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Autobiografia di un cattolico marginale

by redazione

Per ricordare Giovanni Franzoni, vi riproponiamo un articolo di Giuliano Ligabue (della redazione di Confronti) pubblicato sul numero di luglio/agosto del 2014, in occasione dell’uscita del libro di Franzoni, intitolato appunto “Autobiografia di un cattolico marginale” (Rubbettino, 2014).

«Non vestra sed vos»: non quello che avete ma quello che siete; non le cose, ma voi; voi persone. Sono parole dell’apostolo Paolo ai cristiani di Corinto. Nell’aprile del 1964 Giovanni Franzoni, diventando abate di San Paolo fuori le Mura, se le è scelte come motto. Dopo esattamente cinquant’anni, può dire di non averle disattese, non avendo mai smesso di avere a cuore le persone. Come a dire che potrebbe, a pieno titolo «sentirsi » ancora abate. E in effetti gli capita oggi, ogni tanto, di dire «vecchio monaco quale resto», perché fin dall’inizio non aveva voluto essere solo sacerdote ma monaco benedettino, per il bisogno di «un passo in avanti sulla via della spiritualità e della vita austera» (pag. 32). Da allora, monaco in ogni momento e in ogni circostanza: pur se sospeso a divinis dal lontano maggio ’74, per il suo impegno pro-referendum sul divorzio (pag. 100); pur ridotto allo stato laicale da quel luglio ’76, per «le sue simpatie per il radicalismo e il comunismo» (pag. 105); pur sposato con Iukiko da ormai ventiquattro anni (pag. 138).

Da tre mesi è in libreria la sua autobiografia (Autobiografia di un cattolico marginale, Rubbettino, 262 pagine, 16 euro), che potrebbe essere compendiata in questa semplice frase: il racconto di una vita resa volontariamente scomoda per fare spazio alle persone. Le persone sono quelle dell’adolescenza e della scuola, dei cuori «sotto la pelle» nelle istantanee di guerra, del seminario prima e del monastero poi; dei giovani scout e degli studenti di Farfa; dei confratelli della vita monastica; infine, delle tante donne e uomini nella Comunità cristiana di San Paolo, ancora oggi con lui in cammino. Tutte persone, e ognuna, avvicinate con l’autenticità di chi privilegia la diversità dell’altro. L’aveva imparato già dalla mamma (pag. 20), e così per lui sarà sempre: fossero i ragazzi difficili Fausto e Tullio o gli emarginati Stefano e Otello, la prostituta Iolanda o la Maddalena suicida, la Francesca delle pulizie o gli spastici del Santa Maria della Pietà, i tossicodipendenti di Rebibbia o gli anziani assistiti a domicilio. È stato il suo «ministero particolare» (pag. 49) – questo della marginalità – alla sequela di quel «marginale» che fu Gesù Cristo, talmente estraneo a questo mondo da venire accolto come uno psicopatico, un folle ed esserne respinto: «Cosa mai può venire di buono, da Nazareth?» (Gv. 1,46).

Giovanni (o anche Mario, perché questo è il suo nome di battesimo) è monaco-figlio della sua Chiesa, che in lui crede se a soli 28 anni diventa rettore del collegio di Farfa, a 36 è nominato abate nullius del monastero di San Paolo fuori le Mura e, subito, giovane padre conciliare – il più giovane, tra gli italiani – del Concilio Vaticano II, con la «particolare benevolenza di Paolo VI» (pag. 42), da lui definito «il più progressista del Novecento» (pag. 133) in quanto papa «antitemporalista », che ha saputo riconoscere la «giusta ira dei popoli» e scrivere la Populorum progressio (l’enciclica «sociale» del 1967).

Ma poi la politica, la «stilla della politica» (pag. 85), che sovverte tutto. Giovanni è uno di quelli che non solo guardano ma che «vedono» – come ha imparato da Anna Harendt (pag. 76) – e, quindi, gli è inevitabile legare tutto alla politica, anche la fede: con la Comunità di San Paolo, farà diventare la realtà quotidiana un prolungamento della liturgia (pag. 74) e ogni iniziativa presa avrà sempre implicazioni sociali, si chiamino Mani Tese, Bangladesh, guerra in Vietnam.

La pastorale dell’abate Giovanni, che esce nella Pentecoste del 1973 – La terra è di Dio – ha un evidente impatto politico e tali sono stati i successivi impegni: nel referendum sul divorzio, nella difesa della legge sull’aborto, nella lotta contro la fame nel mondo. Non mancherà la militanza politica di partito, Partito comunista e Verdi, «inciampando negli avvenimenti», come gli piace dire. La comunità di via Ostiense, sotto la sua spinta, è tuttora presente in varie forme nei campi palestinesi e a Gaza, in Libano e in Nicaragua, in Guatemala, Somalia, Argentina, Cile, Iran, Iraq. Si sa che è per le sue scelte politiche che la sua Chiesa l’ha colpito ed emarginato; ma lui non ha dubbi: «Nella Chiesa vi rientreremo con tutti i compagni e le compagne che abbiamo incontrato nelle lotte di fabbrica o nei campi, nelle lotte di quartiere o nella solidarietà ai popoli del Terzo Mondo. Quando potremo starci tutti dichiarando ad alta voce le nostre scelte politiche, allora sarà festa grande» (pag. 107).

A sorreggere il tutto, c’è l’amore: «Ho sempre amato questa terra e questi fratelli e sorelle » (pag. 74). Forte di questo, non ha esitato ad abitare, con la parola e la presenza, i terreni più scomodi: il disagio mentale, la psichiatria, l’eutanasia, la nonviolenza; non ha temuto i terreni addirittura impervi, perché ritenuti dal Vaticano di propria esclusiva competenza: la sessualità e la contraccezione, il celibato ecclesiastico, la psicanalisi nella formazione dei sacerdoti, il sacerdozio delle donne e il loro ruolo nella Chiesa, la confessione auricolare, l’esistenza e la rappresentazione del demonio, l’ecumenismo, l’infallibilità papale.

I sette capitoli dedicati all’autobiografia – conclusa da un’intervista e da un’appendice di documenti – attraversano questi spazi con itinerari che sono sempre meno strade e sempre più sentieri. Giovanni li voleva titolare «Da strade asfaltate a sentieri erbosi»: non più strade comode e vuote ma sentieri con vita, su cui bisogna continuare a camminare. Questa rimane, per Giovanni, l’unica proposta: camminare e cogliere lo Spirito, quando viene. Ci sono due pagine (127 e 129) che ci portano al cuore del suo pensiero. Come Cristo, che non aveva piani né progetti, tanto da «buttare la sua vita senza sapere se sarebbe servito», così noi: non cercare tattiche, non rivoluzioni programmate, non vittorie finali ma essere «sovversivi». Come Lui. Il Regno di Dio non ha un percorso lineare e progressivo ma si realizza ogni volta che Francesco bacia il lebbroso. Quanto agli altri, far crescere le persone; quanto a se stessi, «saper gioire di quello che si diviene».

(pubblicato su Confronti di luglio/agosto 2014)

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