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Calcio, politica e tragedie

by redazione

interno faruk

Gigi Riva

L’ULTIMO RIGORE DI FARUK

Una storia di calcio e di guerra

Sellerio editore, Palermo 2016

192 pagine, 15 euro.

 

di Roberto Bertoni (scrittore e giornalista)

I quarti di finale del Mondiale italiano del ’90 hanno visto fronteggiarsi l’Argentina di Maradona e la nazionale jugoslava di Faruk Hadžibegić. Il rigore sbagliato del capitano jugoslavo ha determinato la sconfitta di quella squadra. «Cosa sarebbe successo se avessimo vinto?», si chiede Faruk alludendo al processo di dissoluzione della Jugoslavia che stava per cominciare.

Se volete comprendere la strettissima correlazione che c’è, da sempre, fra calcio e politica, vi consiglio di acquistare il libro di un giornalista de l’Espresso il cui nome lascia intuire una certa dimestichezza con la sfera di cuoio, utilizzata in questo caso per narrare, con rara maestria, l’intreccio fra le vicende dell’ultima nazionale jugoslava e la dissoluzione violenta e sanguinosa di quello che fu, fino al 1980, il paese del maresciallo Tito.

L’ultimo rigore di Faruk di Gigi Riva, cronista che negli anni Novanta (da inviato speciale de Il Giorno) segui da vicino i conflitti balcanici, prende le mosse dal fatale errore del capitano di quella Nazionale nel corso dei quarti di finale del Mondiale italiano del ’90 contro l’Argentina di Maradona, quando la Jugoslavia venne eliminata a Firenze accelerando, sia pur involontariamente, il processo di disgregazione di uno Stato minato dai conflitti etnici, le cui prime avvisaglie si erano avute già prima dell’inizio di Italia ’90, con la celebre partita (peraltro mai disputata) fra la Stella Rossa di Belgrado e la Dinamo Zagabria di un giovane Zvonimir Boban, nella quale quest’ultimo ruppe con una ginocchiata la mascella di un poliziotto che stava picchiando ingiustamente un gruppo di tifosi croati.

Asserisce Faruk Hadžibegić in un passaggio drammatico del libro: «Mi chiedo cosa sarebbe successo se avessimo sconfitto l’Argentina. Forse sono troppo ottimista, ma nelle mie privatissime illusioni mi chiedo cosa sarebbe successo se avessimo giocato la semifinale, o la finale. Intendo cosa sarebbe successo nel Paese. Forse non ci sarebbe stata la guerra se avessimo vinto la Coppa del Mondo. O forse non sarebbe andata davvero così, ma non mi impedisco di fantasticare. Dunque quando sono steso sul letto e non dormo credo che le cose sarebbero potute andare meglio, se avessimo vinto la Coppa del Mondo».

Probabilmente Hadžibegić esagera, probabilmente lo sa anche lui che il processo di dissoluzione della Jugoslavia ormai morente sarebbe avvenuto comunque e sarebbe stato comunque doloroso; fatto sta che di sicuro, anche se non avremo mai la controprova, una vittoria della Nazionale jugoslava avrebbe potuto rendere meno drammatici certi addii e senz’altro più gestibili i passaggi che hanno portato, poi, alla nascita delle varie repubbliche indipendenti.

Ed e bene sottolineare anche che solo il calcio sarebbe potuto riuscire in un’impresa del genere, in quanto la pallacanestro, pur essendo uno sport nobilissimo e pur avendo visto la Jugoslavia trionfare, proprio nell’estate del ’90 (ossia un mese e mezzo dopo l’eliminazione di Hadžibegić e compagni dal Mondiale italiano) nel Mondiale argentino dedicato alla palla a spicchi arancioni, nonostante questo, non possiede lo stesso impatto emotivo. Troppo d’élite il basket per scaldare i cuori; troppo regolare, geometrico, signorile; al massimo, può donare qualche soddisfazione ma non farà mai vibrare i cuori, non avrà mai la forza del calcio, non farà mai sognare milioni di persone, non terrà interi popoli attaccati alla radio o al televisore, non indurrà addirittura a sospendere dei conflitti barbari per poter seguire le gesta dei suoi campioni: in poche parole, quella netta e significativa affermazione non è servita a niente sul piano politico.

Per capire di cosa sto parlando, basti pensare alla vicenda di Bartali nel ’48, nel giorno dell’attentato a Togliatti, quando la bicicletta era il sogno di ogni bambino e la vittoria del campione toscano contribuì a scongiurare una nuova guerra civile: il ciclismo, infatti, almeno a quei tempi, essendo uno sport umile e nomade, possedeva questa forza; il basket no, non ce l’avrà mai, se non in America dove, specie nei quartieri più poveri, incarna la stessa prospettiva di riscatto che il calcio offre ai figli delle favelas brasiliane. Gigi Riva racconta con maestria «una storia di calcio e di guerra», di passioni e di tradimenti, di odi viscerali, di rancori profondi, di esistenze sconvolte e di armonie perdute, citando in apertura una frase emblematica che gli disse Diego Armando Maradona: «Occupati di politica internazionale, il calcio è una cosa troppo seria». Come dargli torto?

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