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Festival Mediterraneo della Laicità: a Pescara la decima edizione

by redazione

Dal 20 al 22 ottobre si terrà a Pescara la decima edizione del Festival Mediterraneo della Laicità sul tema “The Documedial Revolution”. Mobilitazione totale. Culture, libertà, conoscenza nell’era digitale. Le problematiche aperte dalla rivoluzione del web alla costituzione dei saperi. Per cominciare a scaldare il dibattito abbiamo posto alcune domande al professor Maurizio Ferraris, direttore scientifico del Festival. Si veda anche il sito di Itinerari laici.

(intervista a cura di Valentina Stella)

 ferraris

Professore per incamminarci verso il cuore della decima edizione del Festival, partiamo dal termine “laicità”. Rodotà nel 2009 scriveva che non si tratta di un polo oppositivo, dell’idea di dividere i credenti dai non credenti. Oggi cosa significa essere laici?

Avere un progetto esistenziale che differisce in qualche punto da quello di un non laico, termine con cui designo il credente, non solo nel cristianesimo, ma nell’islam, nel new age, nel veganesimo, nel comunismo. Visto che sono certo che anche nella mia vita ci sono elementi non dichiarati di credenza, cioè cose che reputo vere senza avere delle prove, e magari per semplice abitudine o appartenenza a un ambito sociale, familiare, professionale, essere laico significa per me anche riuscire a riconoscere le mie credenze non dichiarate, e farci i conti.

Si è discusso molto del tema del fine-vita in quest’ultimo anno. La politica sulla scia del singolo caso- come quello di DJ Fabo – si proclama sensibile alla vicenda e promette di attivarsi. Ma adesso la legge sul testamento biologico rischia di non essere discussa. Perché i temi cosiddetti eticamente sensibili non ricevono la giusta attenzione in Parlamento?

Perché sono temi difficili. Trovare un accordo sulle tasse non è facile, ma generalmente non tira in ballo delle credenze metafisiche o delle convinzioni sulla natura umana. Figuriamoci trovare un accordo sul fine vita.

 

John Stuart Mill in ‘La libertà’ scriveva:”il solo e unico fine che autorizza l’umanità, individualmente o collettivamente, a interferire con la libertà di azione di uno qualunque dei suoi membri, è quello di proteggere se stessa. L’unico scopo che autorizza l’esercizio del potere […] è quello di evitare un danno agli altri”. Rispetto a questa definizione l’uomo contemporaneo può ritenersi libero?

La definizione di Mill mi sembra generica e non priva di malafede. Quando la scriveva, migliaia di bambini lavoravano di notte nelle fabbriche inglesi, ma lui non aveva niente da ridire, probabilmente perché nessuno, in apparenza, li obbligava a farlo (la miseria non costituiva per lui un obbligo, immagino). Per non parlare dello sfruttamento coloniale inglese, a cui ha partecipato in prima persona come impiegato della British East India Company. Si può dire che Mill non ha rispettato per un solo giorno della sua vita i princìpi che enuncia, e l’aggravante è che probabilmente non si è mai accorto della contraddizione evidente tra il suo liberalismo e la libertà. Quanto a ciò che lei chiama “uomo contemporaneo”, non credo esista niente di simile. Ci sono esseri umani di sesso, età, reddito e nazionalità diversa. Alcuni godono di una libertà persino insultante, altri non ne hanno alcuna.

Quanto conta l’ingerenza del Vaticano sulle leggi chiamate a regolamentare la nostra sfera privata?

Non ne ho idea. Per rispondere a questa domanda dovrei avere accesso a documenti a cui non ho accesso. Se leggiamo, per esempio, gli Scritti corsari di Pasolini ci accorgiamo che l’ingerenza del Vaticano è molto meno forte che quarant’anni fa. Nel frattempo però sono cresciute le ingerenze di altre religioni. Visto che le religioni sono fatte per regolare la sfera privata, non mi stupisce che cerchino di far sentire la loro voce. Sta alla politica laica far sentire la sua, ma spesso non è più illuminata di quanto lo siano le religioni.

 

Si è discusso molto di vaccini. Il tema ha richiamato il difficile rapporto degli italiani con la scienza. L’Ocse ci richiama dicendo che siamo analfabeti funzionali. Qual è secondo Lei l’anticorpo sociale a fenomeni come quelli ProStamina e Novax?

Ovviamente l’istruzione.

Poco dopo i sanguinari eventi di Charlie Hebdo il “New York Times” pubblica un editoriale dal titolo “The Blasphemy We Need” in cui, tra l’altro, l’autore scrive «The right to blaspheme (and otherwise give offense) is essential to the liberal order». Lei è d’accordo?

No. Se un imam o un parroco insultassero il presidente della repubblica o il mio scrittore preferito mi sentirei offeso. Troverei giusto che imam, parroci o semplici credenti si offendessero se insultassi ciò in cui credono o che ritengono comunque meritevole di rispetto. Ovviamente, la mia offesa non mi autorizza a fare una strage di imam, di parroci o di semplici credenti, né la loro a fare una strage di professori.

 

Come può il ragionamento filosofico aiutare a fronteggiare la questione immigrazione?

La filosofia può dire poco, se non principi generici di diritti umani che, penso, pochi metterebbero in discussione. La sfera in cui intervenire e cercare di risolvere il problema è e resta la politica, auspicabilmente nutrita di cultura, e dunque anche di filosofia.

Le campagne d’odio hanno trovato ormai terreno fertile nel web, in particolare sui social network. Questo tipo di comunicazione sembra inarrestabile e in continuo cambiamento. Secondo Lei esistono degli strumenti per frenare il fenomeno rabbioso che si scatena sul web?

Indubbiamente si può fare qualcosa sul piano legale, ma se il New York Times trova che la blasfemia è un diritto ci sarebbero ottimi motivi per sostenere che questi strumenti costituiscono una limitazione della libertà. Credo ci si debba rassegnare: la natura umana è, tra l’altro, miserabile e risentita, e il web si limita a rivelarla. Da questo punto di vista, noi laici dovremmo imparare qualcosa di importante dal cristianesimo, la dottrina del peccato originale, che spiega miticamente un fatto antropologicamente ovvio: e cioè che l’umano non è anzitutto perfetto e intelligente, e corrotto dalla società e dalla tecnica, ma imperfetto e imbecille, e rivelato come tale dalla società e dalla tecnica (sorpassi in macchina un tempo, insulti sul web oggi).

Secondo Lei la richiesta rivolta a Youtube di oscurare i video di propaganda jihadista è un metodo utile per frenare il proselitismo?

Chiaro che sì. Ero convinto che l’avessero già fatto. Ovviamente a questo punto partirà la richiesta di oscurare i video di propaganda cattolica, o di scientology, o dei mormoni, ma si potrebbe tranquillamente dire che il giorno in cui cattolici, scientologist e mormoni si daranno al terrorismo (ogni tanto avviene) si prenderanno provvedimenti.

Altro tema importante è quello delle fake news: come destreggiarsi in un mondo dove non si distingue più il vero dal falso, il reale dall’impossibile?

Accrescendo la propria sensibilità per la verità. Negli umani non è mai stata alta, visto che amiamo le notizie che confermano i nostri pregiudizi. In questo senso, le fake news possono essere uno stimolo verso la cultura, una occasione di miglioramento.

In questo determinato momento storico consiglierebbe ad uno studente di scegliere la Facoltà di Filosofia?

Sì. La filosofia offre tutto sommato buone prospettive di lavoro e, sul piano culturale, è di solito un buon antidoto contro il fanatismo.

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1 comment

BELHABIB 13 Settembre 2017 - 23:56

Bonsoir,

Cette initiative louable se résume à mon sens de la manière suivante :
Pour freiner ces débordements
Qui déstabilisent notre planète
Pour susciter cet enchantement
De s’aimer, une arme parfaite

Ainsi, mes concepts fleuriront
Dans les prairies de la Laïcité
Ma planète, mes amis saisiront
Mon combat pour la fraternité

in ” Le silence et la douleur ”
Editions : Edilivre Paris
Auteur : Hamid BELHABIB
Paru en Août 2016

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Religioni, politica, società

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