Don Lorenzo Milani e la Lettera ad una Professoressa... cinquant’anni dopo - Confronti
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Don Lorenzo Milani e la Lettera ad una Professoressa… cinquant’anni dopo

by redazione

di Carmel Borg e Michael Grech

A giugno ricorre il cinquantesimo anniversario della morte di don Lorenzo Milani. Ci sono vari aspetti ancora rilevanti di Milani che potremmo trattare in questo articolo: il dissenso come atto d’amore dentro la Chiesa, la scelta degli ultimi, l’impegno per la pace, o addirittura la spiritualità, la religiosità e la mistica di Milani (aspetti, questi ultimi, molto presenti – in particolare nelle lettere private – che però vengono spesso ignorati da una esegesi laica).

Vorremmo, però, trattare il tema dell’educazione. Ci sono almeno tre motivi: il ruolo che questa ha avuto nella vita di don Milani, ma anche il fatto che quest’anno cade il cinquantesimo anniversario dell’uscita di “Lettera ad una professoressa” e l’importanza ancora attuale del tema.

Tenteremo un’analisi sommaria del quadro educativo formale europeo da un’ottica milaniana. Ovviamente tale esercizio comporta dei limiti di cui siamo ben consapevoli; si tratta infatti di un esercizio semplicistico e privo di precisione, vista la diversità delle realtà educative formali nel vecchio continente. Nonostante ciò, ci sono tendenze comuni che permettono una lettura sintetica, ma anche iniziative, politiche e documenti europei che fanno sì che si possano identificare orientamenti diffusi nel continente, che potrebbero dare una qualche validità a questa nostra analisi.

Includere per escludere

C’è chi afferma che “Lettera ad una professoressa” sia oggi un testo superato e che le idee e le intuizioni di questo libro siano state adottate – non sempre con esiti felici – dalla scuola, specialmente in Italia (si veda, ad esempio, Lorenzo Tomasin, “Io sto con la professoressa”, in Il Sole 24 ore del 26 febbraio 2017). Una lettura superficiale della situazione attuale potrebbe dare credito a questa tesi.

Uno dei bersagli di “Lettera ad una professoressa” e dell’opera educativa di don Milani è l’esclusione che ai suoi tempi la scuola praticava nei confronti degli studenti provenienti dalle classi meno abbienti. Di contro, l’esperienza della scuola di Barbiana ruotava attorno ad un principio fondamentale: le scuole non dovrebbero bocciare! Per gli autori della Lettera, la bocciatura scolastica era uno strumento di divisione, marginalizzante, equivalente al sistema delle caste, che si rifletteva sul piano educativo, andando a rinforzare l’esclusione strutturale vigente in una politica e in una realtà socio-economica ingiuste.

Oggi, apparentemente, la scuola è più inclusiva. In Italia e in molte altre realtà europee, infatti, la scuola obbligatoria è accessibile a molti. I dati dell’Istat del 2014 rivelano che in Italia più del 40% dei giovani tra i 19 e i 25 anni è iscritto all’università; nel resto d’Europa il tasso risulta anche più elevato. Nonostante ciò, si può dire che l’educazione formale non raggiunga gli obiettivi che Lorenzo Milani pose all’educazione, specialmente per ciò che concerne l’aspetto critico e liberatorio.

Milani dava un indirizzo politico all’educazione. Questa doveva produrre dei cittadini sovrani: cittadini coscienti, in grado di affermarsi sul piano politico, economico e culturale. Nonostante l’istruzione diffusa, tutto ciò pare oggi un lontano miraggio. Un’educazione più diffusa non ha, infatti, comportato generazioni più critiche di quelle precedenti; né ha comportato che il potere economico, culturale, politico, divenisse più diffuso su scala nazionale, continentale, o mondiale.

Per quanto l’istruzione sia oggi più diffusa rispetto ai tempi di Milani, l’educazione viene spesso considerata in termini utilitaristici ed in relazione all’economica: il trend educativo resta funzionalista, piuttosto che critico (si vedano, in rapporto all’educazione, la strategia decennale “Europa 2020”, adottata dalla Commissione europea nel 2010, e il rapporto Eurydice “Education and Training” che include le reazioni degli stati membri).

Don Milani non disdegnò mai l’aspetto funzionale dell’insegnamento. La sua scuola non era una comunità hippie, né un ritrovo bohémien. A Barbiana gli allievi si impegnavano in lavori manuali e nella risoluzione di problemi pratici, che lavoratori e tecnici incontravano nelle loro professioni. Parte dell’esperienza educativa, poi, consisteva nel mandare i giovani scolari a lavorare all’estero, per imparare le lingue e per incontrare altre culture e realtà. Per Milani, infatti, le lingue rappresentavano degli strumenti per lo scambio, la comunicazione interculturale e l’integrazione reciproca; l’insularità linguistica, invece, era elemento portante di una monocultura parrocchiale, introspettiva, e timorosa nei confronti dell’altro. Questo aspetto pratico, però, non era distaccato dall’aspetto critico dell’insegnamento. I due aspetti rappresentavano un tutt’uno. Al giorno d’oggi non si può dire che le cose stiano così.

Anche per quanto riguarda le lingue, uno di cavalli di battagli della pedagogia milaniana, il sistema educativo contemporaneo le promuove. L’orientamento primario, però, è volto verso il mercato globale che rende concorrenti nel mercato del lavoro persone di culture e nazionalità diverse. Si tratta, di un insegnamento delle lingue che non protegge da una psicosi che genera fobie, paranoie, paure e sospetti.

Un’educazione su larga scala, aperta a tutte le classi sociali, ma che rinuncia all’aspetto critico e a reali spazi di incontro, è una educazione che include ma che allo stesso tempo neutralizza ogni opportunità di cambiamento su larga scala. È un sistema che serve solo a preparare mano d’opera e consumatori per l’economia. È un sistema educativo che promuove l’egemonia delle classi e dei gruppi dominanti e non la sovranità dei più deboli come, invece, voleva don Milani.

Anche quegli spazi educativi in teoria critici, che potrebbero tendere a questo ideale, non sempre svolgono un lavoro che il priore di Barbiana avrebbe sottoscritto.

Oasi (in)felici

Nel trend educativo di oggi, le arti e gli studi umanistici stanno sempre più diventando una cenerentola. La ricerca e i fondi che la alimentano vengono spesso spesi per discipline considerate più “utili”. Anche gli spazi in cui il mercato non dovrebbe dettare legge sono tutt’altro che isole felici da un punto di vista milaniano. Molte università e facoltà umanistiche sono di sinistra. Le società occidentali, al contrario, sembrano andare sempre di più a destra, anche per quanto riguarda quei settori popolari che, tradizionalmente, erano roccaforti dei partiti del popolo.

L’accademia (fatta per lo più di borghesi di un certo tipo) e il popolo (termine, ammettiamo, vago e generalizzante) sono realtà che sembrano non avere un punto di incontro; sembrano ignorarsi vicendevolmente. La Brexit, l’elezione di Trump e fenomeni simili indicano che c’è un divario tra le cattedre artistiche e umanistiche in molte realtà occidentali e le periferie di queste società. Quando poi queste realtà si scontrano spesso la reazione di molti accademici (anche tra quelli che si dicono di sinistra) non è quella di cercare di comprendere le ragioni, di trovare le cause dello spostamento a destra e di proporre soluzioni su lunga scala per un indirizzo più progressista delle realtà socio-politiche, ma di manifestare un’attitudine arrogante.

In questo contesto la pedagogia di don Milani e “Lettera ad una professoressa” ri-acquisiscono un valore ed una funzione fondamentali. C’è ancora posto (se non di più) per un impegno pedagogico indirizzato alla lettura critica del mondo e all’azione concreta trasformativa; ad una cittadinanza critica ed impegnata, che collettivamente sogna un pianeta che non c’è e lavora per attuare tale sogno.

Idee

Questo impegno deve, a nostro modesto parere, avere quattro caratteristiche. La prima è la consapevolezza della realtà del territorio. Deve essere un impegno relativo ai contesti in cui le iniziative pedagogiche avvengono. Bisogna evitare soluzioni generiche ed astratte. Bisogna proporre un’esperienza curricolare nata nelle realtà culturali, sociali ed economiche delle comunità nelle quali si realizza; un’esperienza pedagogica che risponde ai bisogni concreti, che cerca di trasformare, di inventare e di coinvolgere cittadini impegnati, produttivi, efficienti e competenti, in grado di contrastare l’attentato egemonico che riproduce lo status quo sociale ed economico asimmetrico.

Si tratta di un impegno educativo caratterizzato da interesse e responsabilità verso il mondo; care, nel senso in cui Milani usava questa parola. Ai suoi tempi Milani sfidava con questo motto il «me ne frego» fascista. Il «me ne frego» implicito di oggi ha assunto tratti individualistici e solitari, più che collettivi come li aveva invece nel ventennio fascista. Oggi il care di Milani andrebbe sfidato con indirizzi educativi similmente menefreghisti, in cui ognuno è impegnato a coltivare i propri autonomi e indipendenti interessi, a discapito del mondo comunitario e degli altri. Il care di Barbiana è una resistenza a tutto ciò.

Dovrebbe essere anche un impegno concreto, realizzato con gente in carne ed ossa e non con tipologie ideali che esistono solo nei libri. Gli educatori devono confrontare in modo critico, ma al tempo stesso amorevole, il proletariato bianco che vota Trump, le donne dello Yorkshire che votano Brexit, la classe operaia che vota Le Pen, le borgate italiane che, un tempo di sinistra, oggi strizzano l’occhio alla destra. Bisogna riconoscere le paure (e gli spauracchi), le incertezze e i modi (giusti o sbagliati) di concepire il mondo di queste persone e, possibilmente, sfidarli; presentando proposte, valori e visioni progressiste, inclusive ed umane. Milani ha compreso che, attraverso questo processo essenzialmente pedagogico, lo studente emarginato potrà uscire da una realtà psico-emozionale caratterizzata dalla timidezza, dal senso di inferiorità sociale ed intellettuale, dall’incontro folcloristico con il mondo, dall’attitudine cinica e fatalistica nei confronti della realtà. Dovrebbe essere un impegno educativo volto a promuovere incontri tra persone di continenti e credenze diverse che, in modo sbagliato, si credono nemici.

L’enfasi sugli spazi di incontro, poi, indica la quarta dimensione che una pedagogia critica ed umana dovrebbe avere nel contesto d’oggi: l’aspetto collettivo. Per Milani, il richiamo del senso collettivo e comunitario è fondamentale per un’azione incisiva. La collettività deve essere un’esperienza concreta più che – come capita oggi – una lezione teorica, o un’esperienza iper-reale. Ecco perché Milani insisteva sulla scrittura collettiva, la solidarietà pedagogica basata sul peer tutoring e la lettura collettiva dei giornali. L’esperienza analitica del collettivo, poi, può trasformarsi in un’azione incisiva di stampo trasformativo.

Questa visione curricolo-pedagogica che animava la “Lettera ad una professoressa” è ancora la risposta educativa contemporanea contro l’intensificazione dell’alienazione materiale, l’indifferenza politica, l’individualismo pericoloso, la manipolazione dei media e una classe politica senza valori e visioni.

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