Il terrorismo e la jihad secondo Roy e Ben Jelloun - Confronti
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Il terrorismo e la jihad secondo Roy e Ben Jelloun

by redazione

di Roberto Bertoni

L’aspetto più discusso in merito alla barbarie jihadista è il seguente: chi sono i terroristi? E che cos’è oggi il terrorismo? Sono le due domande da cui muove Tahar Ben Jelloun nel suo ultimo saggio, pubblicato da La nave di Teseo e intitolato Il terrorismo spiegato ai nostri figli.

Nel corso del dialogo, immaginario ma non troppo, con la figlia, egli risponde alla ragazza: «Il terrorismo è anzitutto un metodo, un modo di agire, non è un pensiero, una filosofia. È l’utilizzazione della forza e della violenza contro persone o beni, al fine di obbligare il governo a soddisfare delle richieste fatte da persone di cui non sono noti né il volto né l’identità. A volte gli obiettivi del terrorismo non sono neanche chiaramente definiti: esso si manifesta allora uccidendo persone scelte a caso. Il suo scopo è seminare la paura e far sì che ciascuno si dica «potevo esserci io». Più nessuno si sente protetto. E questo cambia il modo di vivere della gente: non si esce più la sera, si evita di ritrovarsi in locali pubblici, spesso scelti come obbiettivi. La vita ne risulta seriamente turbata».

«I terroristi lo fanno per denaro?», domanda allora la ragazza. E Ben Jelloun risponde: «Non solo, possono avere uno scopo politico o religioso, o voler semplicemente creare tensione in un paese, per ragioni sconosciute ai più». Da quest’analisi si comprende bene il senso di un’opera che si pone lo scopo esplicito, chiarito nel sottotitolo, di dire la verità ai nostri figli, utilizzando «parole scelte con cura». Non a caso, Ben Jelloun compie un paragone storico con la fase del Terrore che caratterizzò i quattordici mesi della Rivoluzione francese che vanno dal 31 maggio 1793 al 27 luglio 1794, quando la deriva robespierriana condusse sotto la lama della ghigliottina tutti coloro che venissero considerati non dico responsabili ma anche solo collusi o vicini al potere dell’ancien régime, fino a quando questa barbarie estremista e inutilmente persecutoria non condusse, oltre che all’eliminazione dello stesso Robespierre, ad una duplice restaurazione: dapprima quella napoleonica, che pure si poneva, per alcuni aspetti, nel solco dei furori rivoluzionari, e poi quella, assai più amara, che fece seguito alla disfatta di Bonaparte a Waterloo.

Per eterogenesi dei fini, dunque, il Terrore robespierriano sortì l’effetto opposto, condizionando in senso negativo la storia della Francia.

È ciò che ci auguriamo accada anche ai terroristi di oggi, confortati dall’idea che l’Isis sia in rotta nel “Siraq” e che la distopia del Califfato descritta da al-Baghdadi stia perdendo presa sul vasto universo di musulmani in silenziosa ed intima rivolta contro il modello sociale e di sviluppo dell’Occidente. Parole di verità, quindi, parole scelte con cura e con saggezza per descrivere un contesto di ferocia senza precedenti: dallo Stato islamico all’eterno conflitto israelo-palestinese, senza dimenticare la messe di errori commessa dagli occidentali in Iraq, fino a favorire la nascita di un soggetto bestiale, in grado di fondere, a differenza della vecchia al-Qaeda, il fondamentalismo estremista, che corrisponde al braccio armato dell’organizzazione, con il pragmatismo tipico degli ambienti un tempo vicini a Saddam, quel mondo ba’thista all’epoca nemico giurato di ogni forma di radicalismo religioso ma attualmente suo alleato in funzione anti-occidentale e, in particolare, anti-americana.

L’altra grande differenza riguarda le scelte strategiche: se il principale impegno di al-Qaeda era la lotta contro gli infedeli crociati, mirando a fare fronte comune all’interno dell’universo musulmano, il fine principale dello Stato islamico è, invece, quello di combattere il fronte sciita e l’interpretazione più laica, liberale e sensata del Corano, contrapposta al letteralismo proprio dell’assurda predicazione wahhabita. A tal proposito, pur ritenendo che abbia ragione il professor Renzo Guolo quando asserisce, in un recente articolo su Repubblica, che la qaedizzazione dell’Isis, in seguito alle sconfitte subite, sia imminente e che questo renderà ancora più drammatico l’avvenire delle nostre società, in quanto la minaccia sarà rivolta principalmente contro di noi, penso altresì che non sia la chiusura il modo migliore di difendersi ma, al contrario, l’integrazione, l’inclusione e la comprensione delle diversità, ossia la ricetta descritta da Ben Jelloun nel suo piccolo ma prezioso saggio. Se il marocchino trapiantato in Francia Ben Jelloun si è soffermato su come affrontare l’aspetto narrativo dello Stato islamico, comprendendone la modernità del linguaggio e la capacità di sfruttare al meglio i social network e le nuove tecnologie per diffondere i propri messaggi deliranti, un francese doc come il professor Olivier Roy ha dedicato un saggio non meno interessante alla “Generazione Isis”, ossia ai «giovani che scelgono il Califfato perché combattono l’Occidente». L’aspetto che unisce l’analisi di Ben Jelloun e quella di Roy riguarda la profonda crisi adolescenziale, di valori e di possibilità di affermarsi socialmente che caratterizza i ragazzi nichilisti delle seconde generazioni di migranti, i quali si ribellano ai padri e alla loro concezione “sottomessa” dell’islam e trovano nel Califfato e nell’ardente desiderio di morte che esso predica e instilla nelle loro menti la propria ragione di vita.

«Non è l’islam a essere violento. Lo sono i ragazzi nichilisti e disperati che crescono nel cuore delle società occidentali», sostiene Roy. La sua tesi, pertanto, è che non siamo al cospetto di una radicalizzazione dell’islam ma ad un’islamizzazione della radicalità, ossia ad una furia generalizzata che nei quartieri-ghetto in cui vivono i soggetti più sensibili ai richiami della jihad e all’incitamento al martirio in nome di Allah si esprime secondo le modalità che abbiamo visto all’opera in questi anni mentre altrove trova altri sbocchi, meno atroci e terribili ma non per questo meno carichi d’odio e di desiderio di rivalsa.

Il grande avversario di Roy, il professor Gilles Kepel, sostiene al contrario che vi sia una continuità storica fra i vari gruppi terroristi che da oltre mezzo secolo mettono a repentaglio la sicurezza della Francia e delle ex potenze coloniali, e non vi è dubbio che la tradizione, l’humus culturale e gli antichi rancori abbiano la loro influenza; fatto sta che l’ipotesi di Roy, nonché il suo paragone con i neri dei quartieri-ghetto americani, con annesse discriminazioni e violenze gratuite da parte delle forze dell’ordine, sia perfettamente calzante.

In pratica, in assenza di ideologie e di una visione del futuro in grado di fornire un senso e una direzione di marcia all’esistenza delle moltitudini, stiamo assistendo all’apice della contrapposizione fra due ideologie non dichiarate: quella del capitalismo liberista che domina le società occidentali da quattro decenni e quella dell’anti-mondializzazione che contraddistingue tutti i dannati della globalizzazione, i quali la combattono in modi differenti a seconda della propria religione e del proprio contesto sociale ma animati da sentimenti piuttosto simili nei confronti di essa.

E i giovani, essendo la categoria più fragile, più ingenua e più estremista per natura, sono ovviamente i soggetti più suscettibili e sui quali l’offerta sporca di protagonismo sociale, e diremmo anche politico, proveniente dai tagliagole al seguito di al-Baghdadi ha maggiore impatto. Perché, dunque, questa tesi è così avversata e ritenuta dal pensiero mainstream fuori dal mondo, figlia di una sorta di anti-occidentalismo autolesionista insito anche in alcuni di coloro che traggono da esso notevoli benefici? Perché ammetterne la veridicità e il valore vorrebbe dire ammettere, implicitamente, che negli ultimi quarant’anni abbiamo sbagliato tutto: in ambito economico, in politica estera, nella gestione complessiva degli assetti geo-politici e geo-strategici e nella comprensione del multiculturalismo e della società multietnica con la quale siamo oggi chiamati a fare i conti. Se a ciò aggiungiamo la difficile gestione dei sempre più cospicui flussi migratori provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente, si delineano in maniera nitida i contorni di una sconfitta epocale.

P.S. Dedico quest’articolo a Joaquín Navarro-Valls, per tanti anni portavoce della Santa Sede nonché amico personale di Giovanni Paolo II, scomparso lo scorso 5 luglio all’età di ottant’anni. Era un uomo che credeva nel dialogo, nel confronto e nell’incontro fra mondi differenti: a lui il nostro affetto e la nostra gratitudine.

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