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La Lampedusa straziante di Maylis de Kerangal

by redazione

di Roberto Bertoni (giornalista e scrittore)

Probabilmente ha commesso un errore la casa editrice Feltrinelli nel momento in cui, per ragioni crediamo commerciali, ha tradotto il titolo originario (“À ce stade de la nuit”) con un più semplice e comprensibile “Lampedusa”. Fatto sta che questa scelta infelice nulla toglie allo struggente romanzo di Maylis de Kerangal: un’autrice francese innamorata dell’Italia che visse nella sua abitazione parigina la tragica notte del 3 ottobre 2013, quando un barcone carico di migranti affondò a due chilometri dalle coste dell’isola, provocando oltre trecento morti e squarciando definitivamente il velo sull’immane dramma costituito dalle migrazioni contemporanee.

Un tema più che mai attuale, che ha tenuto banco per tutta l’estate e che, probabilmente, sarà al centro dell’imminente campagna elettorale ma, al tempo stesso, un argomento che l’autrice affronta con un tocco poetico, tratti di lirismo, un fervore umano disarmante e una passione civile unica nel suo genere.

Una tragedia che si trasforma, nelle pagine di questo volumetto, in una sorta di epica del Ventunesimo secolo: un’epica al rovescio che, non a caso, la de Kerangal pone a confronto con due celebri interpretazioni cinematografiche di Burt Lancaster aventi per protagoniste proprio l’isola di Lampedusa: Il gattopardo e The Swimmer.

Tanto era sfarzosa, avventurosa, abbagliante e, per l’appunto, caratterizzata da una sorta di epica del progresso o dell’ipocrisia, del rimpianto o di uno sguardo cinico proiettato al futuro la Lampedusa narrata da queste due opere quanto la Lampedusa dei nostri giorni è un’isola fragile, dolente, abbandonata a se stessa e costretta a convivere con un esodo epocale, con un fenomeno immensamente più grande di sé e dei propri confini, eppure ancora ricca di umanità, di gentilezza, di rispetto per le vite assai più miserevoli di chi affronta un autentico calvario pur di tentare di conquistare un briciolo di serenità per sé e per la propria famiglia.

Il paesaggio come esperienza fisica e come memoria: questo è uno dei concetti chiave dell’opera, al punto che, citando lo scrittore francese Gilles Clément, la de Kerangall afferma: «Il paesaggio, secondo me, è ciò che si trova alla portata del nostro sguardo. Per i non vedenti, si tratta di ciò che si trova alla portata di tutti gli altri sensi. Alla domanda: cos’è il paesaggio? possiamo rispondere: ciò che tratteniamo nella memoria dopo aver smesso di guardare; quello che tratteniamo nella memoria dopo aver smesso di esercitare i nostri sensi all’interno di uno spazio investito dal corpo».

Lampedusa, dunque, è qui intesa non come un mero sfondo, un’ambientazione o un luogo fisico e basta ma come la vera attrice del nostro tempo, la protagonista straziante di un’epopea al contrario, il simbolo del naufragio dell’Europa e di quelli che dovrebbero essere i suoi princìpi, la spia di un malessere sociale che si riverbera in una concezione per lo più delittuosa dei valori legati all’accoglienza, all’integrazione e all’ascolto delle storie indescrivibili di chi ha sfidato le onde, gli scafisti e i pregiudizi di un Occidente privo di identità pur di provare a guadagnarsi quei diritti che noi diamo per scontati ma che in realtà, oggi come oggi, non lo sono più per nessuno. Tuttavia, l’autrice mette in risalto anche la bontà d’animo dei lampedusani, un’autentica stecca nel coro della malvagità purtroppo imperante: «E quelli dell’isola, isolati e poveri anche loro, li avevano raccolti, una coperta sulle spalle, un rifugio, un pasto: avevano ospitato quegli stranieri, più poveri dei poveri, quegli esseri che non avevano nulla e non potevano più pronunciare il proprio nome; avevano risollevato loro e con loro l’umanità intera. Ospitalità».

A questo punto della notte, mentre scrivo nel silenzio e potendo stare un po’ con me stesso e con i miei pensieri, rifletto sulle sensazioni che questo libro mi ha trasmesso e mi rendo conto che di un monologo interiore, di un flusso di coscienza, di un insieme di staffilate potentissime sferrate contro la barbarie come quelle che Maylis de Kerangal ha avuto il coraggio di assestare se ne avvertiva da tempo la necessita.

Lampedusa, infatti, da quel 3 ottobre 2013, non è più semplicemente un punto sulla cartina geografica, un’isoletta delle Pelagie più vicina all’Africa che all’Europa: è l’avamposto del nostro dolore, della nostra inadeguatezza, del nostro bisogno di ritrovare un’identità, una dignità, un destino comune o, quanto meno, qualcosa per cui valga ancora la pena di stare insieme.

Lampedusa, dunque, come sentinella di disperazione e di speranza, come frontiera e come orizzonte, come viaggio in un inferno tangibile e come concreto desiderio di riscatto.

Maylis de Kerangal riesce a rendere visibile il nostro malessere strisciante e corrosivo, compiendo un’opera benefica e in grado di porre ciascuno di noi di fronte alle proprie responsabilità.

A questo punto della notte, nulla è più come prima, mentre nel Mediterraneo prosegue incessante la mattanza di un’umanità perduta, fronteggiata con furore quasi ridicolo da una civiltà che dovrebbe, invece, domandarsi se possa ancora considerarsi tale.

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