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Viaggio in settant’anni d’Italia

by redazione

Agostino Giovagnoli

“La Repubblica degli italiani. 1946-2016”

Laterza 2016

368 pagine, 24 euro

 

di Roberto Bertoni (giornalista e scrittore)

Un saggio corposo, da cattolico impegnato, quello che Agostino Giovagnoli, professore di Storia contemporanea presso l’Università Cattolica di Milano, ha scritto per celebrare i settant’anni della nostra vicenda repubblicana. Partendo da una riflessione di Pietro Scoppola, il quale nel ’91 auspicava il passaggio dalla “Repubblica dei partiti” alla “Repubblica dei cittadini”, portando avanti l’intuizione del povero Roberto Ruffilli, artefice della riflessione sul “cittadino arbitro”, Giovagnoli analizza con l’acribia dello storico e la passione dell’intellettuale impegnato un’avventura che si snoda lungo sette decenni, nel corso dei quali siamo passati da un Paese che ebbe bisogno del maestro Manzi per alfabetizzarsi e uscire dallo stato di miseria, emarginazione e arretratezza complessiva nel quale versava, specie se si prendono in esame le fasce sociali più deboli, alle nuove tecnologie e ai nuovi linguaggi digitali.

Un’opera, quella di Giovagnoli, in cui spicca sin dalle prime pagine il ruolo essenziale dei cattolici e del cattolicesimo democratico, suggellato dalla figura di Alcide De Gasperi e snodatosi poi attraverso il ruolo di primo piano di papa Montini, Paolo VI, amico personale di Moro e santo protettore dell’esperienza del centrosinistra.

È innegabile, infatti, quanto la vicenda politica del nostro Paese si intrecci, con diversi gradi di intensità, con la vicenda ecclesiastica e con le dottrine da essa ispirate, a cominciare dal pensiero di Mounier e Maritain che fu alla base del Codice di Camaldoli e che avrebbe poi innervato tanto le politiche economiche, sociali e fiscali della Democrazia Cristiana nel primo dopoguerra quanto, in particolare, le due correnti di sinistra di quel partito, ossia la Base di Marcora e Forze Nuove di Carlo Donat-Cattin. Un rapporto che ha subito una profonda variazione negli ultimi quarant’anni, ossia da quando sul soglio di Pietro non siede più un pontefice italiano (l’ultimo fu Albino Luciani nel ’78) e, di conseguenza, sono venuti meno anche quei consolidati legami di amicizia e diremmo quasi di intimità che caratterizzavano i cavalli di razza della Balena Bianca con alcuni dei loro maestri e punti di riferimento negli anni giovanili della Fuci.

Un’esperienza irripetibile eppure intensa e degna di essere raccontata, in quanto ha costituito il cardine di quella vastità di centri nevralgici che andava dal sindacato alla Coldiretti, fino alle alte sfere vaticane e che è stata alla base del consolidamento del potere di un partito considerato, non a torto, come una sorta di “Parteienstaat”: espressione mutuata dalla politologia tedesca per identificare il partito Stato, in quel caso la Cdu, contrapposto al cosiddetto “partito chiesa”, nel nostro caso il Pci, per decenni alleato di Mosca.

Tuttavia, il nostro, a detta di Giovagnoli, non è stato né un «bipartitismo imperfetto», come sostiene invece Giorgio Galli, storico di matrice comunista, per stigmatizzare il fattore K e la democrazia sostanzialmente bloccata con cui ha dovuto fare i conti il nostro Paese sino alla caduta del Muro di Berlino, né un «multipolarismo polarizzato», come asserisce Giovanni Sartori, avvicinandosi maggiormente alla definizione di Leopoldo Elia, ossia quella di un’Italia dotata di un «partito pivot», che, a detta dell’autore del saggio, si confà maggiormente alle nostre caratteristiche e alla nostra evoluzione storica.

Ora, che la Dc sia stata, per mille motivi, il partito cardine della Prima Repubblica è fuori discussione, così come è fuori discussione che la Seconda Repubblica sia stata una grossa delusione, fondata su basi politiciste e priva di un effettivo consenso: in questo, l’analisi e le sferzate di Giovagnoli mi trovano pienamente concorde. Condivisibile, poi, è anche la scelta di dare ampio risalto all’evolversi del contesto internazionale, mettendo in evidenza la secolarizzazione mondiale della politica, oltre che della società, e gli shock provocati dalla globalizzazione, con annesse, inevitabili conseguenze.

Giusto, infine, tralasciare quasi del tutto, se non con qualche piccolo accenno di stampo cronachistico, la parabola renziana, non essendosi ancora conclusa e mancando ancora gli elementi necessari ad uno storico per tracciarne un bilancio complessivo.

L’opera, pur arrivando al 2016, si conclude di fatto con il tramonto del berlusconismo, lasciando aperti molti interrogativi sulla fase storica che stiamo attraversando e che solo fra dieci-quindici anni potrà essere compiutamente presa in esame e soppesata nella sua complessità e in tutti i suoi elementi: culturali, di costume ed economico-sociali, oltre che politici.

Per il momento possiamo accontentarci, anche perché questo corposo volume risponde pienamente al bisogno di una storiografia cattolica che, insieme a quella marxista, è senz’altro fra le migliori in circolazione: completa e ricca di spunti di riflessione come poche altre. Si domandava Alessandro Manzoni, citato anche da Giovagnoli: «Cos’è mai la storia […] senza la politica? Una guida che cammina cammina con nessuno dietro che impari la strada e per conseguenza butta via i suoi passi; come la politica senza la storia è uno che cammina senza guida». Sarebbe opportuno che storia e politica tornassero a procedere di pari passo, e quest’opera ha il merito di mescolare sapientemente la comprensione di ciò che è stato e l’indicazione di un percorso possibile.

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