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Se vince Le Pen è la fine per l’Ue?

by redazione

di Roberto Bertoni (giornalista e scrittore)

Alla vigilia di un voto decisivo – il 23 aprile si terrà il primo turno delle elezioni presidenziali, con ballottaggio il 7 maggio – i cugini d’Oltralpe sono costretti a fare i conti con timori, divisioni, ansie e incertezze che nel nostro Paese conosciamo bene.

Siamo alla vigilia di un voto dal quale dipendono le sorti dell’Europa. Se Marine Le Pen, figlia di un reduce di Vichy nonché ex membro dell’Oas (l’organizzazione paramilitare clandestina di estrema destra, ndr) ai tempi della guerra d’Algeria, dovesse varcare la soglia dell’Eliseo, dell’euro e dell’Unione europea non rimarrebbe più nulla. La sua minaccia di seguire l’esempio inglese e di dar vita alla “Frexit”, infatti, è un incubo che aleggia ovunque, terrorizzando tutte le cancellerie del Vecchio Continente, anche perché la Francia, oltre ad essere il paese di Schuman, è anche la nazione cui tutti vogliamo bene per i suoi simboli e per ciò che storicamente rappresenta.

La patria dei lumi, la patria della rivoluzione, la nazione che ci ha insegnato ad essere uomini e cittadini, la terra di Dumas e di Victor Hugo, di Rimbaud e degli esistenzialisti, con la capitale forse più famosa e apprezzata al mondo dove, tra gli altri, trovarono riparo gli esuli italiani durante il periodo fascista: questo e molto altro ancora è la Francia, dunque un’eventuale vittoria della Le Pen costituirebbe per noi uno shock di gran lunga superiore a quello che abbiamo provato nei mesi scorsi al cospetto della Brexit e dell’affermazione di Trump.

Diciamo subito che, probabilmente, non ce la farà: non è per esorcizzare l’incubo ma perché il particolare sistema di voto francese, basato su un maggioritario a doppio turno con possibilità di apparentamento fra il primo e il secondo, dovrebbe consentire alle varie forze politiche di dar vita, ancora una volta, a quell’“alleanza repubblicana” che nel 2002 consentì a Chirac di battere Le Pen padre con l’82% dei consensi.

Il guaio è che non siamo nel 2002, quando solo i socialisti vennero esclusi dal ballottaggio. Oggi questa sorte potrebbe toccare per la prima volta a entrambi i partiti cardine della Quinta Repubblica (socialisti e Les Républicains, eredi dell’Ump) e il guaio è che, anche se Emmanuel Macron dovesse vincere, difficilmente riuscirà a convincere i francesi, a dimostrazione di quanta rabbia si sia sedimentata nel ventre di un Paese sfiancato dalla crisi e devastato da una serie di attentati terroristici che hanno fatto venire meno ogni vincolo di solidarietà sociale.

Quando si analizza il voto francese, difatti, non si può non tener conto che nelle altre grandi nazioni europee, per ragioni storiche legate al colonialismo, il tema dell’immigrazione e dell’integrazione non è materia di propaganda del Salvini locale ma un argomento assai sentito e in grado di pesare come un macigno nelle intenzioni di voto dei cittadini. Marine Le Pen, dunque, probabilmente non sarà mai presidente della Francia, ma occhio a non sottovalutarla: un 35-40 per cento al secondo turno sarebbe, infatti, accolto dal frontismo “Bleu Marine” come un risultato storico, il che sarebbe anche vero, visto che il padre, quindici anni fa, si fermò a malapena al 18. Oltretutto, il nostro grande timore è legato proprio alla figura di Macron, la cui linea politica è addirittura più a destra di quella del duo Hollande-Valls e pertanto rischia seriamente di favorire un’ulteriore avanzata del sovranismo di estrema destra incarnato tanto da Marine quanto, ancor di più, dalla nipote Marion Maréchal-Le Pen, possibile candidata del Front national alle presidenziali del 2022 e molto più abile della zia al cospetto di taccuini e telecamere.

Un voto “all’italiana”, quindi, tra caos, timori, divisioni, ansie ed incertezze di varia natura. Andiamo ora ad analizzare i cinque candidati principali.

 

Marine Le Pen

Partiamo da lei, dai suoi toni, dai suoi comportamenti e dalla decisione “trumpista” di entrare in rotta di collisione con i mezzi di comunicazione ufficiali per affidarsi a forme di comunicazione disintermediata tramite i social network. È probabile che arrivi prima al primo turno, è accreditata intorno al 27 per cento e spaventa tutto il resto d’Europa. Ha un programma sociale abbastanza vasto e, in alcuni punti, finanche condivisibile ma era e resta lo spauracchio contro cui speriamo che tutti gli altri, e in particolare i loro elettori, abbiano l’accortezza di coalizzarsi al secondo turno. Dilagherà nelle periferie abbandonate a se stesse e nelle storiche roccaforti della sinistra disgustate dalle politiche del duo Hollande-Valls: questa è praticamente una certezza.

 

Emmanuel Macron

Trentanovenne centrista, arrivista come pochi, ex ministro dell’Economia del governo Valls, fautore di una sorta di liberismo gentile e ribattezzato da noi «il Renzi di Francia», ha in comune con il rottamatore fiorentino alcuni atteggiamenti e la spregiudicatezza, tanto da essersi messo in proprio senza partecipare alle primarie del Partito socialista (Ps), ben cosciente del fatto che sarebbe stato sconfitto al pari di Valls. Il suo movimento si chiama “En Marche!” e punta a raggiungere il secondo posto al primo turno per poi vincere nettamente al ballottaggio, facendo leva sul terrore di milioni di francesi all’idea di essere governati dal Front national.

François Fillon

Probabilmente non arriverà nemmeno al ballottaggio, travolto dagli scandali legati all’assunzione di moglie e figli come assistenti parlamentari e dallo scarso entusiasmo di una destra post-gollista che sembra in parte intenzionata a puntare su Macron, ben cosciente della spaventosa debolezza del proprio candidato. Liberista convinto, incarna la cosiddetta “droite thatchérienne”, da sempre contrapposta alla “droite chirachienne” di cui era simbolo il suo rivale alle primarie, Alain Juppé. Propone centodieci miliardi di tagli al sociale e cinquecentomila licenziamenti nella pubblica amministrazione: un bagno di sangue che non ha fatto altro che accrescere la sua impopolarità. Avrebbe fatto meglio a ritirarsi ma è troppo orgoglioso e pieno di sé per arrivare anche solo a concepire un passo indietro.

Benoît Hamon e Jean-Luc Mélenchon

Se si unissero, potrebbero accedere al ballottaggio e condurre una vera sinistra di popolo al governo. Purtroppo Hamon è emerso troppo tardi, benché le sue idee, prima fra tutte il reddito di cittadinanza, siano positive e consentano al Ps di porre le basi per guardare al futuro con un minimo di serenità. Ce la sta mettendo tutta ma difficilmente riuscirà a vincere lo scetticismo, la rabbia e lo sconforto dei milioni di francesi che, con la Loi travail e altre riforme scellerate, si sono visti traditi da Hollande e da un esecutivo nato con buone intenzioni ma progressivamente degenerato, fino a toccare vette di impopolarità senza precedenti. Mélenchon, leader del Front de gauche, incarna (a differenza del movimentista Hamon) una sinistra più laburista, non poi così dissimile da quella di un altro candidato del Ps, sconfitto alle primarie di gennaio: Arnaud Montebourg, titolare del dicastero dell’Economia prima del Brumaio liberista che, nell’estate del 2014, ha indotto Hollande a compiere una serie di scelte suicide. Anche in questo caso, un passo indietro sarebbe salutare ma purtroppo non avverrà.

Molto dipenderà, infine, dall’affluenza alle urne: in caso di voto massiccio, per la Le Pen non ci sarebbe scampo (Olanda docet); se, invece, nei francesi dovesse prevalere la disillusione verso la politica in generale, allora l’impossibile potrebbe persino materializzarsi. E sarebbe la fine: per loro e per l’Europa.

(pubblicato su Confronti di aprile 2017)

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