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Diario di una volontaria, 50 anni dopo

by redazione

di Pupa Garribba (ricercatrice di Storia orale)

È passato esattamente mezzo secolo dalla Guerra dei sei giorni. La testimonianza di un’ebrea italiana che ha vissuto in prima persona quegli eventi.

Maggio 1967: il Medio Oriente è in ebollizione, si aspetta con ansia il Tg1 condotto da Arrigo Levi con notizie sempre più inquietanti e il supporto di carte geografiche: ormai tutti sanno dov’è lo Stretto di Tiran e la sua funzione strategica, dopo la sua chiusura alle navi israeliane da parte dell’Egitto.

Dal ritiro delle truppe dell’Onu schierate lungo il confine tra Egitto e Israele, il Centro giovanile ebraico è in riunione permanente. Si registra un via vai continuo di persone raggiunte attraverso il volantinaggio nelle vie di Genova: vengono ad esprimere solidarietà, ad offrire sangue e collaborazione, a regolare il flusso dei giovani che si offrono come volontari civili. Non ho più tempo di tornare a casa e nemmeno di raggiungere l’ufficio dove lavoro; mi licenzio anche perché ho deciso di partire per Israele, per sostituire i contadini sotto le armi e raccogliere la frutta che marcisce sugli alberi – l’economia di Israele è ancora prevalentemente agricola.

 

5 giugno: è scoppiata la guerra e mi preparo alla partenza: deve avvenire nella massima discrezione, ma poi scopro che una mia foto, scattata giorni prima al Centro giovanile ebraico, è in bella mostra sul Secolo XIX. Siamo in quattro ad essere scelti per partire immediatamente: a Milano ci aspettano altri volontari, prevalentemente studenti in medicina o giovani in grado di parlare inglese o ebraico. Quando esco da casa i tabaccai all’angolo della via mi allungano una confezione di Acqua di Colonia «per il viaggio». Sosta di alcuni giorni a Milano, poi il trasferimento a Roma con un treno notturno: siamo in venti con l’accompagnamento di molte sacche di plasma dall’aspetto non proprio rassicurante.

A Roma ci uniscono con molte precauzioni ad altri venti volontari locali: saliremo sul secondo aereo con volontari svizzeri in transito dall’Italia, aereo parcheggiato in una pista periferica dell’aeroporto (si temono attentati). Finalmente l’imbarco: mentre ci avviamo a piedi siamo travolti da rumorosi incitamenti provenienti dalla terrazza panoramica dove sono ammassati centinaia di ebrei romani, che non hanno resistito alla tentazione di venirci a salutare.

 

10 giugno: dopo alcune ore entriamo nello spazio aereo israeliano a luci spente, in un clima di tensione. Siamo a metà atterraggio quando improvvisamente Tel Aviv accende tutte le sue luci: è appena stato firmato l’armistizio e la gente sta uscendo dalle case, impazzita dalla gioia per lo scampato pericolo. In aeroporto anche noi ci abbandoniamo ai festeggiamenti, poi a fatica troviamo un posto dove andare a dormire. Il gruppo italiano si divide, i romani restano a Tel Aviv mentre noi chiediamo all’Agenzia ebraica di mandarci subito a lavorare.

Ci sistemano su un camion scassato diretto verso il nord, con tappa al Moshav Kfar Tabor dove restiamo qualche giorno a selezionare albicocche, poi il lavoro finisce e il camion riparte sempre verso il nord all’inutile ricerca di un kibbutz che abbia bisogno del nostro aiuto (a breve si prevede il rientro a casa dei soldati).

A sera tardi, sotto le alture del Golan (pochi chilometri dopo c’è la Siria) insceniamo una specie di rivolta e costringiamo il Kibbutz HaGoshrim ad accoglierci. Ci rimarremo tre mesi: prima raccoglierò mele a volontà, poi diventerò la responsabile della cucina dei campi dove mi affannerò a sfamare un centinaio di robusti contadini, in breve sosta dopo le prime quattro ore di lavoro sotto il sole cocente. In quei primi giorni del dopoguerra, sul Golan appena conquistato ci sono poi salita: ricordo di avere lanciato un sasso che è caduto in pieno sul tetto di una casa del kibbutz sottostante, dove i suoi contadini per diciannove anni avevano arato i campi con trattori blindati.

Fine giugno: abbiamo due giorni di permesso e iniziamo un lungo viaggio per raggiungere Gerusalemme nel momento in cui saranno rimosse le barriere mobili che ancora dividono in due la città. Ci mettiamo in coda, dietro a migliaia e migliaia di israeliani e di volontari giunti nel frattempo da tutto il mondo. La nostra meta è la Città Vecchia e il Muro del Pianto che la Giordania ha precluso agli ebrei da diciannove anni, dalla fine della prima guerra arabo-israeliana del 1948. Dall’altra parte delle barriere mobili scorgo una lunghissima fila di palestinesi, che pazientemente aspettano di avere accesso per la prima volta alla Città Nuova.

Dopo lunga attesa le due file che marciano in senso contrario si muovono: lo spazio è molto ridotto perché ai due lati della strada ci sono cumuli di pietre che sostengono cartelli con dei nomi e delle date a segnalare la morte in combattimento di soldati di diciotto, diciannove, vent’anni. Ci sfioriamo camminando, ci guardiamo con curiosità, iniziamo a rispondere al saluto ebraico shalom, pace, che si innalza dalla fila dei palestinesi contraccambiandolo con l’equivalente saluto arabo salam, e con strette di mano. È stato allora, lo ricordo perfettamente, che mi sono resa conto che nel resto della mia vita non avrei mai più avuto nemici.

La Città Vecchia ci ammalia, con i suoi vicoletti e gli odori che provengono dalle ceste delle spezie. Arriviamo finalmente al Muro del Pianto in stato di completo abbandono, fronteggiato da un agglomerato di casette arabe che di lì a poco saranno abbattute per dare luogo ad un grande piazzale. Ci fermiamo a lungo, donne e uomini le une accanto agli altri: la separazione tra i sessi avverrà in seguito per volontà delle autorità religiose e solo ora, dopo così tanti anni e molte pressioni, il mondo ebraico conservative e reform ha ottenuto dal governo la promessa – non ancora mantenuta – di un terzo spazio per la preghiera comune.

Notte nella Città Vecchia, girando da un quartiere all’altro, entrando e uscendo da negozietti dove ci vengono offerti litri di caffè turco, fumando il narghilè e scambiando storie personali e auspici per il futuro. Si viveva, tutti, come liberati da un incubo, con un accordo di pace all’orizzonte. L’ho percepito girando Israele in lungo e in largo, e poi visitando Jenin e Betlemme, e Nablus, Ramallah, Hevron, Rafah, Gerico e la Striscia di Gaza.

Condivido in pieno quanto ha scritto recentemente su Haaretz il demografo italo-israeliano Sergio Della Pergola, che in quei mesi studiava all’Università ebraica di Gerusalemme dividendo la stanza con uno studente arabo: «Chi era in Israele nel giugno del 1967, inclusi i volontari che accorsero qui nel momento del bisogno, può testimoniare in modo assolutamente attendibile che la Guerra dei sei giorni è stata combattuta da Israele per difendere il paese… nei confini del 5 giugno 1967, prima dell’occupazione dei territori… Le voci che oggi parlano della liberazione di Gerusalemme Est, della Giudea, della Samaria, delle colline di Binyamin, di Efraim e del Golan come obiettivi della Guerra dei sei giorni sono solo una caricatura posteriore di ciò che avvenne in realtà. Israele rimane il paese della nostra speranza e del nostro futuro. Per questo un’informazione a più voci e una critica serena e costruttiva sono necessarie come non mai».

(pubblicato su Confronti di giugno 2017)

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1 comment

Fabio 1 Giugno 2017 - 08:26

Grazie per la testimonianza. C’è bisogno di voci alternative alla logica del nemico ad ogni costo. Diffonderò come posso.

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