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Straniero a casa mia: la sfida delle seconde generazioni

by redazione

di Corallina Lopez Curzi (Coalizione italiana Libertà e diritti civili – Cild)

Come in Europa la crisi dei rifugiati sta mettendo alla prova l’idea di Unione, così in Italia le seconde generazioni rivoluzionano il concetto di identità nazionale. La difficile questione del riconoscimento della cittadinanza.

L’Italia, storicamente terra di emigrazione, è diventata sempre più, a partire già dalla fine degli anni ’80, un paese di accoglienza. O forse sarebbe più corretto dire un paese di ricezione, dato che l’accoglienza non sempre s’è fatta. In ogni caso, decenni di immigrazione verso il nostro paese hanno ovviamente avuto effetti profondi sulla composizione della società italiana: stando agli ultimi dati Istat, gli stranieri in Italia sono oggi più di 5 milioni e rappresentano quasi il 9% della popolazione totale: un numero in continua crescita. Di questi milioni di stranieri residenti in Italia, un quinto (stando ai dati riportati nel Dossier 2015 sui minori stranieri del Programma Integra) sono minorenni – moltissimi dei quali nati nel nostro paese, o comunque giunti qui in tenerissima età. Il fenomeno delle migrazioni verso l’Italia è insomma evidentemente ben più antico e radicato della cosiddetta “crisi dei rifugiati” che, ormai da qualche anno, sta scuotendo le fondamenta stesse della nostra Europa, rivelatasi essere più una Fortezza che un’Unione.

Nonostante l’evidente urgenza di trovare soluzioni per accogliere e integrare i milioni di profughi che bussano alle porte della “Fortezza Europa”, non si può quindi nemmeno dimenticare l’altra fondamentale questione, quella del riconoscimento della cittadinanza; tutta italiana, questa, perché riguardante specificatamente proprio il concetto di identità nazionale. Insomma: se nel 2015 in Italia sono arrivati via mare più di 150mila profughi e sono state presentate quasi 85mila richieste d’asilo (Eurostat) – di cui, comunque, quasi il 60% ha avuto esito negativo (Open Migration) – nello stesso periodo di tempo nel nostro paese sono nati oltre 63mila bambini stranieri (Istat). Un dato davvero significativo, seppure in riduzione (si è registrato infatti un trend negativo a partire dalle 79mila nascite di stranieri del 2012 – dati Fondazione Ismu). Importante anche la presenza degli stranieri nati in Italia nelle scuole, sempre più multiculturali: secondo l’Istat, solo nelle scuole secondarie sono più di 90mila (a cui si aggiungono i quasi 72mila arrivati in Italia prima di compiere sei anni, gli 80mila giunti prima di farne dieci ed i 60mila che erano già adolescenti al momento del proprio arrivo).

Per quanto riguarda poi le cittadinanze degli stranieri iscritti all’anagrafe italiana – stando al Dossier 2015 del Programma Integra – resta maggioritaria la presenza dei nati con cittadinanza europea ed elevata quella dei nati con cittadinanza africana (soprattutto marocchini); in costante aumento è poi il numero dei nati cittadini asiatici.

 

Seconde generazioni: identità che cambiano

e disuguaglianze istituzionalizzate

Concentriamoci per un momento sulle Seconde generazioni in senso stretto, e cioè: stranieri nati in Italia. A dirlo così pare assurdo: com’è possibile nascere in Italia, ed essere definito straniero? Questo è però lo strano destino dei cosiddetti “stranieri non immigrati”: bambini e ragazzi che sono nati e cresciuti in Italia ma, poiché figli di migranti, sono considerati stranieri dal nostro ordinamento. Quella delle Seconde generazioni è insomma una tematica tanto importante quanto complessa, perché ci costringe a prendere atto, una volta per tutte, dell’inadeguatezza dell’assioma della “omogeneità etnica” come parametro fondante della nostra identità nazionale ed ad abbandonare l’illusione di poter costruire il concetto di cittadinanza come una categoria concettuale rigida e statica. L’insediamento stabile di stranieri nel nostro paese e, soprattutto, la formazione di una seconda generazione – ragazzi nati e cresciuti in Italia, che non hanno nemmeno un “proprio” paese a cui fare ritorno – ci porta insomma a ricostruire, su premesse diverse, il nostro senso di coesione sociale e di identificazione nazionale. Per dirla con altre parole: secondo Maurizio Ambrosini, esperto di sociologia dei processi migratori, «l’identificazione nazionale è un processo… e l’identità nazionale va declinata al futuro».

Nati e cresciuti in Italia, ma senza i diritti degli italiani

Nei fatti, però, per i figli dell’immigrazione permane tuttora in Italia una grave situazione – sempre citando Ambrosini – di «disuguaglianza istituzionalizzata». Allo stato attuale non esiste infatti nel nostro paese alcuna possibilità per i bambini nati in Italia da stranieri di divenire cittadini italiani prima del compimento della maggiore età (momento nel quale acquistano finalmente la facoltà di chiedere la cittadinanza, sempre a patto che dimostrino di aver vissuto ininterrottamente nel paese). Ancora più difficile è poi la situazione per i minori arrivati in Italia da piccoli – che si trovano a dover seguire, a partire dai 18 anni, lo stesso complesso percorso burocratico degli immigrati stranieri adulti. Insomma, per questi giovani diventa particolarmente complesso costruire ed affermare la propria identità personale in quanto devono fare i conti – oltre che con la naturale “sospensione dell’identità” tra la cultura di provenienza e quella del paese in cui sono nati o comunque cresciuti – con una situazione di profonda precarietà dal punto di vista dei diritti.

La “non cittadinanza”, ed il trovarsi quindi ad avere diritto a stare nel territorio dello stato in cui si è nati solo in virtù di un permesso di soggiorno temporaneo, portano infatti con sé tutta una serie di importanti ostacoli quotidiani: basti pensare al fatto che fino a febbraio 2016 – quando è finalmente entrata in vigore la legge sul cosiddetto “ius soli sportivo” – per questi giovani era paradossalmente preclusa in toto la possibilità di praticare attività sportive a livello agonistico. Per la verità, la legge arriva (ancora una volta) in ritardo sulla realtà, perché già da anni molte federazioni “virtuose” avevano adottato regolamenti interni per eliminare la discriminazione verso i bambini stranieri.

Quando la nuova legge sulla cittadinanza?

Se si è fatto però un timido passo in avanti con il riconoscimento dello ius soli sportivo – per cui, almeno nello sport, i bambini sono oggi davvero tutti uguali (certo, con il limite della maglia della nazionale) – continua invece la lunga attesa per la nuova legge sull’acquisizione della cittadinanza italiana. Nonostante nel febbraio 2015 il premier Matteo Renzi avesse promesso un’accelerata sulla riforma della cittadinanza, il relativo disegno di legge – che è la sintesi di più di venti proposte normative, tra cui quella di iniziativa popolare presentata dalla campagna “L’Italia sono anch’io” – è stato sì approvato alla Camera già ad ottobre di quell’anno ma è da allora bloccato al Senato, sepolto sotto migliaia di emendamenti ostruzionistici.

Il testo – lungi dall’essere perfetto, e da molti infatti definito “un compromesso al ribasso” – introduce il cosiddetto ius soli temperato e lo ius culturae. In base al primo, otterranno la cittadinanza i nati in Italia (a patto che uno dei genitori sia in possesso del permesso di soggiorno di lungo periodo, però); per il secondo, saranno italiani i giovani arrivati in Italia entro i 12 anni che abbiano concluso le elementari o un quinquennio di scuola. Nonostante l’insensato criterio restrittivo del permesso di lungo periodo, si stima che la legge rivoluzionerebbe la vita di 700mila giovani, che cesserebbero finalmente di essere stranieri a casa loro. Le associazioni mobilitate per ottenere il riconoscimento della cittadinanza ai figli dell’immigrazione – tra cui in primis la Rete G2 – chiedono oggi a gran voce che la legge sia finalmente approvata, denunciandone l’insopportabile ritardo; a loro si è unita adesso anche la presidente della Camera, Laura Boldrini, che ha recentemente chiesto «subito la riforma, perché siamo già fuori tempo massimo». Quanto ancora bisognerà attendere perché sia riconosciuto a queste centinaia di migliaia di bambini e giovani nati o cresciuti in Italia, che si sentono italiani e lo sono di fatto, di essere riconosciuti (e tutelati) anche dal punto di vista legale come cittadini del nostro paese?

 

(pubblicato su Confronti di luglio-agosto 2016)

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