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Mantenimento o risarcimento

by redazione

di Giancarla Codrignani (giornalista, scrittrice e già parlamentare)

La recente sentenza della Cassazione in materia di assegno di divorzio in realtà cambia la situazione molto meno di quanto si creda.

Il portafoglio sta dalla parte del cuore e nessun divorziato paga volentieri il “mantenimento” della un tempo amata consorte. Approfittando di una sentenza della Cassazione ritenuta liberatoria, ci ha provato anche Berlusconi, a cui brucia dare due milioni mensili a una moglie che in pubbliche interviste ha definito la sua condotta «ciarpame senza pudore»; ma la sentenza declassava solo l’assegno divorzile, non le separazioni, e Veronica Lario ha conservato il suo lauto assegno.

La sentenza, comunque, ha fatto rumore e illuso molti ex-mariti e reso ansiose molte ex-mogli. Immotivatamente, perché la norma riguarda le coppie facoltose e donne che rischiano di essere danneggiate per la perdita non solo del consorte, ma anche del ricco tenore di vita matrimoniale. Infatti queste divorziate, se economicamente autosufficienti, potranno veder sfumare l’assegno “di mantenimento”. Ci guadagneranno gli avvocati, che non perderanno l’opportunità di consentire ai clienti maschi di provarci e alle signore di tirare fuori le unghie; ma la gente normale non conosce lussi o traumi del genere. Quindi i maschi comuni si rassegnino: non ci sono stati grandi cambiamenti ed eventuali tentativi rischiano di far perdere anche le spese del ricorso.

Tuttavia la sentenza della Cassazione è significativa perché esplicita la parità del possesso patrimoniale e ribadisce che, se la/il divorziato/a non svolge un’attività che consenta di vivere autonomamente né possiede rendite proprie, resta tutelato il suo diritto a ricevere il “mantenimento” di cui, come sempre, il giudice fisserà la consistenza caso per caso. È anche bene ricordare che nulla è cambiato per quanto riguarda la responsabilità dei figli, qualunque sia il livello sociale delle famiglie.

Ma nessuna parità cancella mai la differenza. E dalla parte delle donne il discorso diventa più complesso. È molto importante che la scelta matrimoniale, ai fini del «mantenimento divorzile», sia definita «atto di libertà e autoresponsabilità»: esclude così che sia mezzo di sistemazione. Forse non è ancora un principio ben introiettato, ma la parità dei coniugi non può prescinderne, se vogliamo finirla con il principe (o la principessa) azzurro e ricco da considerare quel “buon partito” che, se non ti va più bene, poi chiedi il divorzio e ti fai mantenere. Si suppone, infatti, che il matrimonio avesse unito un uomo e una donna liberi e responsabili. Se, dunque, i divorziati a cui si riferisce la norma avevano contratto un matrimonio e non stipulato un’assicurazione sulla vita e sono in possesso di propria indipendenza economica, non c’è ragione che il coniuge più facoltoso compensi economicamente la mancanza di gioielli e toilettes da esibire dal palco della Scala che frequenterà con un altra/o partner.

La legione delle donne che, in quanto “madri sole”, sono capofamiglia, non ha nulla da temere. Ma molte di loro conoscono la mortificazione di un marito che non vuole (o non può) pagare gli alimenti; succede anche che smettano di chiedere quel che spetta loro di diritto ed entrino in grande sofferenza se debbono ricorrere di nuovo al giudice per contestare l’inadempienza dell’ex-consorte.

Anche per loro, di cui la nuova norma non fa menzione, resta aperta la questione di principio che riguarda le altre. Come mai la legge obbligava al mantenimento del livello di vita matrimoniale anche dopo separazione e divorzio? Evidentemente perché l’uomo, per tradizione proprietaria, deve “mantenere” la “sua” donna. Non si tiene conto che è sempre la donna che fornisce al marito un supporto che gli consente di essere un professionista, un manager, un uomo che, pur sposato, vive “libero”. Non tutte gli preparano anche i calzini ogni mattina come faceva la mamma, ma tutte gli evitano di pensare come gestire la vita quotidiana, seguire i figli nella scuola o dal medico, occuparsi di questioni famigliari e regolare gli impegni sociali. Non sono solo le casalinghe a sapere la mattina che cosa metteranno in tavola la sera quando tutti rincasano; anche la donna manager, l’universitaria, la giudice, che può contare su aiuti domestici, predispone la mente a “curare” i beni della vita comune. Non sempre l’uomo se ne rende conto, perché non sono questi i suoi pensieri più o meno dominanti. E, infatti, nemmeno lo Stato valorizza la cura della famiglia, ritenuta ancora un ammortizzatore sociale, mentre sta sulle spalle, ricche o povere, delle donne.

Forse c’era un equivoco iniziale: le donne hanno diritto non al mantenimento, ma al “risarcimento”.

(pubblicato su Confronti di giugno 2017)

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