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A Malta si sceglie l’outsourcing delle responsabilità?

by redazione

di Antonio Ricci (Centro studi e ricerche IDOS)

La strategia scelta nel summit informale dei capi di Stato e di governo dell’Ue sembra essere ancora una volta quella di puntare sui rimpatri e sulla esternalizzazione delle politiche.

Febbraio si era aperto tra grandi attese in vista del Summit informale dei capi di Stato e di governo dell’Ue programmato il giorno 3 a Malta. Sotto la presidenza di turno maltese si prevedevano decisioni importanti per quanto riguarda la gestione europea dei flussi. Con l’arrivo della primavera, il numero di persone disposte ad attraversare il Mar Mediterraneo a qualsiasi costo inizierà progressivamente ad aumentare fino a raggiungere il picco alla fine della stagione estiva. Tra il 2015 e il 2016 i dispersi in mare sono stati circa 10mila. Per evitare questa insensata strage occorre agire con urgenza.

Estenuante il dibattito nei mesi precedenti al summit. C’è chi ritiene che un piano di azione contro i trafficanti di esseri umani possa risolvere i problemi alla radice, dimenticando però che l’86% dei migranti forzati sotto il mandato dell’Unhcr sono accolti in paesi in via di sviluppo, dove non esistono sistemi nazionali di asilo. I trafficanti sono senz’altro parte del problema, ma non esimono dal prendere in carico la responsabilità della protezione. C’è chi poi pensa a progetti di investimento di alto impatto sociale e infrastrutturale, magari finanziati attraverso i cosiddetti “Africa bonds” in sinergia con la Banca europea di investimento e le grandi organizzazioni finanziarie internazionali.

La proposta italiana dell’aprile 2016 di un “Migration compact” che punti allo sviluppo insieme all’esternalizzazione e ai rimpatri, si formalizza a giugno nel “New migration partnership framework”. L’obiettivo in parole povere è quello di affermare il “diritto a non emigrare” attraverso una cooperazione rafforzata con i paesi di origine e di transito che, alle misure immediate di salvataggio nel mare e nel deserto, ai rimpatri e alla lotta ai trafficanti, aggiunge misure di lungo periodo finalizzate ad affrontare le cause dei flussi e a promuovere lo sviluppo. L’impatto di una strategia di questo tipo si fonda sulla coerenza della sua attuazione e su una disponibilità di tempo di medio-lungo termine. Un approccio più concreto proviene invece dalla società civile, che con il progetto-pilota sui corridoi umanitari “Mediterranean Hope” di Federazione Chiese evangeliche in Italia e Comunità di Sant’Egidio ha dimostrato come si possano intraprendere strade più efficaci e sicure per garantire in Europa la protezione dei richiedenti asilo.

Nonostante il fatto che solo una minoranza delle persone in cerca di protezione abbia l’opportunità di raggiungere l’Ue, la strategia scelta a Malta sembra essere ancora una volta quella di puntare sui rimpatri e sull’esternalizzazione delle politiche. Sulla scia dell’intesa italiana firmata con il governo di Sarraj i policymaker comunitari vorrebbero fare della Libia un partner per la gestione dei flussi di rifugiati, sostenendone la stabilità politica necessaria per il controllo delle frontiere marittime e terrestri e il contrasto allo smuggling di migranti, come da poco realizzato con la Turchia nel quadrante del Mediterraneo orientale.

Tra le righe delle dichiarazioni rilasciate, tuttavia, l’esternalizzazione progettata sembra essere lungi dall’obiettivo di adattare l’acquis communautaire ai paesi terzi, quanto piuttosto volersi limitare alla prevenzione dei flussi irregolari, agli accordi di riammissione e alla costruzione di strutture di detenzione. Nel caso specifico, nonostante l’intenzione di coinvolgere gli organismi internazionali, la «collaborazione con i paesi terzi», cioè quella che nel linguaggio di Bruxelles viene chiamata «dimensione esterna», sembra piuttosto corrispondere ad una forma spregiudicata di outsourcing delle responsabilità in materia di protezione dei richiedenti asilo, finalizzata a chiudere la frontiera meridionale libica e a lasciare ai libici stessi il compito di intercettare le navi e riportare a terra i migranti, pur in assenza di qualsiasi garanzia di rispetto della Convenzione di Ginevra sui rifugiati.

A fronte di tanti dubbi su legittimità ed efficacia di tali politiche di esternalizzazione, consola almeno la notizia che, due settimane dopo, il 18 febbraio, 200mila cittadini siano scesi in piazza a Barcellona per “internalizzare” le politiche e affermare il diritto ad accogliere i rifugiati al grido unisono: «La nostra casa è la vostra casa».

L’auspicio è che i nostri policymaker sappiano cogliere i segnali che provengono dal basso.

 

(pubblicato su Confronti di marzo 2017)

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