L’eredità di Franzoni, paladino della laicità - Confronti
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L’eredità di Franzoni, paladino della laicità

by redazione

di Alfonso Pascale

 

Non è ancora trascorso un mese dalla morte di Giovanni Franzoni e forse un primo e rapido scandaglio della sua eredità culturale andrebbe tentato. Non è semplice perché siamo dinanzi ad una testimonianza umana ed evangelica di prim’ordine. Un profilo sintetico del suo percorso è stato efficacemente tracciato da Luigi Sandri su questa rivista: Giovanni Franzoni. Qualche flash sulla vita e le opere di un “cattolico marginale”.

“Padre” conciliare

Abate di san Paolo fuori le Mura dal 1964, Franzoni fu “padre” conciliare alle ultime due sessioni del Vaticano II. Entrò “conservatore”, ma presto si “convertì” e sostenne gli “innovatori” su tutti i temi-chiave (la collegialità episcopale, la Chiesa come popolo di Dio che cammina nella storia, la partecipazione dei battezzati alla vita concreta della comunità cristiana, la libertà religiosa, il ripudio dell’antisemitismo, l’apertura ecumenica, il dialogo con i seguaci di altre religioni e anche con i marxisti, l’impegno per i diritti umani e per la pace nella giustizia). Un patrimonio dottrinale che egli volle immediatamente attuare nella comunità che guidava, con il coinvolgimento della gente, indipendentemente dalle loro opinioni politiche, e nel vivo dei gravissimi problemi sociali che attanagliavano Roma.

La sua vicenda si collegava idealmente a quella analoga dell’ex teologo cistercense Bernard Besret, consigliere di diversi vescovi belgi e francesi sui temi della riforma degli ordinamenti monastici durante i lavori conciliari e, poi, priore dell’abbazia di Boquen, trasformata in un laboratorio per la riscoperta dei valori evangelici originari.

 

La Chiesa dei poveri

L’assillo di Franzoni era l’attenzione concreta alla sofferenza umana: i popoli sconvolti dalle guerre e le persone che subivano maltrattamenti. Si prodigò, ad esempio, per far uscire dal Santa Maria della Pietà (il manicomio di Roma) alcuni giovani e si assunse la responsabilità del loro mantenimento e del loro inserimento sociale.

Ma ben presto, l’assoluto rispetto del principio del pluralismo politico dei cattolici, a cui non venne mai meno, lo portò a confliggere con le gerarchie ecclesiastiche filo-democristiane. Il contrasto raggiunse il culmine con la pubblicazione della lettera pastorale La terra è di Dio, in cui l’abate della basilica ostiense anticipava il problema della terra, dono di Dio e “bene comune”, e della frattura ecologica che si era prodotta. In tale quadro, egli prospettava l’ideale della povertà della Chiesa e denunciava la speculazione edilizia a Roma, sostenuta anche da istituzioni legate al Vaticano.

L’eco suscitata da quel testo (cui seguì poi Anche il cielo è di Dio. Il credito dei poveri) negli ambienti ecclesiali e nell’opinione pubblica risuonò a tal punto che Franzoni accettò di dimettersi dalla sua carica e si trasferì, con il “suo” popolo, in uno stanzone a poche centinaia di metri dalla basilica. E in tale luogo nacque la Comunità cristiana di base di san Paolo che è ancora operante.

 

Il referendum sul divorzio

In prossimità del referendum sulla legge del divorzio, previsto per il 12 e 13 maggio 1974, il Consiglio permanente della Cei, con una “Notificazione”, invitò fortemente i cattolici – come impegno morale – a votare per l’abrogazione di quella legge. Franzoni contrastò apertamente l’indicazione dei vescovi e, in un libretto intitolato Il mio regno non è di questo mondo, sostenne che anche i cattolici avevano il pieno diritto di votare in coscienza, come ritenevano meglio e, dunque, anche per il NO. “La controversia – rilevò – non riguarda il sacramento del matrimonio, ma una legge di uno Stato laico”. Questa presa di posizione costò a Franzoni la sospensione a divinis, che gli impedì di celebrare lecitamente i sacramenti.

 

Il voto al Pci

Il 25 aprile 1975, ricorrendo il trentesimo anniversario della Liberazione dell’Italia dall’oppressione nazi-fascista, ci furono molte manifestazioni politiche e culturali sul valore dell’impegno politico e sulla responsabilità laica da parte di tutta la comunità civile del paese e di tutte le culture socio-politiche, già protagoniste della scrittura della Costituzione, nella costruzione di una cittadinanza inclusiva e solidale. Numerosi cattolici, sacerdoti e laici, parteciparono a pubblici dibattiti.  E, nell’ambito di un siffatto confronto molto ampio, alcuni di loro – con un approccio di non eccezionalità, ma di una normale scelta laica e libera – richiesero e ottennero l’iscrizione al Pci.

La cosa non passò inosservata. Il 13 dicembre 1975, il Consiglio permanente della Cei emanò la “Dichiarazione” 254 che così recitava: «È incompatibile con la professione di fede cristiana l’adesione o il sostegno a quei movimenti che, sia pure in forme diverse, si fondano sul marxismo, il quale nel nostro Paese continua ad avere la sua più piena espressione nel comunismo, già operante fra noi anche a livello culturale e amministrativo»”. L’allusione al Pci era evidente. E così alcuni preti che avevano aderito a questo partito, come Mario Campli, presero la parola pubblicamente per opporsi alla “Dichiarazione” della Cei e smettere, autonomamente e liberamente, il servizio presbiterale.

Si trattò di una silenziosa diaspora che l’allora papa Paolo VI aveva considerato opportuno non contrastare con una attenta “pastorale” interlocuzione, bensì favorire, anche con l’intento di spingere ai margini della Chiesa (che la Lumen Gentium definisce “popolo di Dio”), e comunque fuori dall’organizzazione ministeriale, parti importanti del dissenso cattolico.

Franzoni, che non aveva aderito al Pci, annunciò su Com-Nuovi Tempi che alle elezioni politiche – in programma il 20 giugno 1976 – avrebbe votato quel partito. In agosto venne, pertanto, ridotto allo stato laicale.

 

Un cattolico marginale

Su molti temi Franzoni ha assunto posizioni in contrasto con le gerarchie cattoliche. Nel referendum sull’aborto (1981) ha difeso il diritto della donna a decidere. In materia di fine-vita, ha affermato il rispetto della volontà di chi, tenuto in vita artificialmente per anni, chiede che gli sia “staccata la spina”. Perciò quando – dicembre 2006 – il cardinale Camillo Ruini, vicario di Roma, d’accordo con Benedetto XVI, ha negato i funerali in chiesa di Piergiorgio Welby, perché – a suo parere – si era suicidato, pochi giorni dopo Franzoni ha invitato la moglie di Piergiorgio, Mina, ad un’Eucaristia della Comunità di base in ricordo dello scomparso.

Ma il desiderio cocente di Franzoni, nell’ultimo periodo della sua vita, è stato di incontrare papa Francesco, a cui aveva fatto pervenire il suo ultimo libro Autobiografia di un cattolico marginale. Purtroppo, l’incontro non c’è stato. Tuttavia, sono andati a pregare sulla sua salma, in occasione delle esequie, don Roberto Dotta, il nuovo abate di san Paolo, e monsignor Enrico Feroci, Direttore della Caritas di Roma.

Le profezie di Franzoni

In ricordo di Franzoni, SIR, agenzia della Cei, ha pubblicato un’intensa dichiarazione di monsignor Luigi Bettazzi, l’ultimo “padre” conciliare vivente: «Forse i suoi atteggiamenti di contrasto non permetteranno lo si ponga tra i profeti, accanto a don Mazzolari e don Milani, ma non gli tolgono il merito di una profezia – sulla Chiesa dei poveri, sull’ecologia, sulla nonviolenza e la pace – perseguita con sincerità e con coraggio e con la coscienza di una fede sincera. Gliene restiamo grati».

Ma c’è un’altra profezia che – abbiamo visto – Franzoni ha perseguito con grande impegno: la difesa totale della laicità dello Stato. Partendo dalla lotta per affermare il pluralismo politico dei cattolici, egli si è impegnato su temi diversi, tra cui quelli legati al Concordato tra Stato e Chiesa cattolica (netta distinzione tra matrimonio civile e religioso, abolizione dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole, ecc.). Se il Parlamento – e in esso tanti eletti cattolici – recentemente ha votato la legge sulle unioni civili e si appresta a varare quella sul testamento biologico, lo si deve anche al suo apporto. Al quale – va aggiunto – non è estranea nemmeno la scioccante dichiarazione del leader del Pd, Matteo Renzi, quando era premier: «Io sono cattolico ma ho giurato sulla Costituzione e non sul Vangelo».

Che ne sarà delle Comunità cristiane di base?

Come si è potuto notare anche dalla presenza di nutrite delegazioni ai funerali, Franzoni è stato punto di riferimento costante delle Comunità di base costituitesi in diverse regioni italiane. Esse hanno rappresentato, nel panorama delle aggregazioni cattoliche, un movimento del tutto peculiare con un richiamo esplicito al Concilio Vaticano II e, in particolare, alla riscoperta del valore delle chiese locali, quelle delle origini per intenderci, e di un cristianesimo che si incarna nella storia degli uomini. Una bella ed efficace ricostruzione della loro vicenda è contenuta nel volume di Mario Campli e Marcello Vigli Coltivare speranza. Una chiesa altra per un altro mondo possibile.

Le Comunità di base hanno mantenuto un collegamento tra loro senza mai considerarsi un modello di pratica ecclesiale. Mentre i Neocatecumenali, i Focolarini, l’Opus Dei, i Legionari di Cristo, Sant’Egidio, Comunione e Liberazione si sono caratterizzati come movimenti in competizione tra loro ma legati direttamente al papa, spinti da una “spiritualità di conquista” per ritornare ad un “regime di ri-consacrazione” del cristianesimo, le Comunità di base hanno scelto di mettere costantemente alla prova la loro “fede in Dio e fedeltà alla terra” senza mai darsi un progetto organizzativo. Hanno vissuto un’idea di chiesa ancorata alla lettura comunitaria della Bibbia per ispirare ad essa la propria iniziativa sui problemi concreti della società.

Hanno cercato, in sostanza, di costruire dal basso una chiesa rispettosa delle scelte di ciascuna comunità, in una prospettiva di pluralismo teologico e istituzionale. Una chiesa povera dalla parte dei poveri praticata mediante i principi dell’autoconvocazione e della “porta aperta”, senza tuttavia negare all’istituzione ecclesiastica la sua funzione di garantire, nelle forme ritenute storicamente più idonee, la presenza cristiana nel mondo. Una chiesa priva di potere e dotata solo dei mezzi necessari per assolvere alla sua funzione di evangelizzazione.

Con la scomparsa di Franzoni probabilmente si porrà, dinanzi alle Comunità cristiane di base, l’esigenza di un bilancio della loro esperienza. La Chiesa ufficiale è sempre più impegnata a riprendere il rinnovamento conciliare. Certo, bisognerà fare i conti con una complessa operazione culturale, messa in moto negli anni Novanta dal teologo e cardinale Joseph Ratzinger, divenuto papa Benedetto XVI: i messaggi fondamentali del Vaticano II, dopo decenni di silenzio da parte dei vertici ecclesiali, hanno cominciato ad essere diffusi attraverso la revisione sul piano storiografico del rapporto tra tradizione cristiana e modernità, rivendicando alla Chiesa cattolica una funzione strategica e meriti nell’aver creato gli stessi presupposti della modernità e, in particolare, di quella libertà di coscienza che i popoli cristiani godono, ad esempio, rispetto alle nazioni islamiche. Certo, bisognerà fare i conti anche con le novità introdotte da papa Francesco, comprese le forme populistiche del suo approccio ai temi della società contemporanea. Ma è indubbio che il clima nella Chiesa non è più quello che caratterizzava i tempi di Paolo VI e Giovanni Paolo II. Ed è ormai maturo il tempo per indire un nuovo Concilio, come auspica Luigi Sandri nella sua ponderosa opera Dal Gerusalemme I al Vaticano III. I Concili nella storia tra Vangelo e potere.

Anche nel mondo della politica la situazione è profondamente cambiata. Non viene più affermata, nemmeno a livello teorico, l’unità politica dei cattolici. E ciascun credente compie le sue scelte politiche liberamente. In ultimo, l’iniziativa di un gruppo di persone appartenenti, in diversa maniera, al cosiddetto “mondo cattolico” volta a diffondere un “Appello dei cattolici per il NO” al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, è stato prontamente rintuzzato da un nutrita schiera di cattolici, cristiani di altre confessioni, credenti di altre fedi e non credenti, di vario orientamento culturale e politico, sostenitori del NO o del SÌ, che hanno giudicato quell’“Appello” un modo integrista di intendere la fede, in contrasto con il Concilio Vaticano II che affermava la laicità delle scelte politiche. E in contraddizione – è da aggiungere – con la stessa storia del movimento delle Comunità di base.

Questa particolare angolatura della laicità in Italia appare ormai un’opzione largamente condivisa. Ed episodi come quello del 4 dicembre costituiscono atti regressivi che vanno soltanto deplorati, quando ormai il confronto tra diverse fedi, religioni, culture e saperi si è fatto molto più complesso. In un mondo in continua trasformazione, gli strumenti e le modalità per rendere proficuo il dialogo interculturale e interreligioso vanno completamente ridefiniti, a partire dal concetto stesso di laicità, che assume oggi una valenza generale molto più ampia rispetto al passato. Giovanni Franzoni si muoveva già da tempo su queste nuove frontiere.

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