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L’Europa di Rollier, un valdese federalista

by redazione

di Nicola Pedrazzi

Tra le rotonde ricorrenze che il 2017 offre alla nostra memoria – 500 anni di Riforma protestante, 100 anni di Rivoluzione d’ottobre – ci sono senza dubbio i 60 anni dei Trattati di Roma, siglati nell’Urbe il 25 marzo 1957 dai governi di Italia, Francia, Germania Ovest, Belgio, Olanda e Lussemburgo. Trattati al plurale perché a fianco della celebre Comunità economica europea (Cee) nacque anche la Comunità europea dell’energia atomica (Euratom). Che di questa seconda firma, potenzialmente rivoluzionaria, oggi quasi non rimanga ricordo è un fatto molto indicativo (al tempo su entrambi gli accordi pesavano grandi aspettative); un fatto che ha tanto da insegnarci su cosa sia stato il lento processo d’integrazione degli stati europei: un tentativo animato da idee diverse, che non ha mai avuto – e ancora oggi non possiede – un’unica direzione.

In sessant’anni di cammino comune, sei allargamenti hanno portato da 6 a 28 il numero degli Stati partecipanti, mentre sei nuovi trattati hanno cancellato l’aggettivo “economica” ed evoluto la parola “Comunità” in “Unione” – un sostantivo politico, cui dal 1992 corrisponde una cittadinanza sovranazionale. Non sempre cresciute in armonia tra loro, oggi sono tre “le unioni” che s’incontrano a livello europeo. Esiste (ed è sempre più forte) l’Europa degli Stati sovrani, i cui capi di governo siedono nel Consiglio europeo per decidere all’unanimità su questioni d’interesse continentale: è l’Europa intergovernativa, l’abbiamo vista durante il summit Ue-Turchia che ha prodotto l’accordo sulle migrazioni. Esiste l’Europa dell’abolizione delle dogane, del mercato unico, della politica agricola, di un potere politico genuinamente europeo, incarnato nella Commissione cui gli stati membri hanno trasferito sempre più competenze e ceduto parte della loro sovranità: è l’Europa comunitaria, la vediamo quando si discute degli accordi commerciali conclusi dall’Unione con paesi terzi. Esiste infine, anche se rimane senza dubbio la meno sviluppata, un’Europa federale, che alla pari delle entità statuali non ha frontiere interne, possiede una sua moneta ed elegge un suo Parlamento. Soltanto quest’ultima presuppone l’esistenza di un demos europeo, di una cittadinanza e di una democrazia sovranazionali.

L’Europa una e trina?

Dal momento che nemmeno i firmatari della Cee sapevano con precisione come si sarebbe evoluta la creatura che partorirono, è chiaro che non tutte “le Europe” che da questa diversamente derivano si riconoscono in egual modo in quel 25 marzo. Da sempre in competizione con l’Europa comunitaria, l’Europa degli stati sovrani è ad esempio poco sensibile alle date dell’integrazione; mentre lo stesso non può dirsi per la prospettiva federalista, che una volta elaborato il lutto post-bellico per una mancata «costituente europea» ha seguito, partecipato e talvolta influito sulle tappe dell’integrazione funzionalista.

Se ciò avvenne, se cioè il federalismo rimase, alla stregua di un “motore nascosto”, a nutrimento ideale di un’Europa fondata su basi economiche, è perché anche i padri del mercato unico riconoscevano nella Federazione europea il fine ultimo, l’escatologia della loro azione “a piccoli passi”.

Il 9 maggio 1950, annunciando alla sua perplessa opinione pubblica la nascita della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca) – un organismo che si proponeva di mettere in comune sotto «un’Alta autorità» sovranazionale risorse strategiche che in Francia presumevano sottratte una volta per tutte alla Germania – il ministro degli Esteri francese Robert Schuman aveva non a caso parlato di «primo passo verso una Federazione europea», prodromo a sua volta di una «pace mondiale» di stampo kantiano.

Divisi dai mezzi, il federalista Altiero Spinelli e il funzionalista Jean Monnet – autori rispettivamente del “Manifesto di Ventotene” e della “Dichiarazione Schuman” – lavorarono entrambi ad una soluzione continentale in grado di superare la distruzione prodotta dagli Stati nazionali. Il federalismo europeo che nasce dalle ceneri della Seconda guerra mondiale non è solamente una dottrina dello Stato federale, ma assume i contorni di un’ideologia – caratterizzata da un fine ultimo (la pace europea), da una struttura per realizzarlo (lo stato federale), e da un contesto storico-sociale in cui operare (l’Europa post-bellica) – capace d’incorporare l’internazionalismo socialista, il cosmopolitismo liberale e l’universalismo cristiano, descrivendo però gli Stati nazione come istituzioni storicamente determinate: e, in quanto tali, superabili.

Secondo i federalisti europei – ben diversi dai politici che negli ultimi vent’anni si sono impossessati della parola «federalismo» in Italia – i totalitarismi poterono prosperare all’interno delle singole sfere nazionali grazie alla contraddizione tra la nuova interdipendenza economica generata dalla rivoluzione industriale (oggi diremmo «tecnologica») e la realtà storica dello Stato-nazione.

La cura proposta tanto da Spinelli quanto da Monnet era sistemica: un potere europeo, in grado di superare l’anarchia internazionale che vige nella giungla dove ogni entità statuale è pienamente sovrana. «La solidarietà di produzione» realizzata dalla messa in comune di risorse economiche, aveva promesso Robert Schuman, «farà sì che una qualsiasi guerra tra la Francia e la Germania diventi non solo impensabile, ma materialmente impossibile». Sette anni dopo, la firma dei Trattati di Roma diede ragione a quella pragmatica lungimiranza.

L’Europa, una scelta della coscienza

Ancora oggi, l’accostamento di «solidarietà» a «produzione» – in regime capitalista giocoforza competitiva – spiega molto bene la tensione creativa da cui procede l’integrazione degli stati del continente. Una tensione genuinamente politica, perché giocata tra i poli degli interessi e dell’etica.

In un momento d’evidente crisi del progetto europeo, potrebbe giovare a una deludente Unione europea ricordarsi che per chi la pensò nell’atto di resistere al nazifascismo l’Europa fu, prima di tutto, una scelta della coscienza. Certamente lo fu per Mario Albero Rollier, «un valdese in quanto tale azionista» che tra il 26 e il 28 agosto del 1943 vide nascere, nella sua casa milanese di via Poerio 37, il Movimento federalista europeo.

La ricostruzione storica di quelle ore si deve a Cinzia Rognoni Vercelli, che in uno splendido libro (Mario Alberto Rollier. Un valdese federalista, Jaca Book, 1991) ha reso vivido l’incontro di quell’irripetibile cenacolo di resistenti, per lo più del Partito d’azione. Insieme a uno Spinelli reduce dal confino di Ventotene (dopo la destituzione di Mussolini le carceri fasciste si dissolsero) confluirono a casa Rollier una trentina di persone, tra cui Eugenio Colorni, Ernesto Rossi, Ursula Hirschman, Vittorio Foa, Leone Ginzburg, Manlio Rossi Doria e Willy Jervis. Dopo due giorni di discussione vennero approvate le Tesi politiche che traducevano in azione i contenuti, già circolati clandestinamente, del Manifesto di Ventotene.

Con l’assenso della maggioranza dei presenti (tra cui Rollier) fu deciso che il fronte federalista non avrebbe costituito un partito a sé stante, ma un movimento trasversale, volto a permeare d’europeismo tutte le forze dell’arco politico antifascista – una «missione ecumenica» che Spinelli non avrebbe più abbandonato.

Al termine del convegno, alcuni partecipanti, tra cui Foa e Spinelli, ripararono nelle Valli Valdesi, ospiti di Eric Rollier, il padre di Mario. Stando ai ricordi di Gustavo Malan, il primo discorso pubblico di Spinelli leader del Movimento si tenne a Torre Pellice, «nel retro della farmacia della signorina Maria Manassero»; in quegli stessi giorni, Vittoria Foa imbastiva un comizio semi-clandestino nella stalla dei Chabriols.

Furono molti gli sfollati che nell’estate del ‘43 raggiunsero le Valli; tra loro dirigenti delle diverse famiglie politiche che dopo l’armistizio, in quel paesaggio alpino, organizzarono la Liberazione. Secondo la testimonianza di Giorgio Spini, la sera dell’8 settembre, al termine dei lavori del più difficile Sinodo valdese, fu un altro soggiorno Rollier, questa volta valligiano, a fare da sfondo alla decisione di imbracciare le armi. Con queste parole Spini ha ricordato quella serata: «Finalmente decidemmo, anche quelli come me che non sono particolarmente eroici né chiaroveggenti, di non avere più paura. Uscimmo tutti da casa Rollier cantando una canzone dei soldati francesi della prima guerra mondiale: La Madelonne n’est pas sévère: quand on lui prend la taille ou les tétons elle rit; c’est tout ce qu’elle sait faire. Quella decisione che riempiva noi di allegria stringeva invece il cuore di Rita Rollier. Ricordo ancora i suoi occhi cupi di tensione. Quella giovane donna vedeva chiaramente che diversi tra noi ci avrebbero rimesso la vita in quella danza».

La Dichiarazione di Chivasso

L’impegno nella lotta armata non distrasse Rollier dalla politica. Il 19 dicembre del 1943 ritroviamo il «valdese federalista» a Chivasso, dove un gruppo misto di antifascisti valdostani e di rappresentanti delle Valli Valdesi si riunì per redigere uno specifico progetto di autonomia federale per le regioni alpine. Nella cosiddetta “Dichiarazione di Chivasso” il federalismo interno veniva saldato alla costruzione della federazione europea: autonomia politico-economico-culturale a base cantonale per i territori, ristrutturazione in chiave decentrata e repubblicana per lo Stato italiano e Stati Uniti d’Europa erano le tre scale del medesimo ragionamento.

La Carta di Chivasso rimane un documento esemplificativo dello stretto rapporto che l’autonomismo intrattiene con il federalismo europeo. Un’idea risalente a Cattaneo, che torna attuale nel fuoco della guerra di Liberazione. Ha scritto al proposito Norberto Bobbio: «l’antifascismo laico – parlo di antifascismo laico per distinguerlo da quello comunista e da quello cattolico – era naturaliter federalista. Non potevamo non dirci federalisti. Il federalismo, sia quello esterno che quello interno, faceva parte integrante del programma del Partito d’Azione, cui avevo aderito sin dalla fondazione». In conclusione, ciò che distingue i federalisti della Resistenza dai teorici precedenti (Kant, Hugo; Valéry, Proudhon, Cattaneo) è il fatto che essi considerarono l’unità federale europea un’imminente lotta politica: il loro obiettivo generazionale.

Ed eccoci, dunque, all’oggi. Dopo sessant’anni di comunità economica qual è il nostro obbiettivo generazionale? Quant’è lontana la Federazione «rimandata» da Robert Schuman? Cosa stanno facendo i figli e i nipoti dei padri fondatori? Nell’incapacità di rispondere a queste domande risiede l’immobilismo dell’Europa multilivello che ci siamo limitati ad ereditare: senza confini interni ma senza una vera frontiera esterna; con un Parlamento eleggibile ma senza una vera legittimazione democratica; con una moneta unica ma senza una politica fiscale; con più Stati membri ma meno partecipazione ideale.

In un contesto internazionale che non è più quello della Guerra fredda, la certezza sembra essere soltanto una: senza il cuore pulsante dell’Europa come scelta cosciente sarà difficile trovare soluzioni creative ad un futuro comune. L’esempio dei piccoli e normali uomini che ci hanno preceduto, quel vecchio e giovanissimo sogno di un’Europa libera e unita è ancora lì, disponibile ed appassionante.

Come scriveva Spinelli, «la vitalità di un’idea politica non consiste nel riuscire ad affermarsi di primo acchito al suo apparire, ma nel suo essere capace di risollevarsi sempre di nuovo dalle proprie sconfitte e di restare la risposta appropriata non solo ai problemi che apparivano prioritari nel momento del suo primo apparire, ma anche ai problemi che con il volgere del tempo e delle circostanze son diventati prioritari successivamente».

(pubblicato su Confronti di febbraio 2017)

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