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Fine vita: i fattori in gioco

by redazione

di Ilenya Goss (medico, membro della Commissione bioetica delle Chiese valdesi, metodiste e battiste)

Mettete sempre le cinture. Fatelo per me». Con questo messaggio Dj Fabo (Fabiano Antoniani) ha voluto salutare gli amici, lanciando un appello che interpreta il senso della sua testimonianza. Sopravvissuto ad un grave incidente automobilistico, cieco e tetraplegico, rendendo pubblica la scelta di procedere al suicidio assistito in Svizzera, accompagnato da Marco Cappato, ha riportato all’attenzione mediatica il tema del fine vita. Il messaggio che traspare dalle sue parole è che la vita è preziosa e va protetta perché non diventi «una gabbia» da cui un uomo libero può solo voler fuggire.

La notizia della sua morte (27 febbraio) ha suscitato sui social commenti ambivalenti: messaggi di solidarietà, richieste di una legge sul fine vita in Italia, ma anche dure voci di dissenso. Due settimane dopo giungeva alla prima discussione parlamentare il ddl Lenzi (Pd), “Norma in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”, dopo tre rinvii, a dimostrazione della difficoltà con cui viene affrontato ogni aspetto del fine vita in Italia. Approvato il 20 aprile alla Camera, il provvedimento deve ancora passare l’esame del Senato.

L’onda emotiva suscitata da Dj Fabo e le polemiche intorno al ddl rinnovano situazioni già viste: da anni vi è una peculiare oscillazione tra lunghi silenzi dell’informazione e improvvise campagne accese da casi personali (Englaro, Welby), spesso giocate sulla confusione e sulla strumentalizzazione politica.

Nel discutere di fine vita la bioetica, oltre a considerazioni di tipo strettamente sanitario, deve affrontare almeno tre ulteriori aspetti: la prospettiva etica, il biodiritto, e la molteplicità di “letture di senso” presenti in una società multietnica e culturalmente disomogenea. A ciò si aggiungono temi più generali di giustizia sociale: il suicidio assistito oltre alle difficoltà logistiche e legali comporta oneri economici discriminatori. La testimonianza di Dj Fabo fa emergere il percorso drammatico di chi compie questa scelta nelle attuali condizioni legislative.

La distanza tra i sostenitori del valore assoluto della vita (biologica) e chi invece afferma la priorità dell’autonomia individuale quando si tratta della propria sofferenza rispecchia modelli culturali profondamente differenti: impedire decisioni giudicate “non buone” da istanze che si reputano superiori all’individuo oppure promuovere la libertà nel rispetto di chi soffre, accompagnarlo fino alla fine se così ha deciso, appaiono atteggiamenti inconciliabili.

I rischi impliciti in ciascuna prospettiva sono chiari: se da un lato vi è la deriva autoritaria, dall’altro l’individualismo tipico di società secolarizzate e “liquide” minerebbe il tessuto relazionale che voleva salvaguardare. Posta in termini di principi e valori assoluti la discussione si blocca nella contrapposizione sterile e rischia di diventare ideologica: di fatto abdica al compito di dare una risposta a chi è malato e in piena consapevolezza interpreta la morte come liberazione da una vita che non riconosce più come bene. Il semplice fatto che esistano situazioni e testimoni di questa scelta deve fermare le chiacchiere strumentalizzanti sul dolore degli altri, e portare in primo piano la laicità di uno Stato di diritto.

Il rapporto tra le prospettive di senso (esistenziali o religiose) e il diritto stenta ad essere mediato da un’etica che oggi è campo di tensioni a causa della frammentazione profonda del sentire morale: in tal senso la laicità più che un valore tra altri risulta essere il metodo per la migliore cura delle diversità, una conquista storicamente costosa che deve essere gestita e ripensata nelle sue modalità e caratteri.

Nella discussione su eutanasia e suicidio assistito, nella richiesta di una regolamentazione della materia in Italia, sono in gioco elementi fondamentali non solo dell’esistenza personale, ma anche della vita associata; per questo nessuno può sottrarsi all’esigenza di pensare con spirito critico e portare il proprio contributo. La testimonianza dolorosa e coraggiosa di Dj Fabo interpella chi ha una fede e chi no, riporta l’attenzione su ciò che ci riguarda tutti e restituisce alla sua storia la dignità di una scelta che lascia a noi tutti un’eredità e un compito.

(pubblicato su Confronti di maggio 2017)

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