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Curdi: un popolo lacerato tra massacri e deportazioni

by redazione

 

 

di Enrico Campofreda

(giornalista, esperto di questioni mediorientali)

Bisogna risalire agli eventi della Prima guerra mondiale (e alle spartizioni decise a tavolino da inglesi e francesi) per ricostruire le complesse vicende del popolo curdo che oggi si trova a vivere diviso tra quattro nazioni: Turchia, Siria, Iraq, Iran.

Presente e futuro del popolo curdo costituiscono un’incognita con cui fanno i conti milioni di cittadini dell’etnia per cui la geopolitica scelse la diaspora già negli anni del disfacimento dell’Impero ottomano. La loro storia è piena d’intrecci, intrighi, manipolazioni, ingerenze, speranze tradite, che spesso il filo si perde fra molte verità e una realtà contraddittoria. Quella con cui in pieno Primo conflitto mondiale (nel 1916 e dunque con esito finale non ancora deciso) mister Sykes e monsieur Picot, rispettivi ministri degli Esteri britannico e francese, s’incontrarono per mesi, dettagliando la spartizione di un enorme territorio dell’Asia minore ancora sotto la giurisdizione del sultano Mehmed V.

Dietro quella firma c’erano interessi strategici ed economici, il fantasma dell’Anglo-Persian Oil Company non era l’unico ad aggirarsi nelle migliaia di chilometri quadrati che l’accordo serviva su un piatto d’argento. E c’erano varie popolazioni. I curdi subirono massacri e deportazioni, a opera dei Giovani turchi e dei cosacchi della Russia zarista, furono perseguitati dagli armeni e parteciparono al loro genocidio, in un groviglio perverso che vedeva dietro nuove creature politiche, come lo Stato kemalista, i nuovi “imperi” di idrocarburi e commerci contendersi le terre e le anime di tanta gente.

È da lì che, decennio dopo decennio, i curdi si sono ritrovati nelle quattro nazioni in cui vivono i propri travagli: Turchia, Siria, Iraq, Iran. Il loro numero risulta incerto, anche per i tormenti mai conclusi, anzi ripresi massicciamente con l’odierna crisi siriana e la tensione interna allo Stato turco. Un’ampia forbice demografica li calcola fra i 20 e i 30 milioni. In ogni caso costituiscono una delle maggiori comunità prive d’unità patria, di cui alcuni leader riescono a esaltare divisioni, per la gioia di chi tuttora li dipinge come rissosi montanari. È il caso di tutto ciò che accade nell’area denominata Kurdistan, compresa nel territorio iracheno, dove gli epigoni di famiglie di guerriglieri, Barzani e Talabani, hanno alternato collaborazioni e conflitti; spesso legati a supremazia e interessi, che i due ceppi tribali si dividono, collocandosi su presidenze diverse: regione autonoma Mas’ud Barzani, nazione irachena, o quel che ne resta, Jalal Talabani. L’occhio di entrambi è rivolto ai 4 milioni e mezzo di concittadini che, fra Erbil, Kirkuk e Mosul, vivono letteralmente su pozzi di petrolio. Non tutti ne traggono benefici, in più quella gente ha conosciuto altri lutti sotto Saddam Hussein, ha resistito al suo tentativo di genocidio, appoggiandosi ai partiti legati ai due clan: il Democratico di Barzani, l’Unione patriottica di Talabani.
Le lusinghe, gli aiuti delle potenze mondiali che dal secondo dopoguerra hanno proseguito il cosiddetto “Grande gioco” Mediorientale di ottocentesca memoria, con tanto di finti e veri mercanti impiegati come spie, eserciti, governi autoctoni sedotti e abbandonati, regimi fantoccio usati di rincalzo, tiene viva una divisione fra i peshmerga e i politici curdi coccolati dall’Occidente, come sono i summenzionati rispetto ai fratelli delle altre aree. Ai margini quelli iraniani, messi in scacco dagli ayatollah.

Il sogno etnico è segnato dalla concretezza del Partito curdo dei lavoratori (Pkk) e dalle Unità di protezione del popolo (Ypj). Queste ultime diventate celebri nella guerra all’Isis, perché sono state fra le poche milizie a mettere i “boots on the ground” (l’espressione significa letteralmente “stivali sul terreno” e nel gergo militare indica lo schieramento di truppe di terra, senza limitarsi ad aerei o droni, ndr) nel caotico intrigo siriano, dove si battono lealisti e jihadisti, con alleati e mercenari d’ogni genere. I curdi e le curde delle Ypj lo fanno per il desiderio, pragmatico e non solo ideologico, di conservare il territorio nominato Rojava, pur racchiusi nelle enclavi di Efrin, Kobane, Cizre.

Quest’esperienza è in totale sintonia con la flessibilità dimostrata dal leader storico del Pkk Abdullah Ocalan, incarcerato in Turchia dal 1999 e dopo dieci anni interlocutore nientemeno che del presidente turco Erdogan. In quei colloqui della speranza, sviluppati fra il 2010 e 2011 e pronti a superare le 40mila vittime e gli odi di vent’anni di guerriglia e controguerriglia, “Apo” ha cambiato pelle accantonando la lotta senza quartiere, mentre l’allora premier turco giocava la carta dello statista lungimirante. Sembrava volesse superare il fanatico kemalismo militarista dei Lupi grigi e quello socialdemocratico, egualmente segnato da un nazionalismo chiuso e ottuso.

Per contro, Ocalan lanciava la svolta confederale: non più stato curdo ma autonomie nei luoghi dove la gente vive, col riconoscimento delle nazioni di riferimento. Dunque coabitazione anziché la secessione che in tanti speravano. L’apertura non è durata anche perché l’Erdogan-sultano ha cambiato rotta, messo in crisi da contraddizioni interne (Pil caduto, stressanti rinvii nell’ingresso Ue, contestazioni giovanili, casi di corruzione nel suo esecutivo) e dal doppiogiochismo estero riguardo alla guerra siriana, si è proiettato verso un autoritarismo personalistico ossessivo che gli veniva contestato dall’altra novità curda: il Partito democratico del popolo, ambientalista e pacifista, ma caparbiamente votato a difendere la causa senza cedere a ricatti. Contro il successo di quest’irruzione politica, sono scoppiate le bombe dell’Isis e dei Servizi, mentre riprendeva fiato la guerriglia dell’ala intransigente del Pkk. Nell’agosto 2015 si tornava al passato. Tante città del sud-est diventavano campi di battaglia coi civili sventrati dalle granate e dalle raffiche dei soldati turchi inviati a stanarli e punirli con esecuzioni sommarie.

Questo cupo scenario si mescola alla caccia alle streghe con cui il regime erdoganiano si vendica del tentato golpe di luglio, incarcerando militari fedifraghi, gulenisti e giornalisti, insegnanti e giudici, oppositori d’ogni specie. E ovviamente attivisti curdi ricaduti nel buco nero. Nemici tutti d’una Turchia assediata.

 

(pubblicato su Confronti di ottobre 2016)

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