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Il silenzio di Dio, le violenze degli uomini

by redazione

di Goffredo Fofi

Tratto da un romanzo dello scrittore giapponese cristiano Shusaku Endo, l’ultimo film di Scorsese racconta le vicende dei missionari gesuiti portoghesi nel Giappone del ’600 e le persecuzioni subite dai cristiani.

 

«Silenzio» è il titolo di un romanzo assai bello e di un film che ne è stato tratto, assai brutto nonostante checché ne abbia scritto la critica ufficiale, timorata nei confronti dei registi famosi e della pubblicità.

Il romanzo è di Shusaku Endo (1923-1996), un grande scrittore membro della minoranza cristiana giapponese; il film è di Martin Scorsese, regista statunitense di origine italiana che ci ha dato in passato film appassionanti e rivelatori come Mean Streets, Taxi Driver, Toro scatenato, Quei bravi ragazzi, Casinò, l’ultimo dei quali è stato Gangs of New York, che è del 2002, ma che dopo quel film, forte del prestigio meritato, ha diretto film costosi e vistosi e più contorti che astuti, dove non rinunciava a dire la sua sui massimi problemi della condizione umana, diciamo pure sul Bene e sul Male.

Nei primi film era dominante, preferibilmente d’ambiente italo-americano, la riflessione cadeva sulla condizione umana in ambiente Usa, ed era dolorosa e partecipe. Di fatto, il regista si interrogava, in una chiave molto cattolica, sul peccato originale. Poi, è stato come se il regista abbia ceduto ad ambizioni megalomani e a ricatti spettacolari, e al gusto per la violenza, in una chiave piuttosto sadica e perdendo rapidamente di profondità e di sincerità, di credibilità.

Un pomposo regista del passato, Cecil B. De Mille, disse una volta che la ricetta più sicura per il successo di un film era di riuscire a coniugare in modi spettacolari sesso, violenza e religione. In modi, diciamo così, post-moderni, Scorsese ne ripete la lezione fingendo però una profondità dostoevskiana che non ha più, ma di cui continua a recitare la superficie e facendo somigliare il suo film a quelli che molti anni fa era d’uso proiettare, almeno in provincia, nei giorni della Passione, prima della Pasqua, e che venivano chiamati dal pubblico «i film del venerdì santo».

La mediocrità del film, di cui non si può certo negare la grandiosità di tante scene e a tratti una fotografia di buona cultura pittorica, è rivelata dal confronto col romanzo di Shusaku Endo, con la sua austera e tesissima riflessione, con il suo scrupolo documentario, e anche con la sua rapidità: l’ultima e decisiva parte della storia che libro e film raccontano è trattata nel libro in modo sintetico ed ellittico mentre è invece insistita e ridondante nel film. Così come è insistita e ridondante la voce fuori campo che spiega tutto.

La preoccupazione di Scorsese e del suo co-sceneggiatore è quella di far capire al pubblico (principalmente quello statunitense) di quali gravi dilemmi si tratti, e di dimostrare la propria capacità di dire cose importanti, importantissime, ma anche la possibilità di riferimenti politici attuali – per esempio la prepotenza con la quale gli Usa hanno cercato di imporre in tutto il mondo l’american way of life e il mercato che le sta alle spalle come strumenti del loro potere provocando risposte spesso terribili. Tuttavia il perno e tema del film è quello dell’impresa missionaria, mirante, nei personaggi occidentali del film, alla diffusione del messaggio cristiano.

Le difficoltà che i nostri personaggi incontrano sono tali e tante, le contraddizioni così forti da far venire alla mente un paragone inatteso e “protestante” con un film di Bergman (non Il silenzio…) di tutt’altra ambientazione ma che affrontava con ben altra convinzione e ispirazione e sofferenza il tema del silenzio di Dio, Luci d’inverno, con l’indimenticabile scena finale del pastore che predica a una chiesa vuota. Sì, perché il “silenzio” di cui parla Endo è proprio quello, chiave della narrazione, assenza di una risposta dall’alto, è il silenzio di Dio ma è anche quello precisamente storico delle missioni dei gesuiti in Giappone e del fallimento della loro predicazione nel ’600, di fronte a una società in cui il potere teme – con qualche ragione! – che la loro predicazione apra le porte al colonialismo degli spagnoli e dei portoghesi, e al cui interno è dominante una religione come il buddhismo, forte di una tradizione di salde radici e ricca di una grande spiritualità.

Su questi temi dovrebbero dire la loro gli storici, quelli che ne sanno; per esempio Adriano Prosperi, autore di recente di un bellissimo saggio sull’affermazione dell’ordine dei gesuiti attorno a Ignazio de Loyola, La vocazione (Einaudi). Il mio vuol essere un giudizio estetico, e l’ennesima messa in guardia dalla superficialità con cui tanti registi e scrittori si avventurano nelle problematiche religiose alla ricerca di originalità e di successo, visto che le inquietudini religiose – sul senso del nostro passaggio sulla terra – sono di nuovo presentissime, nel disordine e nella cupa durezza dell’epoca.

Resta da fare, in cinema, il racconto e l’interpretazione delle domande che nuovamente ci si pone, nel disordine angosciante del presente. Scorsese ha voluto spavaldamente confrontarsi con tutto questo, fallendo per la fragilità delle sue convinzioni e per i ricatti del successo commerciale. Il suo film è lungo e noioso e ha per di più il difetto di avere affidato a un attore insignificante anche se di successo (è stato di recente Spider Man!) un personaggio difficile e complesso come quello del giovane missionario Rodrigues, un attore inespressivo dal volto televisivo di yankee di oggi.

Il solo personaggio che acquista un suo rilievo nel film finisce per essere quello del giapponese cristiano che più volte tradisce i due sacerdoti e ogni volta chiede confessione e assoluzione, ma il confronto con personaggi simili, vagamente diabolici, come narrati da altri registi, per esempio nel capolavoro di Elia Kazan America America, non va a vantaggio di Scorsese.

Un altro confronto viene spontaneo col grande romanzo cattolico di Graham Greene Il potere e la gloria, che aveva per sfondo la rivoluzione messicana e la persecuzione che essa attuò contro i sacerdoti, detta appunto guerra cristera. Nonostante tutto, nonostante tutte le sue cadute e i suoi rinnegamenti, chi è stato unto sacerdote tale rimane, dice la Chiesa cattolica e ribadiva Graham Greene con il suo miserabile prete peccatore. Ma anche sul modo in cui Scorsese ha affrontato questo tema sarebbe utile poter leggere pareri competenti e autorevoli.

 

(pubblicato su Confronti di febbraio 2017)

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