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Il papa in Egitto, dopo gli attentati contro le chiese copte

by redazione

di Luigi Sandri

Gli attentati kamikaze voluti dall’Isis/Daesh del cosiddetto Califfato, e compiuti in Egitto il 9 aprile, la domenica delle Palme, contro due chiese copte, provocando quarantacinque vittime e un centinaio di feriti, gettano un’ombra sul viaggio del papa al Cairo, programmato per il 28 e 29 aprile, e un’altra sul regime egiziano che non sembra in grado di difendere i luoghi di culto della seconda religione del paese, seguita dal 10% dei novanta milioni di egiziani, e prima per antichità, perché arrivò sulle rive del Nilo seicento anni avanti che vi giungessero gli arabi musulmani.

Tawadros II, il papa di Alessandria e patriarca della sede di San Marco (secondo la tradizione locale sarebbe infatti stato lui, il discepolo dell’apostolo Pietro, a fondare quella comunità cristiana) stava celebrando, nella sua cattedrale, la domenica delle Palme, e solo per caso si è salvato dallo scoppio dell’uomo-bomba. Immediatamente informato di quanto era accaduto in Egitto, Francesco – che in piazza san Pietro stava anch’egli celebrando l’inizio della Settimana santa – ha subito inviato un pensiero di affetto e di solidarietà «al mio fratello Tawadros» e all’intera Chiesa copta egiziana per la tragedia appena compiuta. Un evento drammatico, che avrebbe potuto portare all’annullamento del pellegrinaggio papale: il che non è avvenuto, perché Bergoglio ha confermato il viaggio, così come programmato un mese fa.

Naturalmente, la capacità e la precisione degli uomini legati al Califfato di colpire i bersagli prestabiliti, pone, dopo la domenica di sangue del 9 aprile, ulteriori e spinosi problemi a Abd al-Fattah as-Sisi, il presidente egiziano. Infatti, non è impensabile che Isis/Daesh tenti qualche gesto clamoroso, al Cairo, nei giorni della visita di Francesco. Perciò, le misure di sicurezza saranno eccezionalmente severe, sia per salvaguardare il pontefice, sia per garantire il regime – che sarebbe irrimediabilmente screditato se il pellegrinaggio papale fosse insanguinato, o se palazzi e uomini-simbolo del regime fossero, nei giorni di fine aprile, colpiti.

Ma, sicurezza a parte, tre sono i punti-chiave della visita papale: impegno per la pace, dialogo con l’islam, e dialogo con la Chiesa copta.

 

Lavorare per la pace

L’Egitto è un paese-chiave per stabilizzare il Medio Oriente e, in particolare, per aiutare israeliani e palestinesi a raggiungere un accordo di pace giusto ed equo. Sarà il caso di ricordare che l’Egitto di Nasser, insieme a Siria e Giordania, nella “Guerra dei sei giorni” del giugno 1967 cercò di battere Israele; perse, tuttavia, e dovette abbandonare nelle mani dello Stato ebraico l’intero Sinai, fino al canale di Suez. Nel ’70 Nasser morì, e gli successe Anwar al-Sadat: anche lui, nel ’73, avviò un altro conflitto contro Israele, la “Guerra del Kippur” che, dopo un iniziale vantaggio, si concluse con un’altra sconfitta per l’Egitto.

Sadat, poi, nel ’77 compì un gesto clamoroso: si recò a pregare nella Spianata delle moschee, a Gerusalemme, occupata da Israele. L’anno successivo – su invito del presidente statunitense Jimmy Carter – andò negli Usa dove, con il premier israeliano Menachem Begin, pose le basi del trattato di pace tra Egitto e Israele, che verrà poi firmato nel marzo del ’79. La prima pace tra uno Stato arabo e quello ebraico (che a poco a poco dovette restituire il Sinai). Ma, questa pace con i “nemici sionisti” non piacque alla Jihad islamica egiziana, braccio armato della Fratellanza musulmana: che, perciò, il 6 ottobre 1981 organizzò un attentato contro Sadat, uccidendolo. Suo successore fu Hosni Mubarak, che con potere assoluto regnerà per trent’anni.

As-Sisi – che nel 2013 rovesciò il presidente costituzionale, Muhammad Mursi, e che nel ’14 è stato eletto dal popolo alla presidenza – è in rapporti difficili con Hamas (il Movimento di resistenza islamico che controlla la Striscia di Gaza). E tuttavia un anno fa ha rilanciato il piano, elaborato nel 2002 a Beirut dalla Lega araba, per portare alla pace israeliani e palestinesi: Israele si ritiri nei confini precedenti la “Guerra dei sei giorni”, e quindi anche dai territori della Cisgiordania e di Gerusalemme-Est occupati nel ’67; in cambio tutti i paesi arabi riconoscerebbero Israele e intratterrebbero amichevoli rapporti con lui. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha lodato l’iniziativa, però riservandosi il diritto di modificarla corposamente, al fine di garantire la sicurezza del suo paese. Ma, da allora, nulla è accaduto di concreto.

Francesco, sempre preoccupato per il perdurante conflitto israelo-palestinese, certamente incoraggerà il rais a continuare l’opera di possibile mediazione per facilitare la chiusura di una ferita che, non rimarginata, provocherà un cancro nell’intero Medio Oriente. Vi è da aggiungere che, da quando è al potere, as-Sisi ha più volte criticato gli estremisti islamici che invocano il Corano per giustificare i loro attentati, sostenendo che l’islam invita musulmani e cristiani alla pace e alla collaborazione per il bene di tutti.

Dialogo con l’islam

Con il suo viaggio, Francesco intende rafforzare il dialogo con l’islam, in un paese che, al 90% musulmano, ha un’importanza primaria nel mondo arabo, per il numero di abitanti – novanta milioni, il più alto di tutti i paesi arabi – , e per la sua gloriosa storia. Al Cairo vi è la moschea di al-Azhar, con la sua annessa università che è, al mondo, il più autorevole centro di studi giuridici e teologici per i musulmani. Il papa incontrerà, ovviamente, il grande imam della moschea di al-Azhar, lo cheikh Ahmed Mohamed el-Tayyib, da lui già ricevuto in Vaticano un anno fa. Questo “vertice” chiuderà definitivamente gli ultimi echi di polemiche suscitati da Benedetto XVI che, in un discorso a Ratisbona, nel settembre 2006, fece sull’islam affermazioni ritenute offensive dal mondo islamico e, in particolare, da al-Azhar, che rispose per le rime.

El-Tayyib ha condannato gli attentati kamikaze di domenica, e ribadito che invocare il Corano per giustificare il terrorismo è intollerabile e un profondo travisamento dell’islam. Papa e grande imam ribadiranno insieme il loro ripudio della strumentalizzazione del nome di Dio per uccidere.

Dialogo con i copti

Il patriarcato di Alessandria d’Egitto rifiutò la definizione del Concili di Calcedonia (città vicina a Bisanzio) che, nel 451, definì: in Cristo vi sono due “nature”, divina ed umana, e una “persona”; i copti ritenevano invece, e ritengono, che nel Verbo incarnato vi sia una “natura” e una “persona”. Ruppero perciò la comunione con il papa di Roma e con il patriarca di Costantinopoli, decisi sostenitori di quell’Assemblea. La Chiesa “copta” (= egiziana!) si organizzò da allora per conto suo, così come fecero siri e armeni, anch’essi anti-calcedoniani.

Salvo sporadici episodi di dialogo, tra il papa di Alessandria e quello di Roma, da Calcedonia alla fine del XX secolo fu totale incomunicabilità. Il clima cambiò nel 1973, quando il papa di Alessandria, Shenouda III fu ricevuto in Vaticano da Paolo VI e, con lui, firmò un’importante dichiarazione comune: «Umilmente riconosciamo che le nostre Chiese non sono in grado di rendere una testimonianza più perfetta a Cristo, a causa delle divisioni esistenti, che hanno dietro di sé secoli di storia difficile. Infatti, a partire dall’anno 451 d.C., si sono manifestate differenze teologiche, alimentate e accentuate da fattori di carattere non teologico… Nonostante siffatte differenze, ci stiamo riscoprendo come Chiese che hanno una eredità comune e stiamo cercando con fiducia nel Signore di raggiungere la pienezza dell’unità”.

Questo clima di dialogo – continuato con Giovanni Paolo II, che nel 2000 visitò il Sinai egiziano – è cresciuto con Francesco, che già due mesi dopo la sua elezione a vescovo di Roma ricevette solennemente Tawadros II, nel 2012 eletto successore di Shenouda. Il nuovo patriarca di Alessandria, poi, ha sempre apprezzato il fatto che il pontefice abbia pubblicamente espresso la sua solidarietà alla Chiesa copta ogni volta che in Egitto – e da allora è accaduto più volte – chiese e fedeli copti sono stati bersaglio di attacchi terroristici compiuti da estremisti islamici.

L’Egitto è il paese arabo che ha più cristiani: dieci milioni di copti, e poi alcune migliaia di copti cattolici (unitisi a Roma a fine Ottocento), e altrettante di armeni cattolici e gregoriani, e di fedeli del patriarcato greco di Alessandria. Dunque, la Santa Sede è particolarmente determinata a dimostrare la sua vicinanza e solidarietà a tutti questi cristiani: una minoranza, certo, in un mare di musulmani, ma presente nel paese dalle origini del cristianesimo, e là radicatasi sei secoli prima che arrivassero gli arabi. Perciò il rafforzamento dei legami tra il papa copto di Alessandria e quello cattolico di Roma è una scelta strategica ed ecclesiale oggi dirimente.