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Kenya: elezioni a rischio violenze

by Enzo Nucci

di Enzo Nucci (corrispondente della Rai per l’Africa sub-sahariana)

Ad agosto i cittadini kenioti saranno chiamati alle urne per eleggere il presidente della Repubblica, il Parlamento e numerosi governatori di contea. Dopo la nascita di un cartello unitario che riunisce tutte le opposizioni, la rielezione di Uhuru Kenyatta non è così scontata come sembrava. Molto alto il rischio di brogli, disordini e violenze.

Fino alla fine di aprile, sembrava che al presidente uscente Uhuru Kenyatta fosse riservata una comoda marcia trionfale verso la riconferma alla guida del Kenya per un altro mandato nelle elezioni presidenziali in programma il prossimo 8 agosto, in cui si rinnoverà anche il Parlamento e si sceglieranno i governatori di 47 contee. Ma il “terremoto” politico provocato dai risultati delle primarie all’interno dei singoli partiti e l’annuncio della nascita di un cartello unitario delle opposizioni mettono in discussione ogni previsione, facendo così crescere il timore di violenze.

I mesi scorsi sono stati contrassegnati da forti contestazioni dell’opposizione (sfociate in proteste di piazza e repressione poliziesca) verso il lavoro svolto dalla commissione elettorale incaricata di registrare i votanti non ancora inseriti nelle liste, delimitare i collegi, registrare i candidati. Le accuse di brogli hanno pervaso tutto il processo organizzativo innescando dure polemiche. Le primarie di fine aprile (in cui i cittadini hanno scelto i candidati dei propri partiti) hanno riservato sorprese per tutti. Molti “signori delle tessere” sono stati cancellati dal voto popolare, bocciati clamorosamente parlamentari famosi e governatori uscenti. Se da una parte è stato giudicato insufficiente il loro operato nella legislatura uscente, non va escluso che nuovi soggetti con maggiori disponibilità economiche si stiano facendo largo sulla scena politica. In Kenya infatti non è percepito come illegale o immorale il voto di scambio in cambio di soldi, come è emerso in un serrato dibattito sulla stampa. Va inoltre sottolineato che con la nuova Costituzione in vigore dal 2013 ai governatori locali vengono conferiti grandi poteri nella gestione del bilancio grazie al decentramento amministrativo: questo rende particolarmente ambita la carica e di conseguenza la lotta interna ai partiti non ha lasciato “feriti” sul campo. Gli indomiti esclusi infatti si presenteranno come candidati “indipendenti”, ovvero mine vaganti pronte a vendersi al miglior offerente in cambio delle più mirabolanti alleanze. Non sono mancate violenze (specialmente nelle province) durante le consultazioni interne.

Quasi nelle stesse ore della diffusione dei risultati, è stata annunciata la nascita del cartello unitario che riunisce tutti i partiti dell’opposizione. Si chiamerà Nasa (National Super Alliance) e sarà guidato da Raila Odinga, 72 anni, di etnia luo, storico leader dell’opposizione e dell’Odm (Movimento democratico arancione), al terzo tentativo di scalata sullo scranno più alto della Repubblica del Kenya. Il varo del Nasa è stato difficilissimo: gli osservatori non hanno mai nascosto un forte scetticismo. Ci sono state lunghe ed estenuanti trattative per decidere come saranno distribuite le cariche più importanti (vicepresidente, primo ministro, ed i due vicepremier) in caso di vittoria. Odinga dunque sfida Kenyatta, 56 anni, di etnia kikuyu, figlio del primo presidente del Kenya decolonizzato. Il presidente ha reagito annunciando il 1° maggio l’aumento del 18% dei salari delle fasce sociali più deboli (guardiani, camerieri, etc) , una misura letta da molti come demagogica e di facile presa (ma anche di difficile attuazione) per respingere le accuse di inefficienza mosse dall’opposizione. Nulla dunque è ora scontato. Kenyatta (insieme al vicepresidente William Ruto) è sfuggito fortunosamente al processo avviato dalla Corte penale internazionale dell’Aja che lo accusava di essere l’organizzatore ed il promotore delle violenze post elettorali del 2007-2008. I vescovi cattolici puntano il dito «sull’incapacità dimostrata dalla maggior parte dei partiti politici di condurre elezioni primarie pulite e trasparenti che dimostrano la fragilità del sistema politico alla vigilia delle chiamate alle urne» e si dicono preoccupati delle possibili violenze.

Si acutizza anche la crisi. Gli Stati Uniti, preoccupati della crescente corruzione, hanno sospeso aiuti per 21 milioni di dollari per la sanità. Intanto siccità e carestia stanno mettendo in ginocchio intere regioni dove è stato addirittura mandato l’esercito per fermare gli scontri tra le tribù stanziali (agricoltori) e quelle nomadi (pastori) in guerra per il controllo delle scarse fonti di acqua e pascolo. Nei negozi comincia a scarseggiare la farina e i generi alimentari di largo consumo stanno subendo aumenti vertiginosi. In molti scommettono che il governo varerà misure per calmierare i prezzi, ma solo come manovra elettorale perché dal 9 agosto schizzeranno verso l’alto. È una storia già vissuta: era infatti una delle strategie elettorali preferite dall’ex dittatore Arap Moi, che è riuscito a stare per 20 anni al potere.

(pubblicato su Confronti di giugno 2017)

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