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Trump: più opportunista che populista

by redazione

intervista di Claudio Paravati a Nadia Urbinati (docente di Teoria politica alla Columbia University di New York e giornalista)

Più che il linguaggio e i modi volgari di Trump, su cui si sono focalizzati i media, il pericolo maggiore viene dalla concentrazione di tutto il potere – Camera, Senato, Presidenza e Corte suprema – nelle mani dei repubblicani.

 

Professoressa Urbinati, qual è la sua valutazione di queste elezioni presidenziali?

È stato un esito inatteso, soprattutto per i sostenitori di Hillary Clinton, ma anche per i repubblicani. Ha dimostrato, tra le altre cose, quanto problematico sia per la democrazia elettorale che stampa e media perdano la loro indipendenza diventando incapaci di comprendere la situazione nella quale il Paese si trova. Il fatto clamoroso è che quotidiani e altri media accreditati – parliamo quindi di giornalismo professionale – facciano invece del giornalismo partigiano, al punto che il New York Times – ma non solo esso – ha insistito esclusivamente sulle parole oltraggiose e sul linguaggio di Trump durante la campagna elettorale, ignorando completamente il resto. Sono caduti nella trappola tesa da Trump, un navigato uomo dei media, manifestando insensibilità per il valore della pubblica opinione, che non collima con quella “partigiana”. E invece avrebbero dovuto trattare il vero nodo, ovvero quello del conflitto d’interessi di Trump: perché la Casa Bianca rischia di diventare l’ufficio di pubbliche relazioni dei suoi affari.

 

In che termini si può parlare di vittoria del populismo?

Il populismo negli Stati Uniti non ha lo stesso significato che ha in Europa. È nato negli Usa alla fine dell’Ottocento (People’s Party) e con una funzione positiva, tant’è che non ha portato all’uscita del regime politico (a dittature o tirannie); è stato in generale un movimento “di popolo”, nel bene e nel male, contro l’accumulazione di potere da parte delle élites sociali, economiche, finanziarie e politiche. Ha avuto la funzione di scuotere il potere costituito e di incentivare inclusione e partecipazione.  Ora, per la prima volta succede che le visioni più radicali di questo popolo vengono impersonate non da un candidato che perde, ma da un candidato che vince, e che ha sfruttato al meglio la situazione. In quanto uomo d’affari, forse lui è un opportunista radicale, più che un populista radicale.

 

Cosa cambierà?

La situazione è preoccupante, soprattutto nei rapporti tra i vari gruppi etnici e religiosi, perché invece dal punto di vista delle istituzioni non credo che cambierà nulla. Lo ripeto da sempre: questo è un presidente come altri presidenti, insopportabile come altri presidenti sono stati, con delle politiche insopportabili come altri hanno portato avanti, quindi in questo senso l’America continua a essere quella che è: una repubblica federale, con una forte presidenza e una forte divisione dei poteri; questo non cambia. Il punto è l’allineamento delle istituzioni sotto un unico partito: Camera dei rappresentanti, Senato, Presidenza e Corte suprema (e molti governatori di Stati). Questo può essere davvero un fatto preoccupante, anche perché spetta a questo presidente la nomina di due membri della Corte suprema, che quindi avrà una maggioranza repubblicana schiacciante. La speranza è che questo scateni uno spirito di corpo delle singole istituzioni e che queste siano desiderose di restare autonome e in tensione rispetto alle altre – insomma che il meccanismo dei checks and balances funzioni.

 

Quale fascia di popolazione sostiene Trump?

Trump dice di avere un movimento che lo sostiene. Ma più che un movimento, io credo che abbia un “non movimento”. Nel Wiskonsin, dove la Clinton ha perso, c’è stata un’altissima astensione e una vittoria di strettissima misura di Trump. Questo è stato il segno di un’insoddisfazione da parte degli elettori di entrambi gli schieramenti per i loro leader, e soprattutto dei democratici.

 

Quali gli errori più evidenti dei democratici?

Il primo è stato di aver deciso, come da tradizione, che il candidato delle primarie che perde deve riconoscere la sconfitta e ritirarsi. In questo caso, questa tradizione avrebbe dovuto essere accantonata e fare di Bernie Sanders il suo vice o fare in modo che Sanders e Clinton facessero campagna insieme: questo avrebbe reso Hillary più forte, perché Sanders sarebbe stato in grado di arrivare a quelle classi e zone per lei distanti. Clinton ha un rapporto diretto e troppo forte con le agenzie e gli istituti finanziari internazionali, che sono invisi alla popolazione perché ritenuti responsabili della pesante crisi economica del 2008.

 

Nella campagna elettorale siamo abituati a sentire slogan molto forti. Secondo la sua esperienza e la sua analisi, come farà adesso Trump? Delle tante cose dette in maniera talvolta radicale, quali sceglierà di mettere in atto e quali no? Che strada prenderà?

Mi verrebbe da dire che Trump è presidente contro se stesso, nel senso che voleva fare questa campagna elettorale per far pubblicità alla sua azienda e per vanità, infatti sta costruendo e facendo joint ventures un po’ in tutto il mondo. Ma essere presidente comporterà un mutamento radicale del suo stile di vita, e un duro lavoro: non potrà andare a giocare a golf in Scozia quando gli farà piacere e non potrà decidere di non andare in ufficio. È probabile che delegherà molto: ai membri della sua famiglia (cosa possibile, anche se non possono ricevere emolumenti dallo Stato, ma possono essere parte del suo entourage); al Partito repubblicano; e i vari Giuliani sono già in pole position, desiderosi di salire sul carro del vincitore.

Gli americani sanno bene (perché per loro la politica è per natura una cosa immorale e sporca) che far la campagna elettorale è un conto, governare un altro. Quindi non deve stupire che Trump dicesse quel che lo poteva far vincere; ma la propaganda non c’entra nulla con quel che farà. E, come si sta già verificando, modererà i toni.

In economia sono tutti già molto contenti della rivalutazione del dollaro e del posizionamento dei buoni dello Stato sul mercato. Trump promette – e, probabilmente, farà – una politica favorevole alle grandi imprese multinazionali e finanziarie. Secondo alcuni analisti – purtroppo per i democratici, che rischiano di perdere anche le elezioni di midterm tra due anni – le cose potrebbero anche andar bene. La paura che si cerca di creare in Italia e nel resto d’Europa sul «chissà cosa succederà» penso che verrà presto sgonfiata. Vedremo per la politica estera chi sceglierà nello staff che cura i rapporti internazionali.

 

Quale allora il timore vero?

I diritti civili del Paese. Per la prima volta Trump ha sdoganato la possibilità di usare un linguaggio pesante. In un Paese di “diversi”, se io, che sono una nera, mi sento chiamare “scimmia”, posso arrabbiarmi e reagire con violenza. E così per altre minoranze. La retorica dell’America «bianca e protestante» è molto razzista. E il Paese rischia di dividersi internamente su politiche identitarie molto intolleranti.

 

Vedremo dunque un’America isolazionista anche in campo geopolitico? Come lasciare tutti i fronti di guerra e di tensione nel mondo (Vicino Oriente, Africa etc.)?

L’America non può essere isolazionista. Lo vorrebbe, però, quindi devono trovare una via di isolazionismo teorico e presenza attiva nella pratica. Cercheranno in tutte le zone “calde” di perfezionare quei rapporti specifici con alcuni paesi per cercare di tenere sotto controllo la situazione, senza una presenza solo diretta. Per esempio i rapporti con l’Iran: almeno da questi primi accenni, non sembrano essere messi in discussione, e sono importanti per gli equilibri nella regione. La questione della Siria sarà, anche per questa Amministrazione, il banco di prova. Non possono investire in soldati, non c’è la possibilità economica per farlo, ma possono (e vogliono) investire negli armamenti, che sono il volano economico per questo Paese: una grande industria che dà lavoro. È dunque probabile che si sceglierà una via mediana: da un lato vendita di armi e dall’altro uso della diplomazia. Come han sempre fatto le amministrazioni sia democratiche sia repubblicane. Quello che probabilmente riusciranno a fare meglio dei democratici è avere migliori rapporti con le amministrazioni autoritarie o più conservatrici. Vedremo dunque come saranno i rapporti con la Russia di Putin, la Turchia di Erdogan e l’Iran, che sono paesi chiave. Inutile insistere facendo finta che questi paesi non esistano, o continuare a demonizzarli. Ci sono, e vanno tenuti anche all’interno delle regole internazionali.

È auspicabile infine che Trump scelga una persona che intraprenda la strada della moderazione, dell’accordo e della diplomazia, invece che della guerra (del resto ha duramente criticato la guerra con l’Iraq, sostenuta invece dalla Clinton), e abbiamo visto che c’è già Romney in pole position per il ruolo di segretario di Stato. Una garanzia, perché è un moderato.

 

E le questioni con i migranti? Il famoso muro col Messico?

Se Trump condurrà una politica radicale di chiusura delle frontiere, si troverà in rapporto critico non solo col Messico, ma anche con altri paesi del Sud e Centro America, che hanno dalla loro le proprie armi strategiche di risposta. Per esempio, i cartelli della droga potrebbero cominciare a fare loro il “lavoro sporco”, come è anche successo in passato. È chiaro che quindi Trump non potrà semplicemente decidere di fare a suo modo. E poi, teniamo presente che molta parte dell’economia dei benestanti vive del lavoro degli immigrati clandestini, i “serventi” della classe media. Non potrà fare una politica di chiusura.

 

L’elezione di Trump ci insegna qualcosa dal punto di vista del funzionamento politico della democrazia?

Dal punto di vista dell’ordine istituzionale, i padri fondatori americani fecero di tutto per impedire che forti maggioranze comandassero su tutto, per impedire quella che James Madison chiamò «tirannia della maggioranza». Quindi fecero in modo che ci fossero checks and balances o azioni e reazioni di veto e contenimento tra le istituzioni. Però può succedere, come è accaduto ora, che un unico partito prenda tutto. Questo è un problema serissimo. Dobbiamo apprezzare come non mai il fatto che la divisione dei poteri sia fondamentale per la democrazia; che democrazia liberale non è democrazia blanda ma democrazia sicura. La seconda cosa che ci insegna è che la più rigida Costituzione del mondo, quella americana, avrebbe – essa sì – forse bisogno di qualche aggiustamento per correggere il rapporto tra voto popolare e collegio; eppure, nemmeno i più critici pensano che sia prudente toccare la Costituzione. Quello che apprendiamo da queste elezioni è che anche i paesi più solidi nella concezione e nella pratica della democrazia liberale sono esposti a rischi di ondate “maggioritariste”; questo è il problema serio del nostro tempo.

 

Quale sarà allora il ruolo dell’Europa?

Il secolo che amo è il Settecento, non quello giacobino dell’ultima parte, ma quello iniziale del nostro Giambattista Vico, di David Hume e Adam Smith, della teoria nota come «eterogenesi dei fini». Cioè quel che emerge come una cosa negativa può operare, senza che chi ne è autore ne avesse esplicita intenzione, in senso contrario. Ora, è probabile che questo distacco degli Stati Uniti rispetto all’Europa stimoli quel continente elefantiaco, immobile e cinico, ad avere una sua forza propria di difesa, un suo ruolo strategico e politico.

(pubblicato su Confronti di dicembre 2016)

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