Il Mein Kampf regalato dal Giornale: un’operazione commerciale, non culturale - Confronti
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Il Mein Kampf regalato dal Giornale: un’operazione commerciale, non culturale

by Michele Lipori

di Michele Lipori

Negli ultimi giorni si è molto parlato, a ragione, del senso di far uscire il Mein Kampf di Adolf Hitler in edicola. Il dibattito scaturito ha visto fronteggiarsi chi era contrario all’operazione, giudicando la pubblicazione del libro «pericolosa di per sé» e chi era favorevole «in nome della libertà di opinione» e della diffusione del volume al pari di una qualsiasi altra produzione culturale. Proprio qui sta – a nostro avviso – il nodo della questione, ma analizziamo prima il contenuto dell’inserto.

Allegato al quotidiano c’era infatti una ristampa anastatica della terza edizione italiana del libro, uscita nel 1937 (quindi in piena epoca fascista) in un’edizione volutamente ridotta, poiché, si affermava nell’introduzione del tempo: «Un volume di tanta mole non è idoneo a quella vasta diffusione che merita (corsivo nostro) un’opera esponente il pensiero e lo spirito che informano la Germania moderna». Inoltre, sebbene il Giornale, per avvalorare la sua operazione, parlasse della propria come di un’edizione critica, a onor del vero l’apparato si limita ad un’introduzione di  quindici pagine, in cui lo storico Francesco Perfetti (collaboratore abituale del quotidiano) contestualizza brevemente il momento storico in cui è stato scritto e pubblicato per la prima volta il libro, senza poter aggiungere molto altro nell’esiguo spazio riservato al commento dell’opera. Non una nota a commentare il testo.

Come ribadito più volte da il Giornale, è anche vero che chi avesse acquistato il Mein Kampf avrebbe trovato in allegato anche il primo dei due volumi della Storia del Terzo Reich di William Shirer. A sottolineare che in questo modo sono stati forniti gli elementi per poter interpretare il libro di Hitler e compiere, così, un’operazione di trasparenza nei confronti dei fatti storici. Ma la strategia de il Giornale non pare sufficiente per avallare questo tipo di interpretazione. Sappiamo bene, infatti, quali fossero i contenuti del volume: razzismo e più precipuamente antisemitismo, giustificato su basi (pseudo)scientifiche e su un odio secolare ben sedimentato nella società tedesca ed europea. E sappiamo anche molto bene che questo odio razziale portò allo sterminio di milioni di persone, fra ebrei, oppositori politici e “diversi” rispetto allo stereotipo umano imposto dal nazionalsocialismo.

Per il lettore sarà utile paragonare l’operazione de il Giornale a ciò che è stato fatto in Germania lo scorso gennaio. Infatti, proprio allo scadere dei vincoli dei diritti d’autore del volume la nazione si è trovata ad un bivio: imboccare la strada dell’oblio, ovvero di una sorta di damnatio memoriae dell’autore o della sua opera, oppure scegliere di affrontare un passato i cui effetti sono ben presenti ancora oggi. Coraggiosamente, anche perché neanche questa operazione è stata scevra di critiche anche aspre, si è optato per la seconda ipotesi e così l’Institut für Zeitgeschichte (Istituto di storia contemporanea) di Monaco ha pubblicato l’edizione completa del Mein Kampf in due volumi, per un totale di oltre duemila pagine, inclusive di 3500 note che sono costate tre anni di lavoro ai curatori dell’opera. Un’opera, quest’ultima, che può essere utile a chi voglia avvicinarsi al testo, con la possibilità di contestualizzare immediatamente il contenuto.

Per questo, ci sembra che quella de il Giornale sia una riuscita operazione commerciale che gioca con il fuoco, con il morboso, non affiancando ad essa un intento che possa definirsi realmente “culturale”, non tenendo conto – di fatto – delle conseguenze che tale operazione può avere. Sui social, infatti, si è visto più di un commento di chi non comprendeva quale male potesse esserci nel ripubblicare quello che «è solo un libro». Il rischio più grande? Quello più scontato: far passare il Mein Kampf come un libro che deve essere liberato dalla “censura” in nome della “conoscenza”. Un’esagerazione? Forse. Ma in una società in cui vengono sviluppate (e conseguentemente utilizzate) applicazioni che si innestano nel proprio browser affinché “rilevino” l’appartenenza ad una certa religione (nel caso specifico: l’ebraismo) o l’affiliazione ad un certo gruppo politico, in una società in cui il complottismo è un male a cui difficilmente si riesce a trovare una medicina efficace, quando tale complottismo troppo spesso usa ancora le argomentazioni contenute nei “Protocolli dei savi di Sion” sarebbe senz’altro una buona idea quella di puntare sull’approfondimento. Proprio perché le conseguenze dell’odio razziale e dell’antisemitismo nazista sono parte della nostra storia recente, il Mein Kampf non è un libro come tutti gli altri. Per questo, a nostro avviso, sarebbe bene ricordarlo con strumenti adeguati, e non solo per allenare la “memoria” ma per salvaguardare il futuro della nostra società.

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