempi sono maturi per allargare i nostri confini e per far conoscere di più e meglio il cammino e l’esperienza attuale delle comunità. In ogni caso non ci si deve preoccupare troppo dei giovani, compresi i nostri figli: i semi da noi gettati e le testimonianze che saremo riusciti a rendere significative matureranno secondo modalità nuove, diverse dalle nostre.

Continua però a pesare il problema strutturale: la figura del prete è ancora centrale e può determinare aperture ma anche chiusure, quindi tanto bene o tanto male, a seconda del prete del momento. Forse la nostra esperienza può mostrare che è la comunità che deve diventare adulta, acquistare consapevolezza di sé e farsi soggetto portante. Il prete fa parte della comunità, diventa un compagno di viaggio, con i carismi e le competenze che gli vengono riconosciuti. L’immagine del vino nuovo negli otri vecchi è quanto mai appropriata per far capire queste contraddizioni: desiderio di una vita cristiana più aperta, più libera e liberante e rigidità delle strutture. Questo non significa che la comunità non possa e non debba dotarsi di un minimo di struttura organizzativa, leggera e di servizio, meglio se i ruoli riconosciuti sono non di singoli ma di un piccolo gruppo. L’importante è crescere insieme, sentirsi responsabili, andare avanti ma guardare anche a quelli che fanno fatica, che sono più lenti e possono restare indietro. Una struttura leggera serve anche alla comunità per comunicare ad altri i propri valori, le riflessioni e gli impegni che si portano avanti. Non è certo proselitismo, ma uno strumento per proporre iniziative pubbliche al quartiere o alla parrocchia sui temi che ci stanno a cuore.

L’eucarestia è vissuta come momento centrale della vita della comunità: il segno del pane e del vino è segno di memoria e di condivisione. E’ tutta la comunità che celebra l’eucarestia, è la comunità dei credenti che si appropriano della loro dimensione sacerdotale ed è sempre la comunità che esprime una pluralità di ministeri, riconosciuti e valorizzati. Occorre comunque comprendere sempre meglio e di più che, caduto il valore sacrale del gesto dello spezzare il pane, è necessario viverlo, tradurlo concretamente nella vita di tutti i giorni, a livello comunitario e personale. Il costante riferimento e la riscoperta continua della figura di Gesù e la frequentazione assidua della Scrittura sono dati fermi e consolidati nell’esperienza delle comunità di base. Le parole e la prassi di Gesù sono stimolo continuo per l’azione a livello sociale.

E’ stato sottolineato più volte il ruolo positivo e propositivo delle donne, delle loro riflessioni e del loro peculiare cammino di conversione/liberazione. Particolarmente interessante l’esperienza di piccoli gruppi di donne, animate da suore che hanno deciso di spendere la propria vocazione fuori dai conventi, nelle periferie, al servizio degli ultimi.

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Ettore Fasciano

Troppo facile, adesso che Papa Bergoglio sta ventilando una ulteriore apertura ai laici e addirittura al mondo femminile, pensare a quanto giusto ed opportuno fosse quello che già dal loro sorgere le C.d.B. manifestavano come indirizzo verso il quale la Chiesa doveva incamminarsi.

Ero tra i molti partecipanti al 36° Convegno Nazionale delle C.d.B. a fine di aprile a Verona; posso dire che quanto emerso nelle relazioni, nei dibattiti e nei gruppi di studio ha dimostrato che, quando ci si pone in ascolto dello Spirito, che si esprime in tutti e tutte, con vero atteggiamento di condivisione, allora da parte di tutte le persone di buona volontà e di coloro che si vogliono seguaci di Gesù Cristo emerge una visione positiva e costruttiva per il futuro.

Certo, le diverse posizioni si sono mostrate anche molto differenziate e critiche; ma questo è il sale che rende viva la partecipazione al cammino di fede che tutti dovrebbero perseguire con tenacia e sincera onestà. Anzi, semmai, ci si dovrebbe lamentare e rammaricare quando, nei gruppi o nelle Comunità, troppo spesso si cerchi di concordare posizioni di allineamento a scelte o atteggiamenti, ora del presbitero, ora del leader, ora della maggioranza… Troppo spesso abbiamo sentito concordare con il pensiero dominante, persone che in verità si pensavano in posizioni critiche.

In sintesi, possiamo dire che si deve, come Gesù ci insegna, usare la critica coniugata con l’amore.

Nel convegno ho trovato confronto su molti  aspetti della vita ecclesiale, con soluzioni e cammini da intraprendere; molti stimoli a tradurre l’impegno nell’inventare nuovi e più efficaci presenze e positive provocazioni da parte di singoli o gruppi di partecipanti alle CdB anche nei confronti delle strutture ecclesiali, in particolare delle parrocchie.

Credo che un segno dei tempi di questa epoca sia quella della “crisi” della Istituzione Chiesa; in particolare la formazione di bambini e giovani, che ora sono lasciati allo sbando o, al massimo, seguiti in forme del tutto insignificanti e inadeguate.

Questa crisi deve essere vista, non già come negatività, bensì come momento di creatività e di bisogno di profonda spiritualità. Ci vogliono persone preparate e volonterose perché è il momento di portare ventate di nuova aria nelle stanze chiuse e buie dei vecchi arroccamenti. È bene avvicinare le stanche persone che hanno retto le Comunità Parrocchiali con un atteggiamento di sincera volontà di aiutare a risollevare la Chiesa dall’annichilimento, con iniezioni di vitalità, motivazioni e spirito profetico.

ettorefasciano44@hotmail.com

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Conferenza Regionale Volontariato Giustizia F.V.G.

Gorizia

Contributo per l’ incontro nazionale delle Comunità cristiane di base “vino nuovo in otri vecchi ” (lc. 5,37) novità e contraddizioni nella comunita’ e nella societa’ al tempo di francesco

“Ciò che abbiamo udito, ciò che abbiamo visto con i nostri occhi, ciò che abbiamo contemplato, ciò che le nostre mani hanno toccato”: (1Gv. 1,1-3)

Così Bartolomeo 1°, patriarca di Costantinopoli  a Lesbo assieme a papa Francesco e al patriarca di Atene sabato 16 Aprile u.s.: “…abbiamo viaggiato fin qui per guardare nei vostri occhi, sentire le vostre voci e tenere le vostre mani nelle nostre ” . E quei tre rappresentanti di comunità cristiane si son sentiti obbligati ad uscire da uno schema preordinato di dottrine e di sistemi culturali, e si son messi in sintonia con il grido dei protagonisti del drammatico momento storico : il grido dei rifugiati.

E’ il cammino di fede: un cammino che ci fa lasciare le sicurezze delle città-difesa dalle rassicuranti mura del quotidiano e ci fa intraprendere la strada di un’avventura incerta. E’ il cammino delle Comunità Cristiane di Base.

E ogni viaggio presuppone un ritorno alla quotidianità con rinnovata forza ed energia, e uno degli elementi che si ricorda maggiormente è senz’altro il volto di alcune persone. “Cerco il tuo volto Signore… ciò che abbiamo visto con i nostri occhi” scrive l’evangelista Giovanni. E papa Francesco a Lesbo dice :  “che cosa hanno visto i miei occhi? “ Hanno visto tanta sofferenza, tanto dolore. E voglio dirvi che non siete soli ” .

Da qui comincia la “riappropriazione della parola di Dio per incarnarla,” perché ci sono coloro che fanno teologia ufficialmente e coloro che semplicemente vivono questa Parola non solo con il gusto di “servire”, ma anche di toccare, di condividere.

Tutti noi sogniamo un altro mondo possibile e percepiamo i cambiamenti storici notando i ritardi, le presenze e le assenze. Perché la teologia è una scelta, una fedeltà, una passione;  mentre le discussioni teologiche sono un’eredità di certe visioni del mondo maturate nella disciplina. Ma i gesti e i sapori della vita cambiano da luogo a luogo, da tempo a tempo.

È il cammino di fede con l’unico vero bagaglio della propria debolezza, dei propri limiti. “Le mie pecore ascoltano la mia voce“.

Voce è un termine che dice relazione, intimità, prima ancora che le cose dette. La voce, la seduzione di una voce. Da qui nascono le Comunità Cristiane di Base: un popolo dell’ascolto non delle visioni, perché qualcuno continua a gridare “…Avevo fame..  ero in carcere..  ero ammalato..” Ecco la voce del Signore, “…parla, Signore che il tuo servo ti ascolta”. C’è il rischio che la voce del Signore sia coperta da troppe voci; che la parola di Dio venga soffocata da un diluvio di parole di uomini: “ uno solo è il vostro Maestro, il Cristo” (Mt.23,11).

E si è alzato dalla cena, ha deposto la veste, ha preso un asciugatoio, se l’è cinto ai fianchi. E poi, gettata dell’acqua nella catinella, cominciò a lavare i piedi dei discepoli, ad asciugarli con l’asciugatoio con cui si era cinto, e alla fine ha detto : “ vi ho dato un esempio, perché come ho fatto io facciate anche voi”. E poi ha dato il pane anche al traditore, Giuda, e lui sapeva che lo avrebbe tradito.

“.Ora il figlio dell’uomo è stato glorificato” (Gv. 31,33)

La teologia è l’avvicinamento all’invisibile attraverso il visibile. L’invisibile è il mistero, è l’opportunità di inventare nuove e più giuste strutture sociali e religiose che garantiscano la vita ai figli, che consentano di trovare un lavoro duraturo, di avere i mezzi per curare una malattia e di vivere in armonia con la natura (la Coop, la Comunità, la Tempesta, l’Oasi del Preval, Farra Casa Ioana…).

Teologia non sempre è una “parola” o un discorso su Dio, ma è anche silenzio, soprattutto quando entriamo nella vita, nella storia di certe persone (il silenzio nella CdB di Gorizia con il digiuno quaresimale per immergermi nella storia delle celle del carcere).

Nel racconto della storia dei detenuti la teologia c’è già: “ero in carcere e tu…” (le Via Crucis). Più che parole sono coraggiosi avvicinamenti, volti, gesti, sensazioni, dolori, assenze, presenze, gesti individuali e comunitari, gesti che sono esclusivamente di chi li fa e li disegna nell’aria della quotidianità più intensa.

Nel cammino di fede in gruppo certamente la fatica è minore se c’è un continuo sostegno reciproco e se si crea nel gruppo una sorta di benefica competizione che incentiva il debole e frena colui che è più forte.

Spesso questa possibilità di interpretare si realizza senza sapere se le nostre interpretazioni saranno accettate perché si intrecciano sempre con quelle di altri. Si tratta di capire il loro senso, il loro modo di intendere o di dire le cose in altro modo.  Si tratta quindi di un avvicinamento tra differenti scelte, fedeltà e passioni. E’ l’esperienza che vive in intima relazione con la lentezza del tempo.  Ci sono gesti che non rivelano risposte e ci obbligano ad uscire da schemi preordinati da dottrine e da sistemi culturali. E la mia teologia cerca e si mette in sintonia con la ricerca dei protagonisti  (Salvatore, Dorian) diventando così solidale e addirittura complice perché i soggetti della teologia devono seguire la vita con i suoi delicati movimenti, e stare dentro essa.  Chi non ha vissuto la preoccupazione del vitto, dell’alloggio, degli affetti, la notte della vita impregnata di sentimenti e di emozioni con la percezione dell’abbandono e dell’ incertezza per il proprio sostenibile futuro?

Sono momenti difficili è vero, l’insicurezza impedisce di gustare l’originalità dell’istante: è necessario toccare.

Ed è in questo contesto che si fanno strada le mie inquietudini: la dignità e la giustizia sono possibilità reali che ho per toccare o sfiorare il mistero. Dignità e giustizia evocano un altro modo di stare nella vita e di incontrarla e, al tempo stesso, un altro modo di essere: sono gesti esistenziali.

Se la vita in quanto tale è davvero l’unico bene posseduto, come non mettercela tutta affinché essa possa essere dignitosa e confortevole per tutti?

Oggi nella comunità di base non solo riconosciamo, nonostante i gesti di papa Francesco, l’insufficienza del linguaggio, ma anche l’insufficienza dei gesti. C’è la necessità di tornare a leggere la storia della nostra comunità a partire dall’insufficienza e di cominciare un cammino per cercare umilmente i contesti della vita delle persone perché la teologia sostenga veramente la vita. Essa deve seguire i passi delle nostre migrazioni interiori ed esteriori, e anche quelle dei nostri sogni, e dei sogni di tante persone. Si tratta di una sensibilità profonda nell’interpretare ciò che i sogni insegnano nelle notti piene di solitudine e di dubbi per tutto ciò che la vita custodisce segretamente e che solo l’amore scopre “…voglio che abbiate la vita e che l’abbiate in abbondanza”.

La nostra memoria è troppo corta per mantenere in noi questi 40 anni di storia per poterci impegnare e non voler dimenticare. Tuttavia a volte questi ricordi ritornano, come se volessero tornare a vivere in noi, a ispirare un’altra storia, un’altra politica, un’altra chiesa, un’altra religione, un’altra pace.

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Gianni Feltrini

Sicuramente ci ha aiutato ritrovarci assieme dopo trentasei anni dal Convegno delle CDB clebrato a Verona nel 1980 e sapere che ancora molti di noi, in questo essere comunità, si sentono rassicurati e  trovano stimoli (vino nuovo) per vivere e lottare per una “chiesa” più fedele al messaggio di Gesù.

Per me, già da diverso tempo, a livello intellettivo e viscerale è buio pesto di fronte a incomprensibili situazioni, private e collettive, che la vita ci mette davanti; diciamo che la mia “poca fede” mi spinge a fare riferimento in Gv prima lettera 4,12 : “Dio nessuno l’ha mai visto.Se ci amiamo gli uni gli altri, egli dimora in noi e il suo amore in noi è perfetto”.

Quindi, per me, oggi può dirsi credente chi incontrando l’altro sa mettersi in ascolto per comprendere la sua situazione, condividendo con lui le difficoltà,le angosce,le paure, ma anche le cose belle, e insieme a lui tentare di costruire percorsi per far emergere sempre la dignità della persona.

Nel 36° Convegno abbiamo riconfermato la necessità di essere sale che da sapore al nostro vivere quotidiano e lievito per far emergere nelle persone, nelle società e nelle nazioni di oggi la compassione, che è un’energia che abbiamo tutti, come segno di una “spiritualità adulta” che dobbiamo coltivare e sviluppare con cuore grande in quanto “conoscere Dio” equivale a operare per la giustizia, è sapersi indignare difronte alla violenza con la quale oggi trattiamo i più deboli, i diversi, gli oppressi, è lasciarsi stupire e meravigliare di tutte le cose belle che assieme facciamo e possiamo ancora fare.

Giovanni lentofelice@live.it

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BENVENUTE, BENVENUTI,

BENTORNATE, BENTORNATI.

1980  – 2016 : 36 anni …di presenze, di CAMMINI…di INTRECCI …di CONDIVISIONI nelle e con le DIFFERENZE… 36 anni di RELAZIONI PERICOLOSE …quelle che TI CAMBIANO LA VITA.

Per ognuna e ognuno di noi è stata la SUA STRADA …ognuno con le proprie RELAZIONI …le proprie SCELTE … le proprie SCOPERTE …i propri ERRORI …sempre con la FIDUCIA DI NON ESSERE SOLE, SOLI,

Qualche volta sommersi nelle DELUSIONI …RISOLLEVATE, RISOLLEVATI poi da mani spesso sconosciute …avvolte, avvolti dal conforto della MISERICORDIA.

Anche a Verona non sono stati anni facili e tutti sapete dalla cronaca con quale tipo di “cultura” e “aministrazione” facciamo quotidianamente i conti… eppure  questa è la città delle ARENE DI PACE … dei NUOVI STILI DI VITA…  di “NELLA MIA CITTA’ NESSUNO E’ STRANIERO”… di ECUMENISMO E DIALOGO tra fedi e culture differenti … delle FESTE DEI POPOLI … del MOVIMENTO NONVIOLENTO … dell’inizio del cammino in Italia della LETTURA POPOLARE DELLA BIBBIA … DELL’UNIVERSITA’ DEL BENE COMUNE … del MONASTERO DEL BENECOMUNE …di MAG Casacomune … di NIGRIZIA e COMBONIFEM … del MOVIMENTO LAICI AMERICA LATINA (Mlal) … di questo CENTRO UNITARIO MISSIONARIO che ci ospita …

e’ la città dei tantissimi gruppi che sostengono gli impoveriti della terra coinvolgendosi con la loro vita … qui a verona e in tutto il mondo.

E’ la città di una Chiesa Locale che ha saputo partorire un SINODO DIOCESANO (2002-2005) talmente ricco di stimoli e “VINO NUOVO” …che ancora stenta a trovare gli OTRI adatti a conservarlo e e offrirlo a tutte e tutti per il cambiamento della città e della sua stessa vita.

Siamo qui anche per questo, radicate e radicati nell’ispirazione profetica del Concilio Vaticano 2°, per alimentarci, avidamente, dei frutti che lo Spirito (la santa RUAH) ha fatto crescere in tante piccole Comunità di resistenza, per dare il nostro piccolo contributo alla LIBERAZIONE da ogni APPARTENENZA che soffoca il VANGELO.

Lo facciamo portando nel cuore e nel pensiero alcuni TESTIMONI veronesi, fondamenti del nostro cammino fin dal suo nascere:

Renzo BRUNELLI, Giulio BATTISTELLA, Giulio GIRARDELLO, Natale SCOLARO, Loretta FIORINI ….

che ci aiutino ad essere sempre più fedeli alla Buona Notizia nell’indossare il GREMBIULE DEL SERVIZIO.

Quindi BUONA CONDIVISIONE a tutte e tutti.

I gruppi e le Comunità Cristiane di Base di Verona

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