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A chi fa comodo la crisi libanese?

by redazione

intervista di Mostafa El Ayoubi ad Ibrahm Farhat (direttore generale della televisione libanese Al Manar)

Le complesse vicende politiche del Libano, un paese da sempre oggetto di ingerenze esterne. Il caso di un canale televisivo “scomodo”: la libanese Al Manar, come spiega il suo direttore in questa intervista, ha subito tentativi di oscuramento da parte di vari paesi.

Il Libano vive da diversi anni una crisi politica e sociale preoccupante. Ad oggi le varie fazioni politiche non riescono a mettersi d’accordo per l’elezione del presidente della Repubblica, il parlamento è paralizzato, l’economia è al tracollo e il terrorismo comincia a prendere piede anche in questo paese. In un’intervista esclusiva a noi di Confronti, il direttore generale della tv libanese “Al Manar”, Ibrahm Farhat, delinea le principali cause di questa impasse. «Periodicamente – ci dice – il Libano è attraversato da crisi costituzionali che generano l’assenza o il mal funzionamento dei vari poteri politici istituzionali. A volte i governi hanno vita breve. Altre volte viene prolungata la durata del parlamento oltre quella prevista dalla Carta costituzionale, come nel caso di quello attuale (nel 2013 il mandato è stato prolungato fino al 2017, ndr). Vi è un vuoto riguardo al presidente della Repubblica, ancora non nominato. Il Paese ha bisogno di orientarsi verso un regime politico fondato sulla giustizia sociale e la pari opportunità politica».

Questa crisi riguarda anche il sistema elettorale?

Sì. Il Paese ha bisogno di una legge elettorale di tipo proporzionale, diversa da quella attuale, che garantisca rappresentanza a tutte le comunità etniche e confessionali.

Vi sono tuttavia partiti che rifiutano il sistema proporzionale…

All’interno della Coalizione del “14 Marzo” è soprattutto il partito al-Mustaqbal (“il Futuro”) che non vuole il una riforma della legge elettorale, per vari motivi. Teme di perdere i seggi destinati ad alcuni gruppi cristiani e di vedere ridimensionato il proprio peso politico in seno alla sua coalizione.

Quali sono invece i fattori esterni che contribuiscono alla permanenza di questa crisi, visto che il Libano occupa una posizione geopolitica di estrema importanza nel Medio Oriente?

Vi è un accordo di fondo tra i due principali partiti politici antagonisti: al-Mustaqbal e Hezbollah. L’obiettivo è quello di tenere fuori il Libano dalla situazione drammatica che sta attraversando la regione. E ad oggi questo accordo sta funzionando.

Ma nella regione ci sono Paesi che cercano di ingerirsi negli affari interni del Libano, come l’Arabia Saudita.

Il Libano è da sempre oggetto di ingerenze esterne di diversi Paesi del mondo. L’Arabia Saudita è uno di questi. E ha un ruolo importante nella crisi del Paese.

 

Interviene anche nelle questioni che riguardano l’esercito libanese cercando di impedire il suo rimodernamento. Perché secondo lei?

L’Arabia Saudita considera che le forze armate libanesi coordinano e collaborano con la Resistenza (al Muqawama) contro l’occupazione e perciò cerca di impedire il suo rafforzamento. Lo fa per conto degli Usa e di Israele.

La Resistenza comprende i palestinesi, la Siria, Hezbollah e l’Iran. C’è chi accusa anche l’Iran di intervenire nelle questioni interne del Libano con il sostegno di Hezbollah. Lei cosa ne pensa?

Tutti i Paesi hanno relazioni con delle fazioni sociali e politiche all’interno del Libano. Ed è possibile che ci sia un sostegno di una o un’altra di queste fazioni. Nella crisi politica del Paese, l’Iran non ha avuto nessun ruolo, poiché nel Libano esiste un personaggio leader con il suo carisma che è Hassan Nasrallah (segretario generale di Hezbollah), che dispone di tutte le prerogative per valutare e agire sulla scena politica e sociale del Paese.

Quando di recente la Francia ha chiesto all’Iran di intervenire per risolvere la questione delle elezioni del capo dello Stato, gli iraniani hanno risposto: «Parlate con i libanesi, parlate con il generale Michel Aoun, con Hassan Nasrallah». Non si può negare che l’Iran abbia i suoi interessi nel Libano; Teheran, però, non interviene nella vita politica del Libano in modo da imporre un orientamento politico o un altro, diversamente da quanto fanno Paesi come gli Usa e l’Arabia Saudita.

 

I sauditi hanno inserito il movimento di Hezbollah nella lista dei gruppi terroristici. Ciò complica la situazione politica interna, visto che questo movimento gode di un gran consenso presso la popolazione libanese e non solo. Lei che ne pensa?

La decisione dell’Arabia Saudita ha diverse motivazioni. Essa può aver “disturbato” in qualche modo il movimento, ma non condizionerà le sue azioni perché ha un sua strategia politica ben precisa. Questa mossa è una reazione di rabbia, visto il fallimento della sua strategia nello Yemen e il suo insuccesso nel far cadere Bashar al-Assad, nonostante i miliardi di dollari spesi per sostenere le milizie jihadiste che hanno devastato la Siria.

Come giudica la situazione in Siria oggi?

Ora la situazione è molto migliore rispetto a qualche anno fa. Allora il governo di al-Assad rischiava di cadere. Damasco era minacciata. Questo era un obiettivo centrale turco, saudita. Sono stati spesi miliardi di dollari per raggiungere tale obiettivo. Furono arruolati terroristi da tutte le parti del mondo. Ma, nonostante tutto ciò, il progetto non è riuscito. E ciò è di per sé una riuscita per lo Stato siriano. L’intervento militare russo è stato di grande aiuto all’esercito regolare siriano, che oggi ha preso l’iniziativa avanzando in diverse parti del Paese. Ha liberato Palmira e sta riducendo gli spazi attorno ai terroristi.

Hezbollah ha avuto un ruolo importante nel sostenere militarmente Damasco. Perché?

Per due motivi. Perché lo stato siriano è un alleato della Resistenza. E, secondo, per impedire all’Isis (Daesh) di invadere il Libano. Uno degli obiettivi dei terroristi era quello di partire da Homs in Siria per arrivare nel nord del Libano e raggiungere infine il Mar Mediterraneo. Hezbollah lo ha impedito.

Lei da giornalista come valuta il ruolo dei media nella crisi del Medio Oriente?

L’informazione è uno dei problemi e degli scontri tra Occidente e Oriente. Vi sono interessi importanti delle grandi potenze nella regione e i media in generale sono uno strumento, un mezzo per preservare questi interessi. L’Arabia e i suoi alleati stanno distruggendo lo Yemen. Perché i media tacciono su ciò che accade in questo Paese? Perché la censura rientra nella logica degli interessi geostrategici.

Vi sono mezzi di comunicazione che non obbediscono a questa logica e sono oggetto di attacchi mirati a delegittimarli o a impedire loro di raggiungere l’opinione pubblica. Al Manar è stata oscurata da ArabSat (di proprietà saudita) e NileSat (egiziana). Perché proprio Al Manar?

Sin dalla sua creazione, Al Manar ha sostenuto la Resistenza contro l’occupazione israeliana dei territori libanesi. È un canale che è sempre stato vicino al popolo palestinese e alle sue intifada. Il governo israeliano ha tutto l’interesse a oscurare questa tv. Nel 2004 Silvan Shalom (che è stato ministro degli Esteri israeliano dal 2003 al 2006, ndr) andava in giro in Europa con il dossier Al Manar in borsa per convincere i governi europei a prendere provvedimenti contro questo canale satellitare. La Francia fu la prima nel 2004 a censurare Al Manar, impedendo la sua trasmissione attraverso Autelsat. Oggi il piano ha funzionato. Ciò dimostra che le grandi potenze non rispettano la libertà d’informazione quando non è compatibile con i loro interessi.

(pubblicato su Confronti di luglio/agosto 2016)

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1 comment

A chi fa comodo la crisi libanese? 11 Luglio 2016 - 14:51

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