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“La rana e la pioggia”, è dall’inatteso che si impara davvero

by redazione

Antonello Sacchetti, “La rana e la Pioggia. L’Iran e le sfide del presente e del futuro”, Infinito edizioni, 2016, 112 pagine, 13 euro

verticaledi Sara Hejazi (giornalista e antropologa)

In Non sparate sul turista – ormai un classico dell’antropologia del turismo – Duccio Canestrini ricorda che viaggiare è sempre stato ed è tuttora il modo più comune per conoscere e interessarsi ad altre culture.

Ma, precisa, oggi chi viaggia diventa sempre più spesso «viaggiatore immacolato»: cioè un nuovo tipo umano che finisce per barricarsi dentro un «viaggio senza macchia». Si tratta di un genere di esperienza che deve, fin da subito e il più possibile, corrispondere sia all’idea che uno già ha del luogo in cui deve recarsi, sia a quello che c’è scritto sulla guida Lonely Planet. Un’idea nitida e pulita, senza macchie.

Come se l’altro, l’esotico, dovesse attenersi ad un copione già scritto su di lui, ma non per lui.

E più il viaggiatore si barrica nel suo libricino e nella sua lista di cose che si aspetta di vedere e di fare, più si sente minacciato. Da possibili attentati, da disastri aerei, certo, ma anche dalla diversità tout court, quella cioè inaspettata, non descritta in precedenza, non trovata su internet.

Ecco: il punto di partenza del libro La rana e la Pioggia. L’Iran e le sfide del presente e del futuro (Infinito edizioni, 2016, euro 13) di Antonello Sacchetti, ha come filo conduttore il viaggio nella sua complessità: da un lato il viaggio come strumento di conoscenza di una cultura altra, quella iraniana, che l’autore – giornalista italiano – narra incrociando temi e piani differenti, che passano dalla storia antica della Persia a quella moderna e contemporanea, dal cinema al teatro, dalla letteratura alla politica e all’economia, facendo sempre riferimento alla vita di tutti i giorni.

Lui stesso, racconta, è passato da essere un turista in Iran, circa un decennio fa, a essere oggi anche una guida turistica, avendo così il privilegio di guardare sia da dentro, sia da fuori i meccanismi che scaturiscono dall’incontro di un italiano con questo Paese.

Dall’altro, il tentativo del testo è quello di smontare con il piccone il “viaggiatore immacolato”, non tanto inteso come individuo, ma come un sistema di pensiero, un atteggiamento che il turista occidentale rischia sempre di assumere quando varca la soglia dei propri confini culturali. La pacifica, rassicurante attesa di cose già note, viene così ribaltata. Scrive l’autore: «Ma l’Iran, come è noto, è la terra in cui è nato il concetto stesso di serendipità: stai inseguendo qualcosa e all’improvviso ti rendi conto di essere attratto da qualcosa di diverso, forse più importante e comunque più affascinante».

È proprio questa serendipità – l’inatteso – ciò che più spaventa i viaggiatori immacolati. E di questo spavento, in fondo, si parla nel libro quando una turista italiana dichiara che l’Iran la mette a disagio perché non aveva «mai visto un paese con così tanta storia».

Ma chi costruisce la realtà attraverso la quale guardiamo l’altro, e l’Iran in particolare? La storia, gli eventi, ma soprattutto i mezzi di comunicazione. Né l’Afghanistan né l’Iraq furono, nonostante le guerre recenti, considerate nazioni nemiche dell’Occidente quanto lo è stato l’Iran.

Quindi, se il viaggiatore immacolato lo è virtualmente in qualsiasi luogo del mondo, è forse soprattutto nei confronti della Repubblica islamica che il conflitto tra inaspettato e certezze emerge con più veemenza. E infatti, uno ad uno, gli elementi chiave della cultura iraniana contemporanea vengono scandagliati nel libro: il rapporto tra religione e cultura, e ancora tra cultura e comunicazione, e poi tra generazioni diverse: quelle politicizzate degli anni Settanta, quelle della guerra, quelle dei millennials…

Così, il libro ci riporta all’attualità narrando come anche questa idea del “Paese canaglia” stia in fondo venendo smantellata e rimpiazzata, a poco a poco, con nuove certezze. Il raggiungimento degli accordi sul nucleare e la presidenza di Hasan Rouhani – assieme ai prodotti culturali come il cinema iraniano pluripremiato in Occidente – hanno cambiato radicalmente anche ciò che il turista immacolato si aspetta dall’Iran. Investito dal boom della comunicazione (gli utenti Internet in Iran sono oltre 45 milioni di persone, più di qualsiasi altro Paese del Medio Oriente o del Nord Africa) orientato verso la tecnologia, l’Iran sta probabilmente attraversando una nuova rivoluzione di tipo culturale.

Il proliferare di start up, l’ attenzione al tema ambientale e alle energie rinnovabili e, infine, l’idea di cercare una «qualità della vita» – ricorda l’autore – sono espressione di questi nuovi innesti.

Ma se si viaggia attraverso lo spazio, ne La rana e la pioggia lo si fa anche attraverso il tempo, un’altra delle chiavi di accesso che l’autore fornisce al lettore per comprendere l’Iran di oggi: «Il Novecento iraniano è stato in assoluto uno dei più dinamici e drammatici, con tre rivoluzioni, quattro sistemi politici e una guerra d’invasione brutale e dolorosa. Qualcuno ha detto che in Iran “il passato è tutto”».

Nel tempo iraniano c’è una dimensione sacra e una profana, che si riflette negli spazi delle città e delle case, nella continua negoziazione tra il dentro e il fuori, tra il poter vedere e avere la vista sbarrata o coperta, come dai veli delle donne.

E, allora, la domanda cruciale del testo è: che ne sarà dell’Iran che cambia, e che fine farà la rivoluzione islamica, o la cultura persiana, di fronte alla globalizzazione e – per forza di cose – anche di fronte al turista immacolato?

La risposta è chiara davanti agli occhi del lettore.

E se «l’essenza del mondo è basata sulla saggezza», allora bisognerà proseguire il viaggio senza troppe sicurezze, perché, in fondo, come insegna La rana e la pioggia, è dall’inatteso che si impara davvero.

 

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1 comment

La rana e la pioggia - Sole a Ovest 22 Luglio 2016 - 11:50

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