Home Politica Dopo la Corte: voto subito, quasi subito o… prima o poi?

Dopo la Corte: voto subito, quasi subito o… prima o poi?

by redazione

di Adriano Gizzi

Finalmente la Corte costituzionale si è pronunciata. Dopo una lunga attesa, è arrivata il 25 gennaio la decisione sulla legge elettorale per la Camera, il famoso Italicum voluto dal Pd di Matteo Renzi. Approvata dal Parlamento a maggio 2015, la legge è poi entrata in vigore a luglio 2016, per evitare di trovarsi con una legge elettorale nuova ma con l’impianto costituzionale immutato. Ad aprile 2016 si è quindi concluso l’iter di approvazione da parte delle camere della riforma costituzionale Renzi-Boschi, che però per entrare in vigore aveva bisogno ancora di un passaggio: l’approvazione da parte degli elettori in un referendum confermativo.

Nel frattempo, cinque tribunali avevano sollevato questioni di legittimità costituzionale sull’Italicum, investendo così la Consulta. La sentenza inizialmente era prevista per il 4 ottobre 2016, ma la Corte ha deciso di rinviarla a dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre. A molto dopo, in realtà. Come è noto, gli elettori non erano chiamati a pronunciarsi sulla legge elettorale, ma su una riforma costituzionale i cui effetti (positivi o negativi, ovviamente a seconda dei punti di vista) erano strettamente connessi con l’Italicum.

In parole povere, se la riforma fosse stata confermata nel referendum ci saremmo trovati in questa situazione: un solo ramo del Parlamento, la Camera dei deputati, può dare la fiducia al governo. Siccome l’Italicum garantisce con certezza la maggioranza assoluta di seggi al vincitore, la governabilità è assicurata dal fatto che chi vince ha la certezza di ottenere poi la fiducia. Il “combinato disposto” – come si è ripetuto fino alla nausea nel corso della campagna referendaria – di riforma costituzionale e legge elettorale aveva una sua coerenza interna. Secondo i favorevoli, veniva appunto garantita la governabilità; per i contrari, invece, si assegnava troppo potere a un partito solo, anche nel caso in cui questo partito avesse ricevuto pochi voti.

 

La Corte abolisce il ballottaggio, ma non il premio di maggioranza

Proprio la questione della soglia minima necessaria ad ottenere il premio di maggioranza è stata al centro della decisione della Corte costituzionale. L’Italicum in origine prevedeva questo: la lista che alla Camera ottiene il 40% dei voti vince il premio di maggioranza, ossia quasi il 55% dei seggi. Se nessuna lista raggiunge questa soglia, si va al ballottaggio tra le due più votate, a prescindere da quanti voti abbiano ottenuto al primo turno. E proprio il fatto che non fosse prevista alcuna soglia minima ha indotto la Consulta a modificare l’Italicum nella sua caratteristica principale, abolendo cioè il ballottaggio. Resta così il premio di maggioranza, ma assegnato solo a chi nell’unico turno raggiunge il 40%. Se invece nessuna lista ottiene il premio, tutti i seggi saranno distribuiti in modo proporzionale.

 

Volendo, si può votare quasi subito

La stessa Corte costituzionale ha tenuto a specificare che «all’esito della sentenza, la legge elettorale è suscettibile di immediata applicazione». Per cui, quando a febbraio usciranno le motivazioni, il Parlamento potrà essere sciolto in qualsiasi momento da lì a un anno, ossia alla scadenza naturale della legislatura. Questo ha dato forza a tutti coloro che chiedono le elezioni anticipate e che, dopo la vittoria del No al referendum di dicembre, avevano accettato la formazione del governo Gentiloni solo come breve transizione in attesa del pronunciamento della Corte. A questo punto – sostengono Lega, Cinquestelle e renziani – non c’è più motivo di aspettare. Ma mentre le prime due sono forze politiche piuttosto compatte e allineate (a volte anche troppo) sulle posizioni dei loro capi, i “renziani” sono una categoria di più difficile definizione. Nel senso che la maggioranza del Partito democratico sostiene il suo segretario, ma non tutti gli esponenti sono favorevoli alle elezioni anticipate. Alle perplessità della sinistra bersaniana, si aggiungono quelle delle correnti dei ministri Orlando e Franceschini, ma non solo.

Le prossime settimane saranno determinanti per capire le sorti del governo e della legislatura. Oltre agli equilibri interni al Pd, conterà molto l’atteggiamento che assumerà il presidente del Consiglio: è escluso che possa subire un trattamento “alla Letta” (del tipo #Paolostaisereno), dal momento che i suoi rapporti con Renzi sono molto migliori. Il fatto è che, a prescindere dalla disponibilità o meno di Gentiloni a far cessare il proprio governo per “restituirlo” (in prospettiva, nel caso il Pd vincesse le elezioni) a chi l’ha voluto a Palazzo Chigi, i fattori in gioco sono troppi e troppo complessi per dare per acquisito che Renzi ottenga il voto a giugno. Tra questi fattori, va considerato il presidente della Repubblica. Quello del Senato, Pietro Grasso, si è già pronunciato a favore della “omogeneizzazione” delle due leggi elettorali da parte del Parlamento. Certo, se almeno una parte del Pd si unisse alle opposizioni nel votare la sfiducia a Gentiloni, a quel punto Mattarella non avrebbe molta scelta e le elezioni anticipate diventerebbero inevitabili. Ma chi – e in che modo – farà il primo passo per “staccare la spina”?

L’argomento principale utilizzato da chi si oppone alle elezioni subito è quello della mancanza di omogeneità tra le leggi elettorali di Camera e Senato. Nella prima, come abbiamo visto, resta la possibilità di conquistare un premio di maggioranza, nel secondo invece no; lì si vota con il cosiddetto Consultellum, che in sostanza è il Porcellum così come modificato dalla Corte costituzionale a dicembre 2013. Anche le soglie di sbarramento sono molto diverse: 3% a livello nazionale alla Camera, 8% su base regionale al Senato (percentuale che scende al 3% per i partiti coalizzati, ma essendo stato abolito il premio di maggioranza di fatto non ha più senso fare coalizioni). Al Senato, una lista che ottenesse – poniamo – il 7,9% in ciascuna delle venti regioni resterebbe a bocca asciutta, senza alcun seggio. Mentre una lista che ottenesse l’8% solo in due o tre regioni (e nessun voto in tutte le altre, quindi con una percentuale nazionale magari solo del 2%), otterrebbe comunque alcuni seggi. La terza differenza è costituita dalle preferenze: al Senato resta la possibilità di esprimerne una. Alla Camera una o due, ma nel secondo caso deve trattarsi di candidati di sesso diverso.

 

Il falso mito della “omogeneità”

Le leggi elettorali per Camera e Senato non sono mai state identiche e infatti a volte hanno anche prodotto risultati contrastanti. Ma soprattutto: anche se fossero identiche non potrebbero garantire risultati uguali, per due semplici motivi. Innanzitutto perché l’elettorato è diverso (la popolazione tra i 18 e i 24 anni non vota per il Senato) e poi perché si vota ovviamente con due schede diverse, quindi anche gli elettori dai 25 in su non necessariamente votano per la stessa lista sia alla Camera sia al Senato. Non è un caso così raro, perché già solo la presenza di candidati diversi può spingere alcuni a comportamenti differenziati. Il voto è sempre meno ideologico e sempre più d’opinione, quindi molti scelgono caso per caso, senza dare deleghe in bianco a un’unica forza politica “sempre e comunque”.

Tra l’altro, l’articolo 57 della Costituzione prevede che il Senato sia eletto su base regionale. Questo ha comportato, ad esempio, per le tre elezioni nelle quali abbiamo votato con il Porcellum (2006, 2008 e 2013), che alla Camera grazie al premio di maggioranza nazionale venissero assegnati il 55% dei seggi a una coalizione, mentre al Senato (dove esistevano premi di maggioranza regione per regione) la situazione fosse più confusa. Nell’attuale Senato, addirittura, non c’è nessuna coalizione che abbia ottenuto più del 40% dei seggi alle elezioni. La legge per il Senato, come detto, non prevede più premi di maggioranza. Ma, anche dando retta a chi interpreta l’articolo 57 in modo più elastico e propone di introdurre un premio di maggioranza nazionale anche al Senato, chi ci garantisce che sia la stessa forza politica a vincere sia alla Camera sia al Senato? Soprattutto in una fase in cui le differenze anagrafiche tra gli elettorati dei diversi partiti sono notevoli.

Se si andasse a votare al più presto, senza modifiche alle leggi elettorali da parte del Parlamento, avremmo due scenari possibili. Nel primo, una lista supera il 40% alla Camera e ottiene il premio, mentre al Senato ha bisogno di cercare alleati in fase di contrattazione per la formazione del governo. Nella seconda ipotesi, nessuno ottiene il premio e quindi le contrattazioni tra partiti avverranno sia alla Camera sia al Senato. Ma attenzione, perché la pretesa “omogeneizzazione” tra le due camere potrebbe avere un effetto paradossale: al Senato ottiene la maggioranza assoluta dei seggi una lista e alla Camera un’altra. Con il risultato che solo un accordo tra queste due forze potrebbe portare alla formazione di un governo: una grosse koalition con quasi l’80% dei voti e il 90% dei seggi.

Le preferenze alla Camera: un privilegio per pochi

La sentenza della Corte costituzionale non ha toccato la parte riguardante i collegi e le preferenze, tranne una questione di dettaglio che vedremo fra poco. Questo significa che resta l’impianto dell’Italicum, il quale prevede cento collegi (ognuno dei quali con una popolazione media di quasi 600mila abitanti) che eleggono ciascuno, sempre in media, poco più di sei deputati. La parte più contestata dell’Italicum riguarda i capilista bloccati: probabilmente la stragrande maggioranza degli italiani sono contrari, ma i partiti ci tenevano tanto, perché così possono controllare bene chi eleggono alla Camera, vanificando in gran parte le preferenze espresse dagli elettori. La Consulta non ha modificato questa parte dell’Italicum, ma del resto non poteva farlo.

In ognuno dei cento collegi ciascun partito presenta la sua lista di candidati: il primo è eletto automaticamente (ovviamente solo se quella lista ottiene i voti sufficienti) e gli altri invece sulla base delle preferenze ottenute. Il punto è che “gli altri” in realtà saranno pochi. Infatti, come abbiamo visto, le liste sono cortissime e quindi già ottenere un seggio in un collegio non sarà scontato per tutti, ma ancor più difficile sarà ottenere più di un eletto nello stesso collegio. Il risultato è presto detto: la maggior parte degli eletti sarà costituita dall’esercito dei capilista bloccati, quelli scelti direttamente dalle segreterie di partito. Nei pochi partiti che riusciranno a eleggere più di un solo deputato per collegio il voto di preferenza conterà qualcosa, comunque abbastanza poco. Unica eccezione: se un partito dovesse ottenere il premio di maggioranza, avrebbe almeno 240 deputati eletti con le preferenze. Ma, anche in questo caso, più o meno la metà dei 630 deputati saranno eletti senza che i cittadini abbiano potuto sceglierli con la preferenza. Senza premio a un partito, i “nominati” costituirebbero almeno i due terzi della Camera.

C’è un però. Con l’Italicum ci si può candidare anche in dieci collegi contemporaneamente, salvo poi – una volta visti i risultati – decidere per quale optare, lasciando il posto ai secondi arrivati negli altri. L’unica modifica apportata dalla Corte riguarda l’opzione: chi è eletto in più collegi non potrà scegliere quali compagni di partito favorire, ma la scelta sarà affidata al sorteggio. E qui si inserisce un fattore che può apparire contraddittorio. Le candidature multiple sono giustamente stigmatizzate come esempio di mancanza di rispetto verso gli elettori: si lascia intendere all’elettore che stia votando per una persona, ma poi questa invece opterà per un altro collegio, tradendo così la fiducia di chi l’aveva scelta. Questo strumento, che da una parte limita la libertà di scelta dell’elettore, potrebbe però diventare un’arma proprio per ridurre i danni dei capilista bloccati. Se ciascun partito presentasse come capilista bloccati solo dieci persone in tutto, candidandole ciascuna in dieci collegi diversi, si otterrebbe il risultato di “sbloccare” in un colpo solo il 90% dei collegi, consentendo così agli elettori di scegliere davvero i propri deputati con le preferenze. Con questo escamotage si ridurrebbe quindi l’effetto negativo dei capilista bloccati, che di fatto limitano fortemente la possibilità di far contare le preferenze espresse dagli elettori.

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